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L’orizzonte per il laicato cattolico, oltre l’efficientismo tecnocratico

Formazione come cura della vita buona

La formazione come cura della vita buona delle persone, che è tale se si sviluppa attraverso legami fraterni, solidali e gratuiti. Questo è l’orizzonte in cui il laicato cattolico organizzato dovrà sempre più muovere i suoi passi.
Ciò comporta, innanzitutto, resistere alla frammentazione e alla precarietà delle relazioni indotta dal prevalere di logiche efficientiste e funzionaliste, tipiche dell’ordine tecnocratico che pretende di organizzare la vita materiale della persona e spesso pretende di farlo anche con la sua dimensione immateriale.

Una resistenza spirituale, interiore e profonda

È una resistenza spirituale, interiore e profonda, quella cui ci esercita la vita cristiana; che ci sfida ad affrontare la complessità cercando sempre nuove e ulteriori sintesi volte a tenere insieme: connettere, riunire, mettere in relazione diventano i verbi attivi del paradigma comunitario con cui ci sentiamo chiamati a rigenerare lo spazio pubblico.
In tal senso, è lo stesso cammino sinodale che ci invita ad una conversione innanzitutto di stile ecclesiale; costituisce uno straordinario xairòs a condizione che si sappia viverlo senza astrattezza né autoreferenzialità, come ci insegna il magistero di Francesco. Vale a dire radicando la sinodalità nella concretezza dell’esperienza ecclesiale e della vita comunitaria, riconoscendo e incoraggiando la traduzione culturale e civica di questa postura ecclesiale.

La formazione come “atto di responsabilità sociale”

A partire da due evidenze, che domandano una formazione come “atto di responsabilità sociale”.
In primo luogo, in questi ultimi anni – per certi versi in modo sorprendente se pensiamo agli anni critici della pandemia – si percepisce un desiderio di maggiore partecipazione e di impegno alla vita sociale e civile delle nostre comunità e nei diversi territori che si allarga anche verso un maggiore interesse alle grandi sfide globali di questo tempo, e questo per tutte le età: dai più giovani agli adulti; una sorta di “tensione” associativa, condivisa e diffusa, a spendersi ancora di più per il bene comune con la consapevolezza di poterlo fare oggi in forme plurali e articolate, un autentico desiderio di partecipazione e impegno che chiede di essere incoraggiato e accompagnato in modo ordinario e sistematico, supportato e alimentato da strumenti e percorsi di approfondimento adeguati ed attuali.

Le associazioni come laboratori di partecipazione e il magistero di Francesco

Sempre più le associazioni territoriali si scoprono essere dei laboratori di partecipazione dotandosi di un metodo di lavoro aperto alla costruzione e animazione di reti e alleanze che cooperano per progetti specifici e ad iniziative di volontariato o campagne su questioni di grande rilevanza sociale, penso alla Pace o al tema della Legalità o alla cresciuta sensibilità ai temi ambientali e della Sostenibilità, esplorano e sperimentano nuovi metodi di progettazione e rendicontazione sociale, forme di coprogettazione talvolta anche insieme alle istituzioni, sia nazionali che europee.

Si tratta di espressioni di creatività e progettualità associativa non tutte inedite (anzi alcune hanno una lunga tradizione associativa) ma certamente ricevono in qualche modo una spinta ed una accelerazione dal magistero di Francesco che indicando la prospettiva di un «improrogabile rinnovamento ecclesiale» (Evangelii gaudium al n. 27) ci mostra modi nuovi e possibili di pensarsi associazione nei diversi territori, lasciandosi provocare dalle domande e dal bisogno di comunità che oggi si fa sempre più urgente.

La prossima Settima Sociale di Trieste come spazio di partecipazione e formazione

In secondo luogo, assistiamo ad una fioritura di vocazioni all’impegno sociopolitico, soprattutto a livello locale, che meritano una rinnovata attenzione di cura e accompagnamento. A fronte di una politica che nel suo inesorabile processo di disintermediazione e di virtualizzazione dei meccanismi e dei dispositivi di ingaggio nella forma ordinaria della partecipazione politica, affiorano storie di impegno ed esperienze di cittadinanza attiva che assumono con dedizione e competenza questioni che sembrano essere uscite dal radar e dall’agenda delle principali forze politiche organizzate.

È tempo, dunque, di mettere a tema – a partire dalla prossima Settimana Sociale di Trieste – una grande riforma della partecipazione sociale, economica e politica nel nostro Paese.
Le grandi sfide attuali sono complesse e non possono essere più affrontate unicamente da approcci iperspecialistici e tecnocratici, che spesso rischiano di dischiudere la strada alla violenza e alla guerra. Piuttosto occorre attivare una competenza diffusa e integrata orientata alla ricerca di sintesi anche parziali ma condivise. Come suggerisce la Laudate Deum, al n. 43: «sono necessari spazi di conversazione, consultazione, arbitrato, risoluzione dei conflitti, supervisione e, in sintesi, una sorta di maggiore “democratizzazione” nella sfera globale, per esprimere e includere le diverse situazioni. Non sarà più utile sostenere istituzioni che preservino i diritti dei più forti senza occuparsi dei diritti di tutti».

Politica è l’opposto dell’individualismo e dell’avarizia

In tal senso, viene alla mente la celebre definizione che ha dato della politica don Lorenzo Milani: politica è l’opposto dell’individualismo e dell’avarizia, è “sortirne insieme”, laddove l’accento va messo proprio su quell’avverbio “insieme”, che non pretende di annullare le differenze né di ignorare il conflitto e la dialettica che da esse può scaturire, ma dischiude l’orizzonte esigente di una possibilità di ritrovare ragioni per riprendere il comune cammino della fraternità.

Articolo pubblicato con il titolo “Formazione e nuova responsabilità come atti di responsabilità sociale” su Avvenire dell’11 febbraio 2024.

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