A proposito dei gravi raid neonazisti di questi giorni

Fare Memoria. Il dovere e la responsabilità

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di Piergiorgio Grassi* - Prima, durante e dopo la giornata dedicata alla memoria della Shoah, il 27 gennaio scorso, si sono susseguiti in tutto il paese raid neonazisti non solo per esprimere il dissenso nei confronti delle cerimonie in corso, ma per riproporre i temi di una delle stagioni più buie nella storia dell’Europa. Hanno ricevuto attenzione particolare, anche per il rilievo mediatico, gli episodi di Mondovì, di Torino e di Rozzano, nella provincia di Brescia. Emergenze di una lunga serie di episodi. A Mondovì, la cittadina piemontese che si stende ai piedi delle Alpi Marittime, dove un tempo esisteva un’operosa comunità ebraica, ora dispersa e con molti componenti deportati e uccisi ad Auschwitz, sulla porta di casa della famiglia di Leda Beccaria Rolfi è stato scritto con un pennarello intinto di vernice nera Juden Hier (Qui c’è un ebreo). Lì vicino una lapide ricorda che la donna era stata deportata nel lager di Ravensbruck, uno dei più grandi della Germania nazista. È stato calcolato che dei 130.000 prigionieri (almeno 110.000 erano donne), ne siano stati uccisi 90.000. Chi ha scritto la frase in tedesco, schizzandovi accanto la croce di Davide, non sapeva che Leda Beccaria Rolfi non era ebrea. Cattolica, giovanissima maestra in val Varaita, staffetta partigiana, era stata catturata e torturata dai fascisti; consegnata poi ai tedeschi era stata avviata su un affollatissimo e sporco treno merci verso il campo di sterminio. Sopravvissuta agli stenti e alle angherie, divenuta amica di Primo Levi, la donna aveva voluto come lui testimoniare la drammatica vicenda sua e di tanti altri prigionieri. Ne ha scritto con accenti asciutti in tanti libri, tra i quali spicca quello che porta il titolo, Il destino spezzato, con la prefazione di Primo Levi, pubblicato dalle edizioni Giuntina di Firenze nell’ormai lontano 1978.

L’ignoranza della vera identità della Beccaria Rolfi, non nasconde tuttavia l’intenzionalità di chi ha tracciato la scritta: usare la lingua dell’odio nazista contro gli ebrei, dichiarare Hitler un proprio modello di vita, approvare in toto la Shoah.

Com’è stato notato da Giulio Busi, il noto specialista in lingua e letteratura ebraica che scrive sulle pagine de Il Sole24 ore, il messaggio intimidatorio ha la forma sincopata e monca di chi non conosce bene il tedesco, «ha insomma tutto l’aria di un maldestro, frutto di un analfabetismo ideologico che vuole spacciarsi per cultura». Ma non per questo è meno pericoloso, perché capace di produrre effetti imitativi e di aumentare la platea di coloro che esprimono sentimenti antisemiti. Nella stessa logica vanno letti i fatti di Torino e di Rozzano. Nella città sabauda sul muro del pianerottolo che conduce all’appartamento di Maria Bigliani, figlia di madre ebrea, anch’essa staffetta partigiana, si può leggere a caratteri cubitali la scritta «Crepa sporca ebrea». Mentre a Rozzano bersaglio del raid è stata una donna italo-marocchina, Madiha Khtibari, titolare di un bar che è stato danneggiato, distruggendone le suppellettili, lordando le pareti con svastiche e insulti, tracciando sul pavimento la scritta “negra”. A ulteriore dimostrazione che antisemitismo e razzismo vanno di pari passo: spargono paura e odio e suscitano zelanti imitatori.

È necessario riprendere ad interrogarsi sul perché ci sia questa ripresa di antisemitismo, dopo il tentativo pianificato di attuare il genocidio di un popolo attraverso la deportazione, la tortura, l’uccisione in massa indiscriminata, indipendentemente dai comportamenti dei singoli sul piano morale, civile ed economico. Ebrei odiati perché ritenuti rappresentanti di una razza considerata nociva e di una religione ritenuta nemica dell’uomo. Odiato anche chi tra loro si era staccato dai legami religiosi dell’ebraismo e si era liberamente convertito al cristianesimo. È il caso della filosofa Edith Stein che, fattasi carmelitana, fu condotta ad Auschwitz e andò incontro ad una morte atroce nelle camere a gas. Con gli ebrei furono mandati a morte centinaia di migliaia di rom e di sinti, migliaia di semplici cittadini, di religiosi, di politici rei di essersi opposti ad un regime feroce e inflessibile verso “il diverso”. Persone come padre Massimiliano Kolbe e Dietrich Bonhoeffer ne sono una testimonianza straordinaria. Il pastore luterano morto impiccato a Flossenburg nell’aprile del 1945, per ordine di Himmler, a pochi giorni dalla fine della la Seconda guerra mondiale, aveva pronunciato e scritto parole di fuoco, rivolte a quei cristiani che per paura, pregiudizi antigiudaici, indifferenza avevano assistito passivi al massacro del popolo della Bibbia: «Chi non grida per gli ebrei non può cantare il gregoriano».

E proprio Bonhoeffer, in un saggio dal titolo Dieci anni dopo - era un bilancio del decennio intercorso dall’avvento al potere di Hitler, periodo in cui a molti era “mancato il terreno sotto i piedi”- si poneva la domanda sul perché fosse mancato il coraggio civile di resistere sin dall’inizio: la risposta era stata che l’antisemitismo aveva posto solide radici nella cultura tedesca già da molto tempo, che una educazione all’obbedienza indiscriminata all’autorità, tipica della religiosità tedesca, aveva propiziato l’affermarsi di un’etica meramente obbedienziale posta al servizio di un potere diabolico che aveva saputo sfruttare a proprio vantaggio la stupidità (Dummheit) di molti; stupidità non legata alla mancanza di doti intellettuali, ma alla pressione dell’ambiente, al «dispiegamento di forza dall’esterno», all’uso sistematico di informazioni manipolate che portavano all’abdicazione personale e all’indifferenza. Bonhoeffer rivendicava l’esigenza della resistenza responsabile sostenuta dalle idee della differenza e della qualità: qualità dell’impegno e non del privilegio; differenza che si oppone all’indifferenza. L’insulto contro la differenza e contro la qualità era tipico “della plebe hitleriana”.

Ma la situazione non era molto diversa in Italia dove le leggi razziali emanate dal fascismo stigmatizzavano un’appartenenza religiosa, insegnavano a distinguere tra uomini e no sulla base di una presunta superiorità razziale e le retate dei soldati tedeschi beneficiarono della collaborazione di persone che denunciavano e spiavano, che vedevano ma non si pronunciavano e permettevano in tal modo che si compissero ignobili sopraffazioni. «Se in Italia i giusti tra le nazioni - nota il monaco  Enzo Bianchi - sono stati riconosciuti in numero di circa cinquecento, quanti sono stati ingiusti perché non dissero nulla ma collaborarono alla catastrofe? Quanti furono i credenti cristiani che invece di vedere negli ebrei dei fratelli e sorelle nella fede non vollero accorgersi di nulla, o a causa di un viscerale antigiudaismo giudicarono questo sterminio l’adempimento di un giudizio di Dio?». Bisognerà trasformare i giorni della Memoria nell’interrogazione su di noi credenti, sulla nostra volontà di dare forza alle indicazioni del Concilio Vaticano II e di Papa Francesco sulla fratellanza che ci lega agli ebrei nella ricerca di un mondo migliore, e di contrastare senza incertezze il negazionismo di chi dichiara che la Shoah non è mai accaduta, che gli episodi di antisemitismo sono casi isolati, che il fascismo è stato un fenomeno non così drammatico come lo si è descritto. Si tratta di far sì che la catena di emulazione e di cooptazione sia spezzata: la responsabilità è di tutti nell’impedire che si ripetano gli orrori del “secolo breve”. Se non ora, quando?

*È stato docente di Filosofia della religione e di Sociologia della religione nell’Università di Urbino. In questa Università ha diretto l’Istituto superiore di scienze religiose «I. Mancini». Condirettore di «Hermeneutica» e già direttore di «Dialoghi», il trimestrale culturale dell’Ac