Zuppi: «Evangelii gaudium. L’unica chance di futuro per la Chiesa»

Per il nuovo presidente dei vescovi italiani, la Chiesa è chiamata a un nuovo passo, per seminare e fare crescere, con vicinanza e creatività, la presenza di Dio nel mondo, la nostra casa comune

Lo scorso 24 maggio, papa Francesco ha nominato il cardinale Matteo Maria Zuppi presidente della Cei. L’arcivescovo di Bologna nei suoi primi commenti ha subito fatto riferimento a una precisa prospettiva per la Chiesa: «La missione è quella di sempre: la Chiesa che parla a tutti e parla con tutti». Un “programma” anticipato tra le righe di un suo articolo (dal titolo evocativo: Come vento che apre le porte) scritto per Dialoghi, il trimestrale culturale dell’Ac. Pubblicato in piena pandemia, nel giugno 2020, il testo evidenzia come la pandemia ci abbia costretti a rimodulare le nostre esistenze, facendoci riscoprire fragili e vulnerabili. Chiarendoci che non si costruisce futuro rinunciando ad essere comunità incarnata nella storia, di ciascuno e di tutti. Ciò vale anche per la Chiesa. Chiamata a un nuovo passo, per seminare e fare crescere, con vicinanza e creatività, la presenza di Dio nel mondo, la nostra casa comune.
Di seguito vi proponiamo un estratto dell’articolo:

La pandemia ci ha reso umili e forse proprio per questo pieni di spirito e creativi, perché pieni di Lui e vuoti di noi. Ha scritto papa Francesco al clero di Roma parole che possiamo sentire rivolte a tutti: «Ho potuto constatare, in quei dialoghi sinceri, che la necessaria distanza non era sinonimo di ripiegamento o chiusura in sé che anestetizza, addormenta e spegne la missione». «La complessità di ciò che si doveva affrontare non tollerava ricette o risposte da manuale; richiedeva molto più di facili esortazioni o discorsi edificanti, incapaci di radicarsi e assumere consapevolmente tutto quello che la vita concreta esigeva da noi». I nostri modi abituali di relazionarci, organizzare, celebrare, pregare, convocare e persino affrontare i conflitti sono stati modificati e messi in discussione da una presenza invisibile che ha trasformato la nostra quotidianità in avversità». In questa situazione «la fede ci permette una realistica e creativa immaginazione, capace di abbandonare la logica della ripetizione, della sostituzione o della conservazione; ci invita ad instaurare un tempo sempre nuovo: il tempo del Signore» (Lettera di papa Francesco al clero di Roma, 31 maggio 2020). Queste considerazioni riguardano tutti, non solo i presbiteri. Anzi. Il ruolo dei laici è decisivo e vanno coinvolti non in astratto ma nella responsabilità vera, associandoli nell’esercizio della paternità e non del paternalismo, irritante, inaccettabile per chi lo esercita e per chi lo subisce.
Non dobbiamo chiudere sbrigativamente questa prospettiva, perché «lo zelo pastorale e la sollecitudine creativa dei sacerdoti hanno aiutato la gente a proseguire il cammino della fede e a non rimanere sola di fronte al dolore e alla paura. Questa creatività sacerdotale che ha vinto alcune, poche, espressioni “adolescenti” contro le misure dell’autorità, che ha l’obbligo di custodire la salute del popolo. La maggior parte sono stati obbedienti e creativi.
Ho ammirato lo spirito apostolico di tanti sacerdoti, che andavano con il telefono, a bussare alle porte, a suonare alle case: “Ha bisogno di qualcosa? Io le faccio la spesa…”. Mille cose. La vicinanza, la creatività, senza vergogna. Questi sacerdoti che sono rimasti accanto al loro popolo nella condivisione premurosa e quotidiana: sono stati segno della presenza consolante di Dio. Sono stati padri, non adolescenti. Purtroppo non pochi di loro sono deceduti, come anche i medici e il personale paramedico. E anche tra voi ci sono alcuni sacerdoti che sono stati malati e grazie a Dio sono guariti. In voi ringrazio tutto il clero italiano, che ha dato prova di coraggio e di amore alla gente» (Discorso a medici, infermieri, e operatori sanitari, 20 giugno 2020). Ecco cosa siamo chiamati a compiere nei prossimi mesi. Il kairós della pandemia ha allargato i nostri orizzonti, facendoci scontrare con il limite e riproponendo le domande vere della vita. Perché la Chiesa non diventi un museo.
Quello che c’è chiesto è tradurre l’esperienza in interiorità, per non perdere la consapevolezza, legata purtroppo alla situazione di emergenza, e costruire comunità, itinerari di confronto, spazi di preghiera nuovi. La tanta solitudine e le fragilità del mondo, i tanti virus ci hanno fatto scoprire come davvero il mondo è un ospedale da campo e la Chiesa non è una organizzazione umanitaria ma una madre che cerca di stare vicina ai suoi figli e li raduna, in questa condizione, per liberarli dalla tentazione di salvarsi da soli, di condannare il mondo invece di fare di tutto per salvarlo, per fare sentire la vicinanza di Dio che è in barca con noi, Gesù pastore della misericordia e della compassione per le folle che aveva sempre visto stanche e sfinite.

È la ricetta dell’Evangelii gaudium dalla quale possiamo ripartire: dal Vangelo, dalla semplicità dell’annuncio e dalla costruzione di comunità umane. È l’unica chance di futuro per la Chiesa. Quelle che abbiamo sperimentato in maniera digitale, con tanti contatti, aperte a chiunque, curate, con un linguaggio più semplice e diretto, con un senso acuto delle parole invece di ripetizioni sbiadite, senza empatia per la condizione di chi ascolta e con poco senso di emergenza. Possiamo costruire comunità esposte ai venti alle piogge e ai fiumi, ma che sappiamo non cadranno, perché fondate sulla roccia della Parola. Non comunità perfette, adulte, ma luoghi di incontro vero e personale dove accogliere e testimoniare, dove affiancarsi ai tanti pellegrini agitati da domande e tristi perché non hanno risposte. Se la Chiesa diventa domestica, cioè relazione fraterna, come siamo chiamati a fare, tutti incontreranno in un mondo di isolamento e individualismo permanente la presenza buona di Gesù. Una Chiesa domestica, familiare, potrà aiutare a costruire famiglie sul lavoro, a casa, tra le persone. In queste, non dobbiamo mai dimenticare, i poveri ne fanno parte per diritto. Abbiamo assistito a tanti episodi di attenzione al prossimo, commoventi, anzi indicati come esempio in diverse occasioni.
Questo ci deve fare scoprire i tanti doni che abbiamo e che in realtà ognuno di noi è, la necessità di comprenderli e di esserlo gli uni per gli altri. Se una comunità, una «famiglia del Vangelo», non si fa carico di qualche povero o di qualche povertà, ha tradito la sua vocazione. Sempre papa Francesco, nel giorno di Pentecoste, ci ha liberato anche da toponomastiche vecchie, esterne alla Chiesa, eppure che tanto la influenzano anche al suo interno. «Lo Spirito viene a noi, con tutte le nostre diversità e miserie, per dirci che abbiamo un solo Signore, Gesù, un solo Padre, e che per questo siamo fratelli e sorelle! Ripartiamo da qui, guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo. Il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. Il mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico».
Non perdiamo questa opportunità. I tre rischi, accovacciati alla porta del cuore, del narcisismo, del vittimismo e del pessimismo possono non farci cogliere il kairós, così come la fretta di trovare le risposte per non abbandonarci allo Spirito e alla sua creatività.
Misuriamoci con la solidarietà così come è avvenuto per tanti, quella concreta, senza forse grandi strutture, “della porta accanto”, possibile a tutti, per essere vicini ai più poveri, perché la carità non sia una dimensione che riguarda pochi, ma che tutti si scoprano davvero responsabili gli uni degli altri. Quante povertà! Quante fragilità portano persone vulnerabili a sofferenze inconcepibili. Quanti bambini dei quali abbiamo praticamente perso le tracce e che rischiamo restino indietro.
Il segno dei tempi della pandemia, che ci ha aperto gli occhi sui tanti virus che colpiscono il mondo (non dimentichiamo quello dello sfruttamento dell’ambiente e delle tante violenze e guerre che lo attraversano), ci aiuta a scegliere, a credere alla forza degli umili e a costruire comunità di umili e di poveri, forti del Vangelo e che da questo ripartono, nella responsabilità di tutti.
Loris Capovilla amava l’espressione Tantum aurora est. Sì, siamo chiamati alla laboriosità e generosità di ricostruire, a fare incontrare e incontrare tanti nella speranza, a leggere questo segno dei tempi perché vi sia l’inizio di un nuovo giorno e di un nuovo passo per seminare e fare crescere la presenza di Dio nella stanza del mondo, in quella casa comune che ci è affidata e che sentiamo tutta nostra.

Il link all’articolo completo: Come vento che apre le porte

Autore articolo

Matteo Maria Zuppi