Essere costruttori di pace vuol dire promuovere la fraternità

Una riflessione del presidente nazionale Ac, Giuseppe Notarstefano per il SIR. Tutti siamo chiamati ad essere operatori di pace nelle nostre città, dove sempre più spesso assistiamo a episodi di violenza e intolleranza verso chi è diverso, per cultura, religione, etnia, orientamento sessuale, così come nei confronti delle donne e dei soggetti più deboli della società, disabili, bambini e anziani

Quotidianamente scossi dal fragore delle armi che proviene dall’Ucraina e dai tanti, troppi, conflitti in atto nel mondo, con l’incubo dell’apocalisse nucleare all’orizzonte, non possiamo e non dobbiamo far tacere la domanda di pace che interroga le nostre coscienze e ci spinge ad allargare l’orizzonte della nostra umanità.

Siamo figli di una tradizione democratica – ahimè, troppe volte ignorata – che, attraverso la Costituzione repubblicana, ha consacrato come fondamenta del patto civico la promozione della dignità della persona umana, il ripudio della guerra e la promozione della pace e della giustizia fra le Nazioni. Incoraggiati – nel presente – dagli sviluppi del diritto internazionale a tutela della pace e dei diritti umani fondamentali e dal un magistero della Chiesa che ci rendono sempre più convinti che la pace sia un bene necessario e un dovere inderogabile, senza cui non può esservi alcun progetto credibile sul futuro per nessuno.

Nella consapevolezza di questa umana verità, tutti siamo chiamati ad essere ad un tempo, e oggi cittadini responsabili, artigiani di pace e di speranza, pellegrini sulle orme dei testimoni di un’umanità riconciliata. La pace si costruisce dal basso: non è solo uno slogan.

Tutti siamo chiamati ad essere operatori di pace nelle nostre città, dove sempre più spesso assistiamo a episodi di violenza e intolleranza verso chi è diverso, per cultura, religione, etnia, orientamento sessuale, così come nei confronti delle donne e dei soggetti più deboli della società, disabili, bambini e anziani. Abbiamo bisogno di costruttori di comunità accoglienti e inclusive, che sanno essere luogo di relazioni generative, dove rinsaldare i legami del patto sociale e promuovere il pieno sviluppo di ogni persona umana. Specialmente in questa stagione di grave crisi economica e sociale serve promuovereuna sicurezza non basata su muri di separazione, ma su legami di solidarietà, alleanze contro le povertà e reti per il bene comune.

Come cittadini abbiamo il diritto e il dovere di chiedere alla politica responsabilità e lungimiranza, una democrazia più partecipata, aperta all’ascolto dei cittadini, politiche pubbliche capaci di ripensare gli spazi come luoghi dove prendersi cura dei legami sociali; ed anche di “disarmare la lingua e le mani”, sollecitando i responsabili delle istituzioni a riconoscere il valore generativo del confronto, investendo sulla costruzione di una società nonviolenta e promuovendo politiche concrete di coesione sociale e territoriale.

Allo stesso tempo, sono sempre più convinto che l’Europa rischia di tradire se stessa se cede alle tentazioni nazionaliste e populiste che ne minano (quasi quotidianamente) il progetto comune e le conquiste realizzate attraverso un processo di integrazione che prosegue da oltre sessant’anni. L’Europa, invece, è chiamata – a maggior ragione mentre tuona il cannone – ad essere sempre più protagonista di un rinnovato progetto di pace, che promuova la cultura dell’incontro tra i popoli e la collaborazione istituzionale tra gli Stati.

Sono anche convinto che il pianeta terra è in pericolo a causa dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e delle scelte irresponsabili condotte dall’uomo nell’ultimo secolo, che hanno superato i limiti di sostenibilità planetaria, inasprito il divario tra Nord e Sud del mondo e rischiano di compromettere irrimediabilmente il futuro delle nuove generazioni. Invertire la rotta, aver cura della casa comune vuol dire operare per la pace, in un percorso verso una nuova e rinnovata governance globale che ridisegni una più efficace ed armonica cooperazione tra i popoli.

In fondo essere costruttori di pace vuol dire uscire dalle gabbie culturali che descrivono l’uomo, vicino e lontano, come un nemico, superando ogni logica di contrapposizione, promuovendo la fraternità come dimensione costitutiva dell’umanità e una “cittadinanza multilivello” in cui ogni uomo sia concittadino del mondo. Lo sviluppo umano integrale, in quanto rispettoso dell’ambiente e dei diritti umani, sia la via per il reale progresso dell’intera umanità e per la costruzione della pace.

In occasione dell’apertura dei lavori della School of peace promossa dall’Istituto “Giuseppe Toniolo”, l’Agenzia SIR pubblica una riflessione del presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, Giuseppe Notarstefano, dedicata alla grande emergenza dei nostri giorni: la pace.

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Giuseppe Notarstefano

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