E il seminatore uscì a seminare. Dalla lectio di mons. Bianchi al Convegno dei presidenti

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di Gianni Di Santo - Il seminatore uscì a seminare. La parola di mons. Mansueto Bianchi, assistente generale dell’Azione cattolica, si sofferma sul brano di Marco (4,1-20) che racconta la parabola del seminatore. I lavori sono iniziati nel pomeriggio, qui a Calenzano, e dopo cena c’è il giusto posto alla preghiera e alla riflessione sulla parola sacra. Il silenzio dell’ascolto fa posto ai saluti e ai sorrisi dell’arrivo.

I versetti da cui mons. Bianchi prende spunto sono dal 3 al 9. Il titolo è: la fatica della speranza. Un titolo che provoca e scuote i presenti. Si parte dal contesto della parabola del seminatore: siamo in un momento particolare del ministero in Galilea di Gesù. Un momento il cui il ministero scricchiola. Il clima nel quale la parabola del seminatore si colloca è un clima di crisi, di una vicenda che si sta sgretolando, sfaldando. Gesù e i dodici stanno iniziando a sperimentare il fallimento del ministero in Galilea. E qual è il motivo della crisi? La crisi è scatenata dalla delusione perché si comincia a constatare uno scarto tra la grandezza di ciò che Gesù annuncia e la pochezza di quel che accade attorno. Da un lato la speranza di un’aspettativa innestata con l’annuncio del regno di Dio, e dall’altro il poco che accade. Comincia così la delusione della folla, la delusione dei suoi seguaci, perfino la delusione amara della sua famiglia. Il clima è l’amarezza del deluso, di colui che aveva intensamente investito e non si riconosce più in ciò che era stato e ciò che aveva fatto. L’amarezza e lo scetticismo del post.

Torniamo a oggi, un tempo in cui la comunità cristiana vive in una società post cristiana che annuncia il vangelo in una cultura post cristiana. Il clima è quello del disinteresse, dell’indifferenza e qualche volta del disprezzo o dell’esclusione.

Gesù risponde a questo clima. Con la fatica della speranza. E risponde con le tre parabole del 4 capitolo di Marco. Gesù ammette una cosa: è vera che la piccolezza legittima la delusione. Però l’esperienza del fallimento spinge Gesù a leggerlo con un altro alfabeto, un altro codice. Ed è quello che Gesù fa attraverso le tre parabole sul seme. Tutte sono giocate sul contrasto, sull’antinomia. Allora si tratta di pensare a una nuova speranza che è in gestazione dentro un apparente fallimento. Si tratta di una grandezza che viene velata dentro i segni della piccolezza. Si tratta di una vita che si genera dentro la morte. Tre casi di insuccesso dentro le parabole. Sono gli insuccessi che noi sperimentiamo nel nostro cammino di Chiesa.

Il Signore, il regno, il vangelo stanno dentro la storia, dentro la vita, non sotto il segno del trionfo ma della piccolezza. Tutto il capitolo 4 di Marco è un attraversare la speranza, a fidarci di Dio, a  consegnarci radicalmente alla sua logica, al suo stile, al suo modo di essere perché quello che Gesù ci viene dicendo è che Dio è chicco dentro la storia. Dio è piccolo, Dio è fragile, Dio è trascurabile secondo le gerarchie delle grandezze umane. Però il seminatore uscì a seminare. Avendo fiducia.

A noi appartiene la pazienza e l’attesa. La nostra vittoria e fecondità è nel fidarci di Lui, è nel confidare nella potenza della parola e del regno. Il seminatore poi comunque semina, indipendentemente dai terreni, indipendente dai risultati. E’ quanto è richiesto alla Chiesa, a noi, anche in stagioni apparentemente aride o non produttive. Non ci appartiene la scelta del terreno, la scelta o la selezione dei destinatari, non ci appartiene la decisione sulla fruttificazione, non  ci appartiene la determinazione delle stagione. Ci appartiene soltanto l’uscire a seminare. Ed è un gesto di umana fatica.

Alla nostra Chiesa oggi qui in Italia è chiesta la fedeltà a questo gesto, senza se e senza ma. Una fedeltà crocefissa, perché umanamente perdente. Eppure quel gesto è un gesto di amore radicale al Signore e servizio generoso alla Chiesa. E’ anche un gesto di sostanziale fiducia nel cuore e nell’anima delle persone. Ma non basta. La spiga è già nel chicco. Il regno di Dio non è soltanto nel futuro o nell’orizzonte, il regno di Dio è già, è dentro quella piccola parola che noi pronunciamo, quel piccolo gesto che noi compiamo, dentro quella fatica e quel servizio di cui noi ci carichiamo, dentro quell’amarezza e quella delusione che noi proviamo, è nei piccoli risultati che noi raggiungiamo.

La parabola ci lascia in mano un pugno di sabbia e nell’altra una gemma verde. Il 30, il 60, il 100 per uno. Tra i due palmi della mano c’è il ponte, la strada che dobbiamo percorrere. La strada della fiducia e la fatica della speranza, della fiduciosa fedeltà del seminatore che siamo noi.