“Testimoni di Ac” al tempo della pandemia/2

Dopo la Quaresima arriva sempre la Pasqua

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di Cesare Visotti* - Di lavoro faccio l’infermiere, e in particolare sono il Coordinatore di una struttura per anziani, casa “San Lorenzo” a San Pietro in Vincoli di Ravenna. Quello che voglio raccontarvi è la mia particolarissima (credo) storia al tempo del Covid-19. Una storia che in verità è anche plurale, come sono plurali le amicizie vere e come penso debba essere plurale il nostro vivere da cristiani nel mondo. Dove plurale è sinonimo di condivisione, partecipazione, prossimità a coloro che il Signore mette quotidianamente sulla nostra strada, anche quando ci pone (apparentemente) in quarantena.

Questo il fatto. A fine marzo vengo contattato perché il Parroco di San Pietro in Vincoli (e anche di Ducenta e Durazzano) non si sente molto bene. Così decido di andare a trovarlo e mi accerto che tutto va bene. Ha però poca voglia di mangiare, e così, in accordo con la direzione della “San Lorenzo”, si decide di accoglierlo in struttura per dargli una mano. In breve, trovo una camera singola e lo faccio entrare con tutte le precauzioni del caso. Tutto bene finché il giorno dopo compare la febbre, e a me cade il mondo addosso.

Don Vittorio Zattini ha la febbre e tutti pensiamo e temiamo il peggio. Di certo non può stare in casa, mettendo a rischio gli altri ospiti. Decidiamo così di riaccompagnarlo subito in canonica per poi decidere come muoversi. Lui abita da solo e nessuno se la sente di stargli vicino, per cui decido di rimanere io con lui e aiutarlo a gestire la situazione nel migliore dei modi. Di andare in ospedale non ne vuole sapere: lui si sente bene!, dice. Così inizia un’opera di convincimento che durerà un bel po', finché, con l’aiuto del vescovo, mons. Livio Corazza, riusciamo a convincerlo e finalmente chiamo l’ambulanza. In serata, il responso: il tampone è positivo per il Covid-19! E a crollarmi addosso non è il mondo ma l’universo intero.

Ovviamente avviso dell’accaduto tutte le autorità sanitarie e anche se ho cercato di adottare tutte le precauzioni so che la situazione è delicata. Occorre aumentare tutte le misure di prevenzione in struttura e mettere in sicurezza gli ospiti di casa “San Lorenzo”. Devo anche decidere cosa fare io, visto che dovrò sottopormi al tampone e passare quattordici giorni in quarantena. Dove posso stare in quei giorni? A casa ho una moglie e due bambini piccoli, e, soprattutto, abitiamo sopra a una Casa Famiglia della “Papa Giovanni XXIII”, dove ci sono diversi accolti per i quali noi siamo famiglia di supporto. Non me la sento e non posso mettere a rischio tutti. Da qui la decisione: rimango anch’io e da subito in canonica, lontano dalla famiglia e senza niente con me.

Sembra che tutto vada per il peggio, sono solo in un posto enorme e sconosciuto e nessuno che possa venire a trovarmi. Fuori l’epidemia imperversa. Leggo le notizie sul cellulare e apprendo di tante morti specie in strutture per anziani. In televisione non si parla di altro. Penso agli ospiti della “San Lorenzo”, e penso, anche, che non posso e non debbo rassegnarmi. Così mi rimbocco le maniche e cerco di capire come uscirne al meglio.

Parto dalle cose semplici. Innanzi tutto cerco di organizzare la camera. Normalmente nelle stanze dove mi trovo si fa catechismo, non c’è niente per “abitarle”. Fortunatamente in uno sgabuzzino, assieme a tutti i vecchi lavori e lavoretti dei ragazzi dell’ACR, trovo un letto ed un materasso. Almeno posso dormire comodo, mi dico. Piano piano, cominciano ad arrivare le prime telefonate di amici che mi chiedono se ho bisogno di qualcosa. Alcuni di loro si possono spostare in sicurezza, e così mi faccio portare alcune cose da casa e un PC per collegarmi con la famiglia e il “mondo esterno”, e non per ultimo un fornellino e una moka per il caffè.

Riesco a sfruttare la connessione che c’è in parrocchia e finalmente faccio una video chiamata a casa. Spiego ai miei figli la situazione, cerco di rasserenarli mentre dico loro che per alcuni giorni non sarò fisicamente a casa. Anche i parrocchiani si fanno sentire e cercano di starmi vicino, si organizzano per farmi avere tutti i giorni qualcosa da mangiare. Ancora una volta, le buone relazioni portano sempre buoni frutti!

La distanza non annulla le cose da fare. Pur se richiuso in canonica, c’è da organizzare il lavoro della “San Lorenzo”. Assieme ai miei collaboratori e agli organi sanitari preposti mettiamo in atto tutte le procedure di sicurezza previste dalle varie normative. Non è semplice e le cose sono tante e non sempre di facile comprensione ed attuazione. Occorre anche tranquillizzare i parenti degli ospiti e spiegare loro cosa è successo e per quanto possibile farli mettere in contatto con i loro cari.

Finalmente arriva il giorno del tampone. Sono convinto di essere positivo, sono stato tanto assieme al don Vittorio e sono in un posto dove lui ha abitato fino a poche ore prima; il giorno dopo però arriva la prima buona notizia dall’inizio di questa storia: sono negativo. Questo mi rincuora, specie pensando agli ospiti della “San Lorenzo” con cui sono stato in contatto.

Le giornate passano veloci. Le varie faccende di casa, tenere pulito, pensare a cosa mangiare ecc. Il lavoro soprattutto mi occupa gran parte del tempo. La mattina la sveglia è presto e la giornata inizia con la Messa in diretta del Papa. Lui non lo sa, ma mi ha fatto tanta compagnia e mi ha dato tanta forza. Ogni giorno le sue parole di speranza sono state un grande conforto. Come la quotidiana telefonata del Vescovo. Mons. Corazza mi ha ormai ribattezzato, quando rispondo al telefono avverto il suo sorriso e sento il suo “don Cesare oggi come va?”. Nominato cappellano sul campo di battaglia contro il Covid-19.

I giorni passano e tutto procede con una normalità surreale, finché arriva la telefona che don Vittorio - il don vero - sta meglio e torna a casa. Cerco dunque di organizzare al meglio il suo rientro, preparo i locali, sistemo tutto per quel che posso, e assieme ad alcuni parrocchiani creiamo una rete che permetta a don Vittorio di avere un ambiente sereno, sicuro e confortevole. C’è chi si occuperà di cucinare, chi di lavare, chi di assisterlo nei vari bisogni, naturalmente rispettando le varie indicazioni di distanziamento e isolamento che comunque dovrà ancora mantenere finche i due tamponi negativi diranno che è tutto finito.

Ovviamente io non posso rimanere più lì. Sistemo tutto e mi trasferisco per i giorni che mancano in una stanza della struttura dove lavoro. Ancora una volta, non posso incontrare nessuno e non posso uscire, sembra veramente di stare in prigione. Fortunatamente non manca molto alla fine della mia quarantena. E così, il sabato prima di Pasqua, posso tornare a casa, riabbracciare la mia famiglia e passare la Pasqua con loro. Il più bel regalo che potessi ricevere.

Alla fine di questa vicenda, il don è guarito e gli ospiti di casa “San Lorenzo” a parte qualche disagio non hanno subito grosse ripercussioni. Alcune cose però sono rimaste: le relazioni, quelle vere, quelle che contano, quelle che ci fanno capire che non siamo soli e solo assieme possiamo uscire anche dalle situazioni più difficili. Il Signore è grande e non ci fa mancare il necessario mai. Occorre però capire cosa è indispensabile e cosa è superfluo. E per capirlo occorre entrare in relazione con Lui, diventare suoi amici. Questo periodo mi ha lascito la consapevolezza che solo attraverso una relazione autentica con il Signore e con chi ci è vicino possiamo salvarci nel corpo e soprattutto nello spirito. Dopo la Quaresima arriva sempre la Pasqua.

*Segretario del Movimento Lavoratori di Azione Cattolica della diocesi di Forlì - Bertinoro