Intervista a don Mattia Ferrari, assistente Acr e della missione di soccorso “Mediterranea”

Don Mattia, dall’Ac alla Mare Jonio

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di Paolo Seghedoni* - Tertulliano è il primo a fare della barca un simbolo esplicito della Chiesa, identificando nella nave in tempesta la Chiesa delle origini, travagliata dalle persecuzioni. Ma su una barca la Chiesa non c’era, mentre ora c’è grazie a un giovane prete modenese. Don Mattia Ferrari, appena 25 anni originario di Formigine e ora cappellano a Nonantola (nella diocesi di Modena-Nonantola), è salpato sulla Mare Jonio all’interno della missione Mediterranea. La nave, dopo una sosta a Lampedusa a causa del mare grosso, torna a salpare e almeno fino a giovedì 9 o venerdì 10 maggio sarà in Mediterraneo.
Don Mattia è anche assistente diocesano di Azione Cattolica e in particolare è assistente Acr dall’ordinazione avvenuta nel giugno del 2018.

Come mai un sacerdote finisce in mezzo al Mediterraneo su una nave di soccorso?
La mia salita a bordo nasce dalla richiesta dei ragazzi di Mediterranea di avere un prete a bordo. La richiesta fu fatta durante l’incontro tra l’allora capo missione Luca Casarini e l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Lorefice aveva espresso il suo sostegno alla missione Mediterranea e aveva risposto in modo positivo alla richiesta di avere un prete sulla nave. Doveva andare un confratello di Mestre che alla fine non ha potuto prendere parte alla missione, allora hanno chiesto a me per l’amicizia che mi lega ad alcune delle persone impegnate sulla nave. Ne ho parlato col mio vescovo, don Erio Castellucci che mi ha dato la sua autorizzazione e anche con don Gianni De Robertis, direttore di Fondazione Migrantes della Cei.

Come nasce l’amicizia con le persone della missione Mediterranea?
Della missione fanno parte alcuni centri sociali bolognesi, Tpo e Labas che tramite Ya Basta sono tra i promotori. C’è un’amicizia nata proprio a causa dell’accoglienza di alcuni migranti a Bologna, in pratica hanno aiutato alcuni migranti che conoscevamo. E’ nata un’amicizia forte e mi hanno chiesto se ero disponibile a venire.

Questa scelta era in qualche modo messa in conto o la proposta è arrivata all’improvviso?
Finché non è arrivata la richiesta onestamente non me l’aspettavo, ma dopo aver ricevuto la richiesta di partire ho accettato volentieri. Sia perché l’amicizia che è nata è, come ho detto, molto intensa, sia perché conosco diverse persone che sono arrivate proprio attraverso il mare. Raccontano storie davvero forti…

Ci può fare un esempio?
Sia a Modena che a Bologna (anche tramite l’arcivescovo Matteo Zuppi) ho avuto modo di ascoltare tante storie. In tanti mi hanno raccontato la traversata che hanno fatto, la sofferenza e i pericoli. Molti hanno parenti o amici morti durante questa traversata del Mediterraneo.

Ha messo in conto che potreste rimanere bloccati sulla nave se dovessero esserci problemi o polemiche?
Diciamo che ho messo in conto tutto e che ho fede in Dio, come tutti qui sopra abbiamo fede anche nel cuore dell’uomo. Rimanere fermi a causa del maltempo, ad esempio, sarebbe un conto, speriamo di non rimanere fermi a causa della cattiveria o della mancanza di accettazione. Tanto più sarebbe grave se avessimo a bordo dei migranti salvati dalla morte in mare.

Don Mattia, domenica scorsa ha celebrato la prima messa. Ma perché è a bordo oltre che per questo?
Domenica erano davvero in tanti alla celebrazione, ma non pretendo certo che tutti i giorni sia così, sulla nave c’è molto lavoro da svolgere. E poi dipende da come sarà il mare, se è grosso e ci sono onde (come durante la telefonata, a un certo punto l’intervista è stata interrotta perché, a causa di un’onda particolarmente alta don Mattia è scivolato, ndr) è difficile celebrare. Qui sono il cappellano di bordo, il mio compito è rappresentare la vicinanza della Chiesa sia alle persone che sono sulla nave che per i migranti che arrivano dalle coste libiche. Saremo i primi che vedranno e voglio portare loro amicizia, consolazione e sostegno spirituale.

L’associazione diocesana di Modena ha, in questi giorni, inviato un comunicato di sostegno a don Mattia, che sui social è stato fatto oggetto anche di insulti pesanti. “Questa esperienza – scrive l’Ac modenese - non è una scelta improvvisata, ma si colloca all’interno di un percorso di formazione e servizio missionario che il giovane assistente Acr sta vivendo, approvato e accompagnato dal nostro Vescovo, Don Erio Castellucci, e, in questa occasione, anche da Mons. Lorefice, vescovo di Palermo, con il benestare della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana.
Ne siamo orgogliosi e crediamo che aiuti tutti noi a riflettere e a vivere sempre più alla sequela del Signore e alla luce del Vangelo. Noi cristiani riceviamo, all’interno delle nostre comunità, un ricco nutrimento spirituale, che siamo chiamati a tradurre in scelte e gesti concreti di amore per i fratelli, in particolare di vicinanza e sostegno ai più piccoli, agli ultimi, come dice il Vangelo. Pensiamo che sia una scelta coraggiosa ma necessaria, per la Chiesa che vuole vivere il proprio ruolo nel mondo di oggi a servizio dei più fragili e di coloro che sono in difficoltà; per i laici cristiani, che vogliono leggere il fenomeno migratorio in una visione più ampia e più complessa e affermano che la dignità della persona deve stare al primo posto. Accompagniamo con la preghiera e fraterna ammirazione l'esperienza di Don Mattia”.

*Giornalista e Delegato regionale Ac Emilia-Romagna