LA STORIA DELL'AC

Home » Articoli » Unitari » Diario di un’alluvione

Una giovane di Ac racconta i giorni difficili del disastro in Emilia-Romagna

Diario di un’alluvione

Anticipazione da "Segno nel mondo". L'altruismo, la cura, la solidarietà: come un disastro diventa occasione di bene comune

Maggio 2023 sarà un periodo impossibile da dimenticare, le due alluvioni hanno cambiato fortemente il volto di Faenza e dei territori limitrofi alluvionati. Non si può scordare il colore giallastro-beige del fango depositato dalla piena in ogni meandro dei quartieri colpiti, e poi lasciato sull’asfalto dagli stivali e badili utilizzati per ripulire. Fiumana che ha ricoperto ricordi e oggetti quasi sempre in maniera irrimediabile, uscendo dagli argini dei fiumi e invadendo tutto ciò che ha incrociato nella sua pazza corsa. Il mio diario di un’alluvione racconta di come anche le folate di polvere sono difficili da dimenticare, accompagnavano i mezzi di soccorso o si alzavano con il vento, dando la percezione di essere per un attimo finiti nel deserto, sempre caratterizzate da un odore leggermente acre e penetrante.

Una comunità che si fonda nell’emergenza

Dall’altra parte sono ben stampate nella memoria gli episodi di comunità che come fiori sono nati in maniera repentina e disarmante, nonostante la forte sensazione di instabilità e disorientamento che, come melma, stava coprendo la volontà di agire e dare una mano, specie dopo la seconda alluvione avvenuta nella notte del 16 maggio.

Una “comunità” che mette insieme un gruppo di persone che hanno origini e interessi di vita comuni. Ma anche alcune persone, che tramite i social network, appartengono alla stessa “comunità virtuale”. È proprio questo “senso di comunità” che permette di distinguere un aggregato di persone da una vera e propria comunità, dove assume valore la relazione di reciprocità fra individui e comunità, e il lavoro per un progetto condiviso.

Se mi soffermo a pensare alle settimane caratterizzate dalle due alluvioni, sentirmi parte di una comunità è la percezione che più ho percepito, e di cui vorrei fare tesoro.

L’Ac, la mia casa

In primis ho potuto riscontrarla dentro l’Azione cattolica, che è diventata per me sempre più casa e luogo dove posso sperimentare il sostegno reciproco in ogni sua forma. Nella mia diocesi di Faenza-Modigliana ogni settore ha contribuito in maniera coesa e secondo le proprie possibilità e caratteristiche: il settore Giovani insieme all’Acr ha coordinato il gruppo dei volontari formato da centinaia di tesserati e persone volenterose di mettersi al servizio, ricevendo tanta fiducia e supporto da parte della Presidenza diocesana. Mentre il settore Adulti si è occupato di mantenere i contatti con le parrocchie per rimanere aggiornanti e conoscere eventuali criticità; nonché direttamente con gli aderenti Ac alluvionati, per rispondere ai bisogni e dare loro conforto.

Lo scambio di consigli fraterno e il discernimento comunitario ci hanno permesso di provare il più possibile a capire come fare bene il Bene. Inoltre è stato rigenerante la grande vicinanza ricevuta a livello regionale e nazionale (clicca qui per vedere come l’Azione cattolica nazionale ha cercato e cerca di dare un’aiuto concreto), sia tramite un effettivo supporto per agevolare il nostro lavoro, che una chiamata o direttamente con la presenza nelle strade alluvionate di gruppi di lavoro, formati da volontari Ac provenienti dalle diocesi vicine.

Questo disastro è stato sicuramente l’occasione per ricordarsi quanto sia fondamentale e non scontata la rete di legami capillare e feconda che collega il tesserato parrocchiale alla Presidenza nazionale, passando dalla diocesi di un’altra regione. Importante è stato anche notare che stavamo camminando in sintonia e comunione con la nostra diocesi e le realtà ecclesiali presenti.

I volontari di Ac

Il nostro vescovo Mario Toso non ha perso occasione per spronarci come associazione per continuare a essere presenza attiva nella rete del soccorso, invitandoci a non dimenticare gli ultimi e a metterci al servizio con sguardo umano. Il suo affetto e la sua riconoscenza ci hanno permesso di sentire che stavamo facendo bene e ci hanno incentivato a continuare a esserci, nonostante la tanta stanchezza.

Dall’altra parte come Gruppo volontari Azione cattolica diocesana, ci siamo sentiti parte integrante della città. Già dal giorno dopo la prima alluvione, avvenuta fra il 2 e il 3 maggio, ci siamo attivati per rispondere alle richieste di aiuto arrivate dal Comune: ad esempio pulendo alcuni appartamenti destinati agli alluvionati sfollati, aiutando nella distribuzione dei beni di prima necessità, organizzando da subito squadre di volontari pronti a mettersi al servizio.  

Partecipare supportando l’operato istituzionale e incrementare le già presenti alleanze con le istituzioni e le altre realtà sociali locali, ci ha ricordato quanto la “solidarietà sociale” espressa nell’art.2 della nostra Costituzione ci debba appartenere sia come associazione che singoli cittadini.

Whatsapp, mani e piedi

Infatti ci siamo sentiti coinvolti anche dopo la seconda alluvione, quando la situazione era così disastrosa che è stato necessario il coinvolgimento del volontario in maniera prettamente personale. Il gruppo WhatsApp creato appositamente per il primo episodio è continuato a essere luogo di scambio per consigli, informazioni, richieste di necessità e disponibilità di mano d’opera.

Essere in servizio per la comunità che si abita, sempre con il nostro stile discreto, ci ha fatto entrare nelle vite delle persone e nelle case distrutte dal fango, non solo per togliere e pulire dalla melma, ma con il desiderio di mettere a disposizione anche la nostra umanità e vicinanza tramite sguardi attenti e una presenza confortevole.

Certamente in quei giorni abbiamo sentito che siamo stati Azione cattolica a tutti gli effetti: camminando in comunione con la diocesi, abbiamo cercato di essere presenza proattiva nella comunità locale.

Ripartire dalle fondamenta

Con l’alluvione abbiamo sperimentato molti degli aspetti che come associazione ci caratterizzano e su cui siamo chiamati a camminare, fra cui l’essere comunità, lavorare a favore del bene comune, promuovere alleanze e relazioni che si fondano sulla vicinanza reciproca, partecipare alla vita della propria comunità ecclesiale e cittadina perché “è anche questione nostra” e ci deve interessare e stare a cuore.

Inoltre ci ha permesso di rimettere al centro il “fare” oltre che il “dire” e il “pensare”, per dare il giusto spazio alla seconda parola a cui aderiamo come tesserati, e cioè “azione”.

Questo surreale maggio 2023 e tutto il tempo che servirà per ritornare a un equilibrio stabile quotidiano, non si possono cancellare o allontanare dalla mente, ma sono ora il punto di partenza. L’alluvione ci ha spinto a superare i nostri egoismi e ad aprirci agli altri in maniera fraterna sentendo vicino la presenza confortevole e incoraggiante di Dio, che ci ha permesso di continuare nel nostro operato nonostante le fatiche.

Sono fiduciosa che dentro questa storia comune, caratterizzata da episodi di grande altruismo e speranza germogliati anche nei momenti più bui, insieme ai legami relazionali creati, continueranno a essere promotori di attenzione e vicinanza reciproca all’interno della comunità e incentivo a continuare a essere costruttori di bene comune.

*vicepresidente Giovani di Ac della diocesi di Faenza-Modigliana

Autore

Prossimo articolo

Articolo precedente