L'incontro “Mediterraneo frontiera di pace”

Dialogo e parole nuove per il Mare nostrum

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Promosso dalla Conferenza episcopale italiana, so è svolto a Bari l’incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera di pace”, al quale hanno partecipato 58 vescovi cattolici di 20 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum e che è stato chiuso dal discorso e dalla messa celebrata da Papa Francesco. Come sottolineato dal card. Gualtiero Bassetti, «ascolto e dialogo per costruire la pace è lo spirito che ha animato l’incontro», nella speranza che il Mediterraneo torni ad essere il mare attraverso cui passano storie e pace, e non le rotte dei trafficanti di armi ed esseri umani. Dal confronto, stimolato da due introduzioni e portato avanti in otto tavoli di discussione, è scaturito un documento che è stato consegnato a Francesco. Quella del dialogo è un esigenza teologica, per la Chiesa. Basti rileggere il magistero degli ultimi pontefici. E il Mediterraneo è il naturale laboratorio in cui coniugare le parole e le azioni di persone, famiglie e nazioni che si incontrano.

 

Nell’enciclica Ecclesiam suam (1964), quasi un’anticipazione della «svolta» conciliare in ecclesiologia, Paolo VI ricordava l’impegno della Chiesa di oggi ad essere «colloquium», luogo non solo della Parola ma anche dell’ascolto, segno di una carità attuale. Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in veritate (2009), ricorda che non solo Logos, ma Dia-logos è il nome del Dio cristiano. Oggi è Francesco che fin dall’inizio del suo pontificato ha posto il dialogo a motto centrale della sua missione e nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium – il testo nel quale ne viene offerta la trattazione più ampia – si fa erede delle vie indicate dal Vaticano II, praticate dai suoi predecessori e riproposte dal Sinodo del 2012 dedicato alla nuova evangelizzazione. Sia all’interno che all’esterno della Chiesa, Papa Bergoglio propone la sua «pedagogia dell’incontro» e ribadisce che proprio la centralità della missione richiede il dialogo con tutti.
Dialogo, dunque, come esigenza teologica. Prodromo all’incontro e all’accoglienza.

Dialogare, però, non significa cedere al relativismo o perdere la propria identità. Anzi. La testimonianza di Pierre Claverie, vescovo domenicano ucciso in un attentato in Algeria il 1° agosto 1996, ci aiuta a focalizzare questo compito decisivo per gruppi e minoranze attive: «Ci siamo trovati a realizzare con mezzi poveri luoghi d’incontro e piattaforme per conoscersi e comprendersi meglio, con le nostre differenze e la pesante eredità dei nostri conflitti passati e presenti. Oggi non c’è nulla di più necessario e di più urgente che creare questi luoghi umani, in cui s’impara a guardarsi in faccia, ad accettarsi, a collaborare e a mettere in comune le eredità culturali che fanno la grandezza di ognuno. La parola d’ordine della mia fede oggi è perciò dialogo. Non per tattica o per opportunismo, ma perché il dialogo è alla base del rapporto tra Dio e gli uomini e tra gli uomini stessi»[1]. Il dialogo, che valorizza le esperienze umane, cristiane e religiose diverse, con quattro attenzioni forti: a) Il dialogo della vita, che si ha quando le persone si sforzano di vivere con lo spirito aperto e pronte a farsi prossimo, condividendo le loro gioie e le loro pene, i loro problemi e le loro preoccupazioni umane. b) Il dialogo dell’azione, nel quale i cristiani e gli altri credenti collaborano per lo sviluppo integrale e per la liberazione del loro prossimo. c) Il dialogo dello scambio teologico, nel quale gli specialisti cercano di approfondire la propria comprensione delle loro rispettive eredità spirituali, e di apprezzare ciascuno i valori spirituali dell’altro. d) Il dialogo dell’esperienza religiosa, nel quale le persone, radicate nelle loro tradizioni religiose, condividono le loro ricchezze spirituali, per esempio nel campo della preghiera e della contemplazione, della fede e dei modi di ricercare Dio o l’Assoluto[2].

Dieci parole del Mediterraneo: apertura, accoglienza, incontro, dialogo, democrazia, cooperazione, tutela dei diritti, canali migratori, rispetto del creato, intercultura
Il nostro mare, il Mediterraneo, può diventare un laboratorio culturale dove si coniugano le parole e le azioni di persone, famiglie e nazioni che si incontrano. Alla luce del prossimo riassetto geopolitico europeo che si va configurando, con la nascita di macroregioni, politicamente appartenenti a più Stati, ma anche con la presenza del Gect (Gruppo europeo di cooperazione territoriale), il Mediterraneo può costituire un luogo naturale, culturale, politico, economico dove unire non solo regioni europee, ma anche di continenti diversi (Africa del Nord e Medio Oriente). Ci sono dieci parole che possono costituire il lessico su cui costruire percorsi culturali, economici, politici e sociali.

Oltre all’apertura, all’accoglienza, all’incontro e al dialogo – di cui già abbiamo parlato – è importante rileggere la democrazia. Illuminante a questo proposito è la tesi di Amartya Sen in La democrazia degli altri. Anzitutto, che la dittatura non favorisce meglio della democrazia lo sviluppo economico – e la primavera del Nord Africa lo ha dimostrato. Sen, però, afferma anche che a fare la democrazia non è semplicemente l’estensione del diritto di voto o il diritto ad essere eletti per rappresentare idee, persone o mondi economici o sociali, ma il diritto di esprimere opinioni e proposte, e, quando occorra, anche protestare. Questa è la differenza tra una vera democrazia ed una solo formale, ed anche un regime autoritario. Sen continua con il dire che la democrazia, così intesa, non è affatto un’invenzione occidentale. Esisteva in Africa, in Cina, nell’India dell’imperatore buddhista Asoka e persino in quella dei Moghul: esisteva anche quando Alessandro giunse in India. Questo significa che, nonostante tutto, anche nel Nord Africa è rimasto in questi anni un germe di democrazia nella cultura e nell’esperienza religiosa, che è cresciuto e si è manifestato.

Con la democrazia cresce la cooperazione, intesa come condivisione di risorse e non semplicemente esportazione o delocalizzazione di risorse. Cooperazione che parte dai bisogni essenziali delle persone (salute, scuola, casa), guarda a tutti (uomini e donne, giovani e adulti), ma soprattutto indica modelli ed esperienze nuove di condivisione, più che di omologazione economico-sociale.

Democrazia e cooperazione chiedono una nuova tutela dei diritti, una nuova advocacy. Nella tutela dei diritti oggi, soprattutto a partire dai paesi che si affacciano al Mediterraneo, occorre guardare alla tutela dei diritti di chi è in mobilità, non solo per lavoro, ma anche per guerra e disastri ambientali, e chiedono asilo. Non si può abbandonare ai soli canali della tratta degli esseri umani questi spostamenti, ma accompagnarli con canali umanitari. La tragedia di molte delle persone in fuga nasce anche da un non rispetto del creato, dallo sfruttamento sregolato dei beni ambientali che rendono sempre più poveri i pin via di sviluppo. Infine, una parola importante è intercultura: un rinnovato scambio culturale, un nuovo progetto culturale che guarda anche fuori dalla propria tradizione e storia per incrociare culture e storie differenti che, nella storia del Mediterraneo, hanno reso nuove le nazioni.

[1] P. Claverie, Lettere dall’Algeria, Rizzoli, Milano pp. 31-33. In un altro testo del gennaio 1996 (Humanité plurielle), Pierre Claverie scrive: «Scoprire l’altro, vivere insieme con l'altro, ascoltare l'altro, lasciarsi anche modellare dall'altro, non significa perdere la propria identità, rifiutare i propri valori, significa concepire un'umanità plurale, non esclusiva».

[2] Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, Dialogo e annuncio, 1991, n. 41.