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A 100 anni dall’assalto fascista ai sacerdoti di Sandrigo: don Giuseppe Arena, don Federigo Mistrorigo e don Francesco Regretti

Democrazia: un bene da proteggere

Nella foto don Giuseppe Arena, don Federico Mistrorigo e don Francesco Regretti
Nella foto don Giuseppe Arena, don Federico Mistrorigo e don Francesco Regretti

Noi che amiamo la democrazia, vogliamo ricordare i cento anni dall’assalto squadrista alla canonica di Sandrigo, al suo parroco don Giuseppe Arena, e a due giovani sacerdoti, don Federico Mistrorigo e don Francesco Regretti, la notte del 7 aprile 1924.

Nel vicentino le elezioni politiche del 6 aprile 1924 – le ultime prima del 1946 – non diedero al Partito fascista i risultati che esso si aspettava. A Sandrigo, in particolare, forse unico caso in Italia, vi fu una clamorosa affermazione del Partito popolare: 492 voti contro i 264 del Partito fascista.
All’indomani di questo risultato, i capi fascisti locali misero in atto una spedizione punitiva contro colui che ai loro occhi era il responsabile della sconfitta, il parroco don Giuseppe Arena. Uomo di studio e d’azione, era stato delegato vescovile per l’Azione cattolica e direttore dell’Ufficio cattolico del lavoro; soprattutto era stato e continuava ad essere in diocesi e nella sua parrocchia sostenitore e animatore dell’associazionismo cattolico, delle organizzazioni operaie, della dottrina sociale della Chiesa e della cultura scientifica, infaticabile difensore della giustizia sociale. Grazie alla collaborazione dei due cappellani aveva visto fiorire i circoli della Società della Gioventù cattolica, gli Esploratori, la Scuola di cultura cattolica.

In trecento per il vile l’assalto alla canonica

Nella notte tra il 7 e l’8 aprile, trecento squadristi, fatti venire da fuori, perché non fossero riconoscibili, presero d’assalto la canonica. Nel frattempo una soffiata aveva consentito di mettere al sicuro l’arciprete. Gli squadristi, invasa la canonica, schiaffeggiarono la sorella dell’arciprete, bastonarono a sangue il cappellano don Federico Mistrorigo e lo trascinarono a pugni e calci in piazza davanti al loro capo, che riconobbe non essere lui l’arciprete. S’impadronirono delle chiavi dei cancelli della canonica, affermando che sarebbero servite per un’altra volta, e si diressero al Patronato Ruffini, sperando di trovarvi lì don Arena.
Trovarono l’altro cappellano, il direttore del patronato, don Francesco Regretti: lo fecero uscire col pretesto della richiesta di un malato, trascinarono anche lui in piazza, lo strapparono dalle mani dei carabinieri presso i quali si era accostato, lo caricarono a forza in un automezzo e lo trasportarono a 26 chilometri di distanza, dove lo abbandonarono tramortito e sconvolto in aperta campagna, non senza prima avergli orinato addosso. Il trauma psicologico e una sofferenza cardiaca lo segnarono per tutta la vita. Con minacce gli fu imposto di non denunciare alla giustizia né di diffondere la notizia.

Il coraggio di costituirsi parte civile

Ma i tre preti si costituirono parte civile contro il capo fascista e contro la banda di ignoti capeggiata, sembra, dallo stesso squadrista accusato dell’omicidio di Giacomo Matteotti. Questo, almeno, è quanto risulta da una lettera indirizzata molti anni dopo, nel ’47, per dovere di giustizia, dallo stesso don Mistrorigo al presidente della Corte d’Assise di Roma dove si celebrava il processo per il delitto Matteotti.

Il vescovo Ferdinando Rodolfi la domenica successiva all’assalto scomunicava davanti alla popolazione riunita in Chiesa gli organizzatori e gli esecutori della spedizione.

Questi i fatti, a lungo tristemente noti anche fuori dal circondario. A cento anni di distanza, quando ormai non ci sono più testimoni diretti, e al tempo stesso sembra messo talvolta in discussione, nelle parole e nei fatti, l’antifascismo, è sembrato doveroso all’Azione cattolica parrocchiale di Sandrigo di ricordare quella notte di terrore, con l’aiuto degli storici Alba Lazzaretto e Mariano Nardello, accademici olimpici, e rendere omaggio ai giovani sacerdoti brutalmente colpiti.

Questi sono tempi diversi, ma la democrazia è un bene da proteggere

Che cosa dice oggi a noi questa vicenda? Oltre alla commozione e al ribrezzo che suscita la lettura delle cronache dei fatti, risulta evidente che, pur tra tante contraddizioni, nel nostro Paese viviamo ora tempi decisamente più sereni. Ci pensiamo? Trecento squadristi, non tre, all’assalto di un prete! Cosa avrà provato in quei 26 chilometri don Regretti, lui che aveva studiato a Bergamo, alla Scuola di Cultura sociale, con don Giovani Minzoni, assassinato proprio l’estate precedente ad Argenta dai fascisti? E poi c’è il valore della testimonianza: quei tre preti ebbero il coraggio di costituirsi parte civile; il vescovo ebbe la forza di prendere ripetutamente posizione. E ancora, i cittadini di Sandrigo erano riusciti ad opporsi alla propaganda violenta e ad esprimere un voto diverso. Esempio di resistenza e democrazia.

Don Federico e don Francesco portarono i segni dell’aggressione per tutta la vita, che, però, spesero a fare grandi cose anche negli anni successivi. A don Regretti, tra l’altro, deve gratitudine l’Ac nazionale: egli diresse tra il 1930 e il 1940 le riviste dell’Associazione e ideò il mitico Vittorioso. Gli attestati di affetto e ammirazione inviati alla sua morte, avvenuta nel 1957, da personalità come il cardinale Dalla Costa, monsignor Montini, Giorgio La Pira, Vittorino Veronese e da Francesca De Gasperi dicono la statura dell’uomo. Noi ad entrambi i cappellani dobbiamo il dono della democrazia e della libertà su cui vigilare ogni giorno.

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