Via libera del Parlamento europeo alla direttiva sul copyright

Democrazia e diritto (d’autore)

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Il Parlamento europeo ha approvata in via definitiva la direttiva sul copyright. Il testo frutto di tre anni di discussioni spesso aspre sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale entro un mese, per poi essere recepito entro due anni dai Paesi membri Ue. Le regole della precedente protezione del diritto d’autore risalgono al 2001, quando ancora i grandi colossi come Google e Facebook non dominavano le modalità di accesso e distribuzione dei contenuti autorali. La novità è grande, poiché in ballo c’è molto e riguarda tutti, non solo gli addetti ai lavori: da una parte, gli editori di contenuti, e cioè giornali, case editrici, case discografiche o cinematografiche e via discorrendo, e dall’altra, le piattaforme come Google e Facebook che già da molto tempo si spartiscono il mercato della pubblicità online (circa 50miliardi di euro all’anno solo in Europa) anche grazie alla distribuzione dei contenuti prodotti e, dunque spesso pagati, da altri.
Il difficile obiettivo della direttiva è l’intervento prima che il contenuto sia consultato online, a fronte di una ragionevole certezza (informatica) che violi le regole. Imporlo per legge, lamentano Google, Facebook, Youtube e quant’altri, rischia di stravolgere il loro funzionamento e la pubblicazione autonoma, massiccia e costante da parte degli utenti. Da parte loro, gli editori rivendicano il sacrosanto diritto di monetizzare gli sforzi e gli investimenti economici e creativi del loro lavoro senza dover rinunciare all’esponenzialità dei rimbalzi caratteristica della diffusione su Internet.
I nodi che restano ancora allacciati: gli articoli 15 (ex art. 11 della prima bozza) e 17 (ex articolo 13 della prima bozza) della direttiva. Quest’ultimo, in particolare, rende le piattaforme responsabili di quanto viene caricato, senza richiedere esplicitamente alcun monitoraggio preventivo. In sostanza, per ospitare contenuti protetti dal copyright, i vari Google, Facebook, Youtube e analoghi devono accordarsi con i detentori dei diritti e soddisfare le loro richieste. Se non lo fanno – secondo le nuove norme - devono dimostrare di aver compiuto «i massimi sforzi» per riuscirci e per scongiurare ulteriori caricamenti e devono agire «tempestivamente» per rimuovere il materiale illecito. Si capisce che il confine è labile e i margini di interpretazione della direttiva troppo ampi per essere incisivi. Di certo, i singoli Stati Ue avranno molto spazio su cui manovrare ed è ipotizzabile una foresta di norme nazionali destinate a creare conflitti tra i soggetti che agisco sul piano sovranazionale, cioè tutti i big del tech.
Per quanto riguarda l’articolo 15 e i giornali, l’obiettivo iniziale della direttiva era quello di imporre a chi usava estratti degli articoli (gli snippet) di pagare i detentori dei diritti. Esempio classico è Google News, che guadagna grazie all’organizzazione delle altrui notizie e garantisce visibilità alle stesse, gli editori di giornali. Anche questa norma è però molto zoppicante: nel segnalare che non bisognerà pattuire alcun compenso per «singole parole» ed «estratti molto brevi», lascia tali definizioni incerte nella sostanza: di fatto lasciando a chi pubblica la facoltà di autolimitarsi (sic!).