A proposito del declino demografico italiano

Del numero e della forza

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L’Italia vede assottigliarsi costantemente la sua componente giovanile e accrescersi quella anziana, senza più essere in grado di assicurare un benché minimo ricambio generazionale. Il declino demografico del nostro paese, certificato recentemente dai dati Istat, è cosa seria e dalle serie conseguenze e richiede un rilievo primario nell’agenda politica. A partire da quattro linee di fondo: l’equità nell’imposizione fiscale e nelle politiche tariffarie; la conciliazione famiglia-lavoro; i contratti di lavoro con contenuto relazionale, prevedendo l’offerta di servizi per i tempi di cura e di assistenza familiare; le politiche abitative su misura.

Che la demografia nel nostro Paese non sia una scienza popolare, quando non venga percepita in maniera del tutto distorta come un metodo di contrasto alle ipotetiche minacce di una presunta sovrappopolazione, è un fatto abbastanza noto.
Da un lato, essa sconta l’effetto di rigetto nei confronti delle cosiddette campagne demografiche portate avanti dalla propaganda di un regime, la cui memoria, pure a settanta-ottant’anni da quegli eventi, si è sedimentata nell’inconscio collettivo in associazione con una forma di governo autoritaria e illiberale; dall’altro, essa risente dell’influsso deleterio di un malthusianesimo volgarizzato, dove la preoccupazione dominante è quella di ridurre i partecipanti alla divisione della torta costituita da un benessere visto sempre a rischio di esaurimento.
Ora, se slogan tipo «il numero fa la forza» altro non sono che un’espressione di materialismo sguaiato, quasi parlassimo di carne all’ammasso da usare per i campi o per la guerra, anche quelli tipo «meno si è meglio si sta» riflettono una visione non solo egoistica, ma miope e di breve durata dello sviluppo umano, quasi pretendendo di fermare la storia per tutelare la propria condizione di minoranza privilegiata per il livello di benessere raggiunto.
Le conseguenze di questa prevalente modalità di comportamento collettivo sono ciò che sottendono all’andamento demografico del nostro Paese: la diminuzione delle nascite e i mutamenti delle strutture familiari, la sconfitta della mortalità precoce e l’invecchiamento della popolazione, le conseguenze demografiche dell’aborto, il ritardo nel passaggio all’età adulta, la disoccupazione giovanile, le difficoltà delle coppie giovani e di quelle numerose, i problemi della conciliazione fra cura dei figli e lavoro, il passaggio dell’Italia da Paese di emigrazione, che peraltro riaffiora oggi in alcune fasce giovanili a più elevata istruzione, a Paese di immigrazione.
Ne risultano con chiarezza i termini del declino demografico di un'Italia che vede assottigliarsi costantemente la sua componente giovanile e accrescersi quella anziana, senza più essere in grado di assicurare un benché minimo ricambio generazionale.
Ci si potrebbe tuttavia chiedere per quali motivi la questione demografica debba avere un rilievo primario nell’agenda politica, soprattutto in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando. Senza pretendere di esaurire il tema in poche righe, basta riflettere all’impatto di trasformazioni così imponenti come quelle avvenute, dove i nonni sono più dei nipoti e le nascite inferiori ai decessi, sulla sostenibilità del nostro sistema di sicurezza sociale sui diversi versanti: previdenziale, sanitario e socio-assistenziale.
Né pare credibile che l’immigrazione possa far fronte agli impegni che derivano sul piano finanziario da tale situazione se non in termini provvisori, stante la tendenza degli immigrati ad adeguarsi rapidamente agli stereotipi culturali espressi dalla componente autoctona, come attesta la diminuzione dei tassi di natalità a loro riferibili dopo qualche anno di permanenza in Italia.
Naturalmente non è soltanto il timore circa il futuro del nostro welfare che deve favorire l’adozione di politiche positive su una materia per la quale, a dire il vero, l’aggettivo demografico non può essere inteso in termini angusti e meramente quantitativi. Occorre intrecciare le politiche familiari con quelle per i giovani, per le donne e per gli anziani vitali, inserendole nel quadro più generale delle politiche educative, del lavoro e dell’innovazione sociale.
Accanto a una proposta complessivamente di ampio respiro, che mira a invertire un trend di sviluppo pericolosamente bloccato, serve interpellare le agenzie che influenzano la formazione dell’opinione pubblica, mettendole di fronte alle loro più che documentate responsabilità nella promozione di una cultura collettiva idonea a sostenere natalità e famiglia come «beni comuni» indispensabili per supportare il futuro di una società giunta a uno stadio per molti versi pericoloso di destrutturazione.
Insomma, l’obiettivo del riequilibrio demografico è un bene comune da perseguire, in analogia con Paesi a noi simili, sviluppando una serie di indicazioni propositive tanto a livello di interventi pubblici volti a eliminare le difficoltà di ordine economico e sociale che si frappongono al desiderio delle coppie di avere dei figli, quanto al livello della mentalità e della cultura sociale che condizionano il comportamento demografico.
Servono soluzioni a partire da un nuovo welfare: relazionale, in quanto rivolto alle relazioni familiari e non solo agli individui come tali; sussidiario, in quanto sostiene la domanda di servizi da parte delle famiglie e la loro capacità di scelta; societario, in quanto la mobilitazione di risorse per le famiglie deve venire non solo dagli apparati pubblici, ma coinvolgere i soggetti della società civile (associazioni, volontariato, terzo settore).
Una vera e propria strategia di supporto alla famiglia, dunque, non può che sviluppare su quattro linee di fondo: l’equità nell’imposizione fiscale e nelle politiche tariffarie; la conciliazione famiglia-lavoro; i contratti di lavoro con contenuto relazionale, prevedendo l’offerta di servizi per i tempi di cura e di assistenza familiare; le politiche abitative su misura.
Aspetti di ordine socioeconomico e aspetti di ordine motivazionale e socioculturale interagiscono fra di loro nel causare quello che viene indicato come un vero e proprio «declino » destinato a riflettersi negativamente negli ambiti più disparati della società. Abbiamo tutti la sensazione di trovarci alla fine di un ciclo di sviluppo che tanto ci ha dato, ma rischia ora di implodere su se stesso. Per riaprirne un altro occorrono nuove idee, nuovi obiettivi, una nuova volontà di crescita: e tutto questo passa anche dal dare vita a uomini nuovi.
La demografia, intesa nella sua accezione più ampia, diviene quindi uno dei passaggi obbligati per un programma di ricostruzione di una società capace ancora di aprirsi al futuro: senza subirlo passivamente, ma esprimendo, invece, idee, valori, passioni idonee a sostenere un ruolo attivo del nostro Paese nel grande concerto dell’umanità planetaria.