I venticinque anni delle Scuole cattoliche interetniche e interreligiose per l’Europa

Da Sarajevo, una grande lezione di pace

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In occasione del venticinquesimo anniversario della nascita della felice esperienza delle Scuole cattoliche interetniche e interreligiose per l’Europa in Bosnia-Erzegovina, una delegazione dell’Azione cattolica italiana, guidata dal Presidente Matteo Truffelli, si è recata a Sarajevo dal 15 al 20 novembre. Nell’ambito dei festeggiamenti si è tenuto un seminario di formazione per insegnanti con una relazione del Presidente nazionale Ac che qui di seguito vi proponiamo. L’incontro è stato occasione propizia per promuovere l’Ac in Bosnia e per ringraziare mons. Pero Sudar, già vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Vrhbosna-Sarajevo, della sua amicizia, nata in occasione della candidatura dei bambini di Sarajevo al premio Nobel per la pace da parte dell’Acr, e del suo sostegno alle Scuole che oggi accolgono più di 4.000 studenti, sostenuti anche dai molti gemellaggi tra diocesi italiane e parrocchie di Sarajevo. La photogallery

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di Matteo Truffelli* - Desidero innanzitutto ringraziare davvero di cuore tutti voi, e in particolare mons. Pero Sudar, per avermi e averci invitati (sono infatti qui con mia moglie, Francesca, e una delegazione della Presidenza nazionale dell’Azione cattolica) in questi giorni per voi tanto importanti.

È per me e per tutta l’Azione cattolica italiana un piacere e un grande onore, perché ho e abbiamo sempre guardato all’esperienza delle Scuole cattoliche interetniche per l’Europa con grandissima ammirazione, oltre che con amicizia. Perché abbiamo sempre avuto ben chiaro, negli anni della guerra e in tutti quelli seguenti, che queste scuole rappresentavano e rappresentano un’esperienza esemplare di Vangelo vissuto, incarnato nella Storia, nella vita di un popolo. Rappresentano per tutti i credenti di ogni fede una traduzione esemplare di cosa significa in concreto “amare Dio e amare gli uomini”.

L’intuizione profetica di fronteggiare una guerra sorta con l’intento di sancire l’impossibilità di stare insieme scommettendo, invece, sulla promozione della convivenza e del rispetto reciproco a partire dalle giovani generazioni rappresentava e rappresenta, per noi che coltiviamo il servizio educativo come dimensione essenziale del nostro impegno nel mondo, una testimonianza straordinaria di cosa significhi credere nell’importanza di gettare seme buono, avere fiducia nell’uomo anche quando gli uomini sembrano smarrire la loro umanità, lottare per quello in cui si crede senza lasciarsi sopraffare dallo scoraggiamento. Una lezione esemplare da tanti punti di vista, quello ecclesiale, quello civile, quello culturale.

Mi è stato chiesto di raccontare perché l’Azione cattolica ha scelto 25 anni fa e continua a scegliere oggi di sostenere le Scuole interetniche per l’Europa.

Naturalmente io non ero tra coloro che presero quella decisione. Allora avevo poco più di 20 anni, e avrei messo piede per la prima volta nel nostro centro nazionale di Roma solo qualche anno più tardi. Sono qui con me, però, alcune delle persone che ebbero allora un ruolo decisivo nel portare l’Ac a compiere questa scelta: a loro oggi va il ringraziamento mio personale e di tutta l’Azione cattolica, e credo anche vostro, perché con quella proposta hanno fatto esattamente ciò che Papa Francesco definisce avviare un processo: «Si tratta», scrive il Papa al n. 223 di Evangelii gaudium, «di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. […] A volte mi domando» - aggiunge «chi sono quelli che nel mondo attuale si preoccupano realmente di dar vita a processi che costruiscano un popolo, più che ottenere risultati immediati che producano una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana. La storia forse li giudicherà con quel criterio che enunciava Romano Guardini: “L’unico modello per valutare con successo un’epoca è domandare fino a che punto si sviluppa in essa e raggiunge un’autentica ragion d’essere la pienezza dell’esistenza umana, in accordo con il carattere peculiare e le possibilità della medesima epoca”». Credo che si possa dire con sicurezza che chi 25 anni fa ha dato vita alla prima Scuola cattolica interetnica ha decisamente scelto, in un momento in cui forse poteva sembrare impossibile, di avviare un processo. Un processo destinato a generare frutti, a costruire davvero la storia. E un piccolo processo lo ha avviato anche la dirigenza dell’Azione cattolica di allora, scegliendo di sostenere le vostre scuole: ha dato avvio a un processo per noi prezioso, che ha portato ad avviare tante altre iniziative belle, ha creato legami tra le persone e tra le comunità, tra l’associazione e le Chiese locali, della Bosnia-Erzegovina e non solo. Legami che in questi anni sono diventati amicizia, solidarietà, e ci hanno aiutato a tenere gli occhi aperti sulla realtà, a farci interpellare come credenti e come cittadini dagli eventi del nostro tempo.

Provare ad esprimere, come potevamo, la nostra vicinanza alla Chiesa e alla popolazione di Sarajevo ci ha insegnato moltissimo. Ci ha aiutato e ci aiuta a non distogliere lo sguardo da ciò che accadeva e accade attorno a noi, al di là dei confini del nostro Paese, in mezzo al mare che ci circonda e sulle rive dei Paesi che si affacciano su di esso. Ci ha educato a una forma nuova di fraternità, che passa attraverso il legame con una terra, un villaggio, una diocesi, una parrocchia.

Per di più, quelli erano anche i tempi, per l’Azione cattolica, in cui muoveva i primi passi il coordinamento delle tante Ac esistenti nel mondo, il Fiac, Forum Internazionale di Azione cattolica, sorto proprio nel 1991. Si trattava di imparare a camminare insieme facendo qualche pezzo di strada in comune, pur nella notevole differenza che c’era tra le diverse esperienze nazionali e continentali.

Soprattutto per le Ac dell’Europa, imparare a conoscersi e a lavorare insieme avendo il cuore rivolto a Sarajevo è stata una grande lezione, perché ci ha insegnato a vedere nella differenza una ricchezza, invece che un ostacolo, e nella fatica e nel dolore di chi vive in condizioni difficili, e nel caso della Bosnia-Erzegovina drammatiche, una ferita per tutti. Ci ha aiutato a riscoprire la fraternità come impronta del vangelo nel mondo, ci ha insegnato a leggere con occhi nuovi il senso del “farci prossimi”. É anche per questo che oggi sono tantissime le nostre associazioni diocesane che coltivano legami di amicizia e solidarietà con parrocchie, diocesi, territori dei Paesi con cui nel tempo siamo entrati in contatto, specialmente quelli più colpiti dalla violenza. Un legame coltivato nel tempo, che ci ha insegnato il valore della fedeltà, di una vicinanza magari esile o poco visibile, ma continua negli anni, attraverso le generazioni.

Penso a diversi gemellaggi che sono nati allora e che continuano ancora oggi, a partire da quelli che ci legano a questa terra: ad esempio quello nato tra l’Azione cattolica della mia diocesi, Parma, e la parrocchia di Garevac, dove da molti anni ogni estate si reca un piccolo gruppo di nostri giovani. Ma penso anche ad altri Paesi: l’Albania, dove avrò la gioia di tornare per la terza volta tra una ventina di giorni per rinsaldare la collaborazione che va avanti ormai da molti anni tra la Chiesa albanese, nel cui grembo sta nascendo l’Azione cattolica, e diverse associazioni di diocesi italiane. E penso alla terra a cui tutti siamo legati, la Terra Santa, con cui esiste un filo di amicizia solido, duraturo, che ci ha spinto a scegliere una casa di accoglienza per bambini con gravi problemi fisici e pischici di Betlemme come luogo di servizio per i nostri volontari, come segno di gratitudine per i 150 anni di vita della nostra associazione, che abbiamo festeggiato nel 2017.

Ho detto poco fa che non sono stato tra coloro che, venticinque anni fa, hanno concorso alla decisione di sostenere le vostre Scuole, ma ricordo molto bene quegli anni, ricordo il coinvolgimento immediato e lo spirito di condivisione con cui tutte le associazioni diocesane si sentirono coinvolte nel progetto. E ricordo bene che tutti quanti, nelle diocesi, nelle parrocchie dove c’era l’Ac, sentivamo fortissimo il bisogno di esprimere attraverso di esso un senso di vicinanza, di affetto, che non avremmo saputo in che altro modo trasmettervi. Ricordo molto bene il grido lanciato da Papa Giovanni Paolo II nel gennaio del 1994: «Mi smo s vama!: ­Siamo con voi, sempre più saremo con voi!» In quel grido ci riconoscemmo tutti, tutti noi imparammo quella frase nella vostra lingua, e tutti avremmo voluto che giungesse fino a voi la nostra voce per non farvi sentire soli.

Ci sentivamo colpevoli. Per l’indifferenza e la freddezza dei nostri governi e dell’opinione pubblica di allora. Come oggi ci sentiamo responsabili per l’indifferenza con cui abbiamo permesso e ancora permettiamo che il Mediterraneo sia diventato un grande cimitero, o non piangiamo per la guerra che si sta combattendo, ancora una volta, non lontano dalle porte dell’Europa, e per i tanti conflitti e le tante ingiustizie che si compiono nel mondo.
Ci sentivamo così. Sentivamo di voler trovare un modo per dire anche noi «vi siamo vicini».
E come spesso succede in questi frangenti, in testa a tutti c’erano i più piccoli, i bambini e i ragazzi dell’Acr.

La prima iniziativa che prendemmo a sostegno del popolo e dei ragazzi bosniaci fu nel gennaio del 1994, prima ancora di venire a sapere che la Chiesa cattolica stava dando vita alle Scuole interetniche per l’Europa. Come ogni anno, nel mese di gennaio ricorreva quello che noi chiamiamo il “mese della pace”, in cui l’Azione Cattolica tutta, ma in modo particolare i ragazzi dell’Azione cattolica dei ragazzi, riflettono sui temi della giustizia, della solidarietà e della pace a partire dal Messaggio del Papa per la giornata del 1 gennaio, che Paolo VI volle dedicata alla pace.

Per scuotere l’indifferenza, per suscitare interesse e attenzione sul martirio di Sarajevo, per accompagnare come ci sembrava possibile le grandi sofferenze dei suoi abitanti, l’Acr si fece promotrice di una campagna per la candidatura dei bambini di Sarajevo al premio Nobel per la pace. La convinzione che ci spingeva era che il sangue innocente versato avrebbe potuto essere fondamento di un cambiamento, di un mondo di pace.

Chiedemmo allora ai bambini e ai ragazzi dell’Acr di compilare e spedire al nostro Centro nazionale delle apposite cartoline (allora, in un certo senso per fortuna, non c’erano ancora i social...), in cui ognuno di loro diceva il motivo per cui voleva che il Nobel venisse assegnato ai bambini di Sarajevo. In un mese arrivarono a Roma oltre 134.000 cartoline. Accompagnate dalle motivazioni, ma anche da preghiere, da espressioni di amicizia, di solidarietà.

La candidatura fu poi concretamente inviata al Comitato di Oslo da una deputata italiana che si era interessata alla cosa, e a Oslo furono mandati 3 album dossier per testimoniare - attraverso un campione significativo di quelle cartoline - la partecipazione e i contenuti di quella nostra iniziativa.

Non arrivò il Nobel, ma ormai si era creato un legame tra i nostri bambini e ragazzi e Sarajevo.

Ci fu poi un’occasione provvidenziale, che ci ha permesso di dare seguito al desiderio di continuare a fare qualcosa per Sarajevo. Il 26 novembre 1994, in occasione della creazione di mons. Puljic a Cardinale, Maria Grazia e Vito incrociarono quasi casualmente mons. Sudar, favoriti dal suo fluente italiano. Gli raccontarono l’iniziativa delle cartoline e gli espressero il desiderio di poter fare qualcosa di più e di più concreto. Fu allora che mons. Sudar raccontò loro dell’apertura – avvenuta da poche settimane – della prima Scuola interetnica.

Un incontro provvidenziale. Da subito, l’Azione cattolica italiana ha visto nella scelta di dare vita a una scuola interetnica un gesto di rottura da parte della Chiesa cattolica nei confronti di chi voleva la divisione attraverso la guerra e la violenza come un “segno dei tempi”. Un gesto di grande coraggio, profetico nel senso più profondo del termine, perché sapeva leggere la storia in tutta la sua drammaticità ma sapeva anche intravedere dentro il travaglio degli eventi la possibilità di gettare un seme di speranza.

Fu così che tutta l’Azione cattolica decise di mantenere viva la propria attenzione e di esprimere la propria vicinanza alla popolazione assediata di Sarajevo attraverso il sostegno al progetto della Scuola.

Dopo di allora ci sono state tante occasioni per consolidare il legame che era nato. Dalla prima venuta a Sarajevo di Vito e Maria Grazia, nel febbraio 1995, fino all’incontro continentale sul tema “Per un’Europa fraterna”, che si è svolto qui nel settembre del 2003. Un incontro importante per le Ac di tutto il continente, cui parteciparono rappresentanti di 11 paesi, che nel documento finale ribadivano: «In questa città simbolo di pace che tutti amiamo abbiamo invocato il Signore della pace perché, grazie all’azione del Suo Spirito, illumini il cammino che stiamo costruendo per un’Europa in pace, un’Europa dove regni la giustizia, un’Europa dove abiti la fraternità». E ancora, più di recente, nel 2017, un gruppo di ex responsabili nazionali dell’Azione cattolica italiana sono voluti tornare a Sarajevo, a Tuzla e a Stup, per riabbracciare vecchi amici e ripetere che potete contare su di noi, perché Sarajevo è nel cuore dell’Azione Cattolica italiana e di tutte le Ac del continente europeo.

Questo è quello che oggi sono venuto a ridirvi, con forza: potete ancora contare su di noi. Sulla nostra vicinanza, sulla nostra amicizia, sulla nostra ammirazione. Sul nostro aiuto, per quello che possiamo fare.

Perché siamo fortissimamente convinti che ancora oggi la scelta di portare avanti le Scuole interetniche per l’Europa è il modo migliore per riaffermare che è possibile costruire ciò che la violenza cerca sempre di distruggere, ciò che il potere tirannico tenta sempre di impedire, ciò che la guerra ha cercato di negare: che è possibile vivere insieme, in pace, tra diversi. Tra religioni, tradizioni, convinzioni politiche diverse. E che fuori da questo orizzonte non c’è futuro di giustizia e di pace, ma solo prevaricazione da parte del più forte.

È importante ribadirlo, non a parole, ma in maniera concreta. Attraverso dei segni tangibili, capaci di cambiare il presente e soprattutto il futuro. E la maniera più concreta per farlo è puntare su ciò che più di ogni altra cosa concorre a costruire il futuro: l’educazione, l’istruzione, la formazione di un bagaglio di conoscenze, di pensiero, di esperienze di vita buona, di umanità.

È importante ribadirlo qui, oggi, dove le cicatrici non si sono ancora rimarginate dentro le coscienze delle persone e delle comunità. E dove tutto ha una valenza particolare, non solo per voi che abitate questa terra bellissima e profondamente ferita, ma per tutta l’Europa.

Oggi, infatti, è importante per tutta l’Europa tornare a riaffermare con convinzione che non dobbiamo smettere di credere nella possibilità di una convivenza pacifica e reciprocamente arricchente tra religioni, culture e tradizioni differenti. È importante ridirlo con forza in un’Europa che sente pericolosamente scricchiolare l’impalcatura delle proprie istituzioni comunitarie, sfidate dalla forza crescente di spinte disgregatrici, dal riemergere di forme di egoismo nazionale che speravamo superate per sempre, da rancori e rivendicazioni spesso mascherati con tinte religiose, in cui la fede viene svuotata della sua forza umanizzante per essere cinicamente ridotta a puro e semplice dato identitario, a uno strumento di odio e di divisione, invece che a sorgente di amore e di accoglienza reciproca.

L’unica strada che abbiamo davanti, in Europa come nel mondo, è quella del dialogo, della promozione di una cultura della convivenza e del rispetto reciproco, in cui la differenza non sia più percepita come un pericolo o un ostacolo insormontabile, ma come un fattore di arricchimento per tutti. È quello che Papa Francesco ha detto proprio qui a Sarajevo, durante la sua visita del 2015: «il dialogo è una scuola di umanità e un fattore di unità, che aiuta a costruire una società fondata sulla tolleranza e il mutuo rispetto». In una stagione profondamente segnata dai legittimi timori suscitati dalle grandi trasformazioni politiche e culturali portate dalla globalizzazione e dagli squilibri demografici, climatici ed economici mondiali, abbiamo bisogno di tornare a dirci che “siamo tutti sulla stessa barca”, e che potremo sopravvivere solo se troveremo un modo per convivere.

Una convivenza vera, che non omologa, ma si fonda sulla reciproca disponibilità ad accettarsi e a rispettarsi nelle proprie differenze. È questa la sola strada che possiamo percorrere, se vogliamo avere un futuro di pace e non di violenza, di benessere e non di devastazione, di serenità e non di odio reciproco. Viviamo in un tempo ricco di straordinarie opportunità, in cui gli strumenti della tecnologia ci consentono di comunicare con incredibile velocità e facilità, in cui ogni giorno impariamo sempre di più a combattere malattie che ritenevamo invincibili, e in cui milioni di giovani hanno dimostrato tante volte di sapersi mobilitare per cause nobili, come proteggere il futuro del pianeta. E tuttavia viviamo anche una stagione di grandi tensioni e fratture all’interno e all’esterno degli stati e delle nazioni. Basta guardare alla Spagna, al Regno Unito, o alla mia Italia. E a molti stati dell’Europa dell’Est. Ma anche fuori del continente: pensiamo al Cile, al Venezuela, ai tanti stati africani ancora lacerati da conflitti interni ed esterni. Spinte che inevitabilmente si accentuano lungo i territori di confine, là dove più facilmente vengono a contatto popolazioni portatrici di culture, interessi, modi di vivere differenti e a volte contrastanti. Popoli e stati destinati a scontrarsi, se non impareranno a incontrarsi.

Lo dico con pudore e rispetto, parlando a voi, ma lo dico pensando alla mia Italia e a diversi stati europei, in cui stanno emergendo in maniera allarmante segnali di ripresa di sentimenti xenofobi, e dove hanno crescente successo forze politiche che costruiscono la proprio affermazione elettorale sopra le paure e il senso di disorientamento che la globalizzazione ha portato con sé, facendosi interpreti di una mentalità in cui prevalgono sentimenti di odio e di chiusura, di difesa egoistica dei privilegi e della sicurezza privata a discapito della giustizia e della solidarietà, senza preoccuparsi dei danni che provocano sgretolando il tessuto della convivenza civile. Lo dico pensando allo scenario internazionale, in cui sembrano prevalere spinte isolazionistiche che rischiano di dividere le strade di Paesi storicamente amici, e progetti di egemonia portati avanti senza scrupoli. O progetti di arroccamento identitario, portati avanti nell’illusione che la costruzione di nuovi muri o nuove recinzioni di filo spinato possano davvero fermare la storia, respingere un’umanità disperata che fugge dalla fame e dalla guerra. Lo dico pensando all’Unione Europea, che da troppo tempo, ormai, si dimostra incapace di affrontare il fenomeno delle migrazioni in quella maniera corale e aperta al futuro che consentirebbe di farne un’opportunità di crescita e di attuazione dei principi di umanizzazione che sono alla base del processo di unificazione, invece che una tragedia fatta di ingiustizia, mancanza di misericordia e sfruttamento.

Bisogna dimostrare che la convivenza tra le differenze è una strada possibile, che è l’unica strada possibile, nonostante tutti gli ostacoli che possono renderla difficile da percorrere. Ed è una strada che parte sempre dallo stesso punto: dalla frequentazione reciproca, l’incontro tra persone, volti, nomi e storie diverse, per superare insieme le ragioni di estraneità, di diffidenza, di timore reciproco. E poi dall’educazione, dalla conoscenza che aiuta a intravedere un futuro diverso, migliore di quello che a volte può sembrare essere già scritto. Lo ha ricordato con forza Papa Francesco a tutta l’Europa, quando è intervenuto al Parlamento europeo di Strasburgo: «Dare speranza all’Europa non significa solo riconoscere la centralità della persona umana, ma implica anche favorirne le doti. Si tratta perciò di investire su di essa e sugli ambiti in cui i suoi talenti si formano e portano frutto. Il primo ambito è sicuramente quello dell’educazione, a partire dalla famiglia […]. Accanto alla famiglia vi sono le istituzioni educative: scuole e università. L’educazione non può limitarsi a fornire un insieme di conoscenze tecniche, bensì deve favorire il più complesso processo di crescita della persona umana nella sua totalità. I giovani di oggi chiedono di poter avere una formazione adeguata e completa per guardare al futuro con speranza, piuttosto che con disillusione».

È per questo che l’Azione cattolica italiana è convinta che le vostre Scuole interetniche per l’Europa rappresentino, ancora oggi, una proposta profetica in cui bisogna continuare a credere. Ed è per questo che siamo qui a ripetere ancora una volta: «Siamo con voi, sempre più saremo con voi: mi smo s vama!».

*Intervento di Matteo Truffelli, Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, al seminario di formazione per insegnanti promosso nell’ambito dell’incontro per i 25 anni di amicizia dell’Ac italiana con Sarajevo (1994-2019) e di sostegno alle Scuole cattoliche interetniche e interreligiose per l’Europa – Sarajevo, 15-20 novembre 2019