È scontro senza tregua in seno alla maggioranza di Governo

Crisi continua. E il Paese?

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«C’era una volta un patto. E poi ce ne fu un altro e un altro ancora». In genere cominciano così le cronache (e qualche volta anche le favole) politiche. Un vertice dopo l’altro, un “penultimatum” dopo l’altro. Il contratto Lega-M5s è ancora in piedi? E il premier Conte (Giuseppe non Antonio) che peso ha nello “spogliatoio” di Palazzo Chigi? L’Europa uscita dalle urne qualche giorno fa, ci sarà ancora amica: “si sfora oppure no”?
Vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà. Certo è che il futuro dell’attuale Governo, la prospettiva della legislatura e il destino dell’attuale maggioranza dipendono ormai da troppe variabili “impazzite”, come una maionese che non piace più a nessuno. Non è da escludere che anche il Presidente Mattarella possa averne abbastanza di quella che sembra ai più una lite continua, si grida tanto da ogni pulpito mediatico per lo più tralasciando di governare il Paese.
Il dato su cui riflettere è che volente o nolente la politica italiana vive, oggi come ieri, in un clima di perenne emergenza, di costante “crisi”, tranne poi non riuscire a trovare, per le sue “crisi” e le sue “verifiche”, un esito che vada alla radice dei nodi giunti al pettine. Questo almeno testimonia la recente storia repubblicana. Condizionata dalle tante divisioni culturali e non solo partitiche, la politica italiana corre insomma il pericolo di sembrare ancora invischiata in un anomalo processo di transizione che non vuol saperne di concludersi e che rischia di mettere insieme gli aspetti peggiori del suo attuale e particolare quadro politico.
Così, da una parte, assistiamo allo scontro permanente tra schieramenti che faticano a riconoscersi e a rispettarsi reciprocamente, con una dialettica parlamentare spesso mortificata e mortificante. Dall’altra, all’interno dei soggetti politici, sia di maggioranza sia di minoranza, vediamo il riproporsi di scontri fratricidi infiniti ed estenuanti, che sanno più di lotte tra apparati che di serio dibattito politico. E al tempo stesso, il Parlamento appare schiacciato in un meccanismo che difficilmente consente di distinguere tra ambizione e libertà di coscienza, tra senso di responsabilità e cinismo. Una situazione che certo non contribuisce ad avvicinare i cittadini alla politica e che rischia di allontanare da essa anche coloro che ne vivono l’impegno.
Non sembri presunzione il chiedere a chi “abita” le istituzioni un maggiore rispetto delle regole, dei ruoli, degli avversari, degli elettori. La democrazia è fatica. La fatica del dialogo e della mediazione di legittimi interessi. Ma chiede risultati e passi avanti, altrimenti non sopravvive. Un Paese può reggere (a limite e certo non a lungo) la stagnazione economica, mai quella politica.
Mercatone Uno: 1800 lavoratori e Whirlpool: 400 lavoratori. Sono solo i due ultimi casi di aziende che chiudono i battenti e mandano a casa i lavoratori. Il Governo è su questo genere di questioni che deve impiegare il suo tempo. E se necessario al bene dei lavoratori, anche discutere aspramente. Lo stesso dicasi - ad esempio - per il recupero delle periferie, per l’edilizia scolastica, per la sanità pubblica (i medici dell’esercito negli ospedali del Molise sono un monito), per il sostegno alle famiglie con figli e a quelle che affrontano il calvario della malattia e del disagio mentale, per gli anziani soli, per i beni culturali lasciati al degrado etc etc. È vero, li abbiamo eletti noi. Ma per governare, se ne sono capaci.