Le conseguenze economiche e sociali della pandemia

L’Italia che ha bisogno di aiuto

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di Antonio Martino - Se l’autunno sarà caldo, l’estate è già torrida. Non stiamo parlando del clima ma dell’impatto economico e sociale della pandemia sulle famiglie italiane. Le file davanti alle sedi della Caritas, delle mille e più Misericordie, delle tante realtà del Terzo settore laiche e non che formano il reticolo di Bene del nostro paese, parlano più dei dati statistici: in Italia si registra un aumento della povertà senza precedenti in questo scorcio di inizio millennio. Sino ai casi estremi, come quello in provincia di Caserta: figli dati in pegno agli usurai e fatti lavorare per rientrare del debito dei genitori. A denunciarlo il presidente della locale Camera di Commercio, Tommaso De Simone, che sottolinea come «il fenomeno dellʼusura sia cresciuto in maniera esponenziale in questi ultimi mesi di chiusura totale». Il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese ha dichiarato solo qualche giorno fa che a settembre si rischiano forti tensioni sociali: «Come conseguenza di questo periodo di grave crisi economica che ha colpito le aziende ci sono cittadini che non hanno la disponibilità neanche di provvedere ai propri bisogni quotidiani».

Dopo questi lunghi mesi di pandemia, chi era già povero - cioè nella impossibilità di garantire a se stesso e alla propria famiglia le spese minime per condurre una vita accettabile, ad esempio le spese per la casa, quelle per la salute e il cibo - si ritrova in condizioni sempre più critiche o disperate, mentre chi si collocava appena al di sopra della soglia di povertà (le famiglie che l’Istat definisce “quasi povere” secondo i parametri di calcolo della povertà relativa) inizia a non disporre del necessario per condurre una vita accettabile. (Facciamo un esempio di calcolo della soglia di povertà assoluta, per capirci. Su dati Istat 2019, una famiglia di sei persone, genitori e quattro figli, ha una soglia di povertà assoluta di 1.630 euro mensili, mentre una famiglia composta da genitori e due figli ha una soglia di povertà di 1.180 euro mensili. Sotto queste cifre le due famiglie sono da definirsi assolutamente povere).

Caritas italiana ha monitorato gli interventi di aiuto tra marzo e maggio di quest’anno: oltre 450.000 persone, di cui il 61,6% italiane. Di queste il 34% sono “nuovi poveri”, cioè persone che per la prima volta si sono rivolte alla Caritas. Il dato sull’incremento inoltre, pur essendo trasversale da Nord a Sud del paese, appare più marcato nelle regioni del Mezzogiorno dove le nuove prese in carico registrano un +153%. In queste regioni, quelle di Sud e Isole, lo ricordiamo si concentrava già quasi la metà di tutti i poveri assoluti, i livelli di disoccupazione sfiorano il 18% (a fronte di un dato nazionale del 10%) e l’incidenza del lavoro irregolare risulta molto più marcata. Ecco dunque profilarsi il rischio di una crisi che può diventare un moltiplicatore delle disuguaglianze, esacerbando le fratture e le differenze sociali preesistenti, anche in termini di divario Nord- Sud. Un trend complessivo che appare ancor più grave se si pensa che avviene dopo anni di calo ininterrotto dei nuovi accessi registrato a partire dal 2016 (cfr. Rapporti Caritas Italiana su povertà ed esclusione sociale, www.caritas.it).

«Tra i “nuovi volti” incontrati dalle Caritas ci sono italiani e stranieri, giovani adulti ma anche anziani soli, famiglie con minori, nuclei con disabili» ha spiegato su welforum.it Federica De Lauso, curatrice del rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale. «Si tratta di persone che prima dell’emergenza, potevano contare magari su un impiego precario, stagionale o irregolare; o ancora piccoli commercianti, lavoratori autonomi, ma anche persone che versavano già da tempo in uno stato di disoccupazione. A loro si aggiungono i cassaintegrati o liberi professionisti in attesa dei trasferimenti monetari di protezione e assicurazione sociale stanziati ma non ancora accreditati. A fare la differenza in questo particolare momento di “attesa” è la possibilità o meno delle famiglie di “attutire il colpo” attingendo ai propri risparmi, evitando così lo scivolamento in uno stato di indigenza». E in tal senso purtroppo i dati Istat dimostrano che in Italia quasi i due terzi dei nuclei, esattamente il 62%, non riesce ad accantonare alcunché a fine mese e che il 36% non è in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 800 euro circa.

Il nostro paese, se in passato si connotava infatti per essere una nazione di “risparmiatori” oggi risulta profondamente cambiato (a sferzare un duro colpo in tal senso è stata la grave crisi economica del 2008 i cui effetti sono ancora visibili). I dati Ocse ci collocano in fondo alla classifica dei paesi economicamente avanzati, con un tasso di risparmio netto delle famiglie del 2,5%, a fronte di una media europea del 6% (ben distanti dagli anni novanta quando l’incidenza dei risparmi superava il 15%). A fare da sfondo, una crisi occupazionale che, in varie forme, continua ad attanagliare il paese. E in tal senso non c’è solo il problema della disoccupazione, quasi raddoppiata dagli anni che anticipano il 2008, ma anche quello della qualità del lavoro, data la forte crescita del part-time involontario, dei lavori intermittenti e precari. Per questo si parla sempre più della nuova categoria dei working poor: chi appartiene alla categoria dei lavoratori poveri, cioè coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo, dell’incapacità di risparmio, eccetera. La prova più evidente di un lavoro che spesso non riesce a fornire una adeguata protezione sociale. Per chiudere, l’Italia non è arrivata preparata a questa nuova sfida, che segue anni di stagnazione economica, di consolidamento della povertà assoluta e di inasprimento delle disuguaglianze sociali. Se l’autunno sarà caldo, l’estate è già torrida.