Cop27. Tra facili promesse e obiettivi disattesi

In Egitto, a Sharm el- Sheikh dal 6 al 18 novembre è in corso Cop27, l’ennesima Conferenza sui cambiamenti climatici. Certificati i precedenti obiettivi disattesi, la crisi economica seguita a pandemia e guerra lascia pochi margini e risorse all’impegno per salvare la casa comune. Resta la speranza e l’obbligo di provarci

Ci sono appuntamenti che fanno ben sperare, almeno sino a quando non si realizzano. Uno tra questi è la Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022 – meglio sarebbe dire sull’emergenza climatica – in corso in Egitto, a Sharm el- Sheikh dal 6 al 18 novembre. Le aspettative sono importanti ma i segnali che giungono deludono. Un motivo: la questione dei 100 miliardi di dollari di aiuto che i Paesi più ricchi (e più inquinanti) si sono impegnati a dare a quelli più poveri (sin da Cop15 del 2009) – per i quali la transizione ecologica è per varie ragioni un lusso – pesa come un macigno visto che di questi soldi ne è arrivata solo la metà a buon fine. In verità, speso per carenza di progetti.

La Cina e la Russia grandi assenti

A questo si aggiunga qualche altro elemento non di poco conto ed ecco che il quadro assume toni desolanti: Cina e Russia non partecipano e sono tra i paesi più inquinati. La Cina in particolare è al primo posto al mondo per inquinamento oltre ad essere con i suoi capitali il principale motore dell’economia mondiale. Per non parlare del piccolo fatto che la crisi economica, seguita a pandemia e guerra in Ucraina, ha cambiato l’agenda anche dei paesi più ricchi: oggi tutti pensano al costo delle bollette e meno, molto meno, a salvare il pianeta dall’inquinamento e dalle conseguenze del derivante surriscaldamento globale.

Solo le rinnovabili possono salvare la casa comune

Questa amara realtà che travolge paesi ricchi e paesi poveri e che sembra frenare irrimediabilmente tutti i buoni propositi e le intese ribadite a Glasgow (Cop26) e a Milano (Youth4Climate e Pre-COP26) non deve però far desistere dagli obiettivi finali. Infatti, se è pur vero che è stato troppo ottimistico pensare di abbandonare facilmente e rapidamente i combustibili fossili per le energie rinnovabili, è altrettanto vero che di queste ultime avremo sempre più bisogno se vogliamo salvare la casa comune. Facendo innanzitutto la nostra parte: arrivare in Europa, nel quadro dell’Agenda 2030, all’abbattimento del 55% di emissioni di gas serra (rispetto al 1990). Sarà poco, si dirà, visto che L’Europa produce solo l’8% di anidride carbonica del pianeta, ma è etico fare il proprio dovere. Dare il buon esempio.

Le promesse e la realtà

Per riassumere, ecco i nodi al centro di Cop27 che altro non sono che la certificazione del fallimento degli impegni di Cop26: – La Cop26 di Glasgow del 2021 aveva rilanciato l’urgenza di ridurre l’uso dei combustibili fossili e di aumentare l’uso delle fonti rinnovabili. Ma le emissioni di CO2 sono aumentate del 6%. Tendenza causata dalla ripresa post pandemica dell’economia e dalla crisi energetica legata alla guerra in Ucraina. – La conferenza di Glasgow ha certificato la difficoltà delle nazioni ricche di rispettare l’impegno preso nel 2009: mobilitare ogni anno 100 miliardi di dollari per sostenere l’adattamento al cambiamento climatico dei Paesi in via di sviluppo. L’obiettivo già arduo oggi sembra ancora più lontano. – 103 Paesi hanno sottoscritto alla Cop26 il Global Methane Pledge, che impegna a ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030. Altre 19 nazioni hanno aderito al patto negli ultimi mesi. Su questo fronte, Stati Uniti e Cina firmarono a Glasgow una collaborazione che è stata tuttavia sospesa a causa delle tensioni su Taiwan. – A Glasgow oltre 140 Paesi si sono impegnati a fermare e invertire la deforestazione entro il 2030. Negli ultimi 12 mesi altre quattro nazioni hanno aderito a quella dichiarazione: Santa Sede, Nicaragua, Singapore e Turkmenistan. Ancora assenti India, Arabia Saudita e Sud Africa. – Al vertice scozzese più di 450 società finanziarie hanno promesso di dirottare 130 trilioni di dollari in investimenti legati all’ambiente. La rete è cresciuta fino a contare, oggi, 500 membri. Resta da capire se le iniziative intraprese si traducono in riduzione reale di emissioni.

Il peso dell’ingiustizia

È pari al 75% la quota di emissioni di gas ad effetto serra prodotta dai Paesi del G20, che rappresentano appena il 10 per cento della popolazione mondiale. – Oltre 40 miliardi di dollari è il bilancio dei danni causati dalle recenti alluvioni in Pakistan. Il disastro ha ucciso 1.700 persone. Altri 33 milioni sono rimasti senza casa. – Il 97% delle persone colpite dai disastri naturali, risultato del cambio climatico, risiede nel Sud del mondo, per un totale di circa 189 milioni all’anno. – 528 sono i miliardi di euro che la crisi climatica è costata alle economie dei 58 Paesi più vulnerabili negli ultimi vent’anni, in base allo studio di V20, il gruppo dei paesi poveri e vulnerabili al clima. –  Sono 19 milioni le persone ridotte alla fame dalla siccità nel Corno d’Africa. In Nigeria, oltre 1,4 milioni sono stati trasformati in sfollati dalle ultime alluvioni. – Il 5 % è la quota di crescita persa ogni anno dall’Africa per l’emergenza climatica secondo stime al ribasso della Banca africana di sviluppo.

L’obbligo della speranza. Nessuno si salva da solo

Alla Cop27 anche il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin. Nel suo intervento, il più stretto collaboratore di Papa Francesco e suo ministro degli Esteri ha rinnovato l’appello a mettere in campo approcci integrati per affrontare «la crisi socio-ecologica». Parolin ha denunciato che «il mondo non si può permettere di strutturarsi in blocchi di Paesi isolati» e che tutti abbiamo il dovere morale di prevenire e rispondere agli impatti umanitari causati dai cambiamenti climatici, come il «crescente fenomeno degli sfollati migranti».
Il cardinale Parolin ha ricordato le parole profetiche di Papa Francesco, il quale aveva paragonato le ferite inflitte al mondo dal Covid19 e dal cambiamento climatico a quelle causate da un grande conflitto. Occorre dunque agire in fretta, prima che sia troppo tardi, prendere scelte significative, le sole che possano consentire alle giovani generazioni di non vedere compromesso il loro futuro: «è tempo di una solidarietà internazionale e intergenerazionale», «dobbiamo essere responsabili, coraggiosi e lungimiranti non solo per noi stessi, ma per i nostri figli». «La nostra politica dovrebbe essere guidata dalla consapevolezza che o vinciamo insieme, o perdiamo insieme», la tesi di Parolin. Per questo lo Stato del Vaticano, ha spiegato il cardinale segretario di Stato, è impegnato ad azzerare le emissioni prima del 2050 e, soprattutto, a promuovere l’educazione ad un’ecologia integrale.

Autore articolo

Antonio Martino

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