Contro l’uso politico della religione

Da «Dialoghi». Si è assistito negli ultimi anni all’esaltazione della religione, esibendone in pubblico i simboli e cercando il consenso dei suoi addetti, nella persuasione che sia un’arma vincente, capace di fornire un’anima alla società e la coesione a identità politiche povere di progetti.

Basterebbe sfogliare un buon manuale di storia per rendersi conto che, in ogni epoca, singoli o gruppi organizzati hanno cercato di strumentalizzare la religione per conquistare, mantenere e consolidare il potere. Si tratta di un uso politico della religione, teorizzato nel XVI secolo da Nicolò Machiavelli, considerato, non a torto, il padre della moderna scienza della politica. In un piccolo e prezioso saggio, apparso in traduzione italiana nel 1962 presso l’editrice La Locusta di Vicenza, dal titolo La fine del machiavellismo, Jacques Maritain – che si è battuto contro queste pratiche in grado di creare pericolosi cortocircuiti allorché religione e politica si contaminano reciprocamente, bruciando nello stesso tempo l’alterità del kerygma cristiano e la laicità della politica stessa – ha messo in luce la novità rappresentata dalla riflessione del pensatore fiorentino. Tramite lui, infatti, sono emersi a consapevolezza non solo i costumi del suo tempo e la pratica comune di coloro che da sempre perseguono una politica di potenza, ma è divenuta senso comune la lezione secondo cui tali comportamenti significano la legge stessa della politica. Reso autonomo dalla morale, il successo dell’impresa politica dipende dalla forza e dall’abilità dell’attore, compresa la capacità di ridurre la religione alla funzione di efficace strumento di governo perché particolarmente idonea a creare coesione e ordine sociale.

Uno sguardo all’attuale panorama politico in tutti i continenti ci porta a ritenere che le cose non siano sostanzialmente cambiate, anche laddove sembra essersi realizzata la secolarizzazione degli ordinamenti politici, in primis dello Stato, ed esiste un diffuso pluralismo religioso e culturale. Proprio in questi contesti si è assistito negli ultimi anni all’esaltazione della religione, esibendone in pubblico i simboli e cercando il consenso dei suoi addetti, nella persuasione che sia un’arma vincente, capace di fornire un’anima alla società e la coesione a identità politiche povere di progetti, vere utopie regressive elaborate per contrastare religioni e culture differenti, rese ora più vicine da recenti e imponenti fenomeni migratori. È la prospettiva verso cui si muovono sovranisti e populisti in ogni paese d’Europa, impegnati ad alzare muri, a cingere i confini di reticolati, a creare capi di concentramento o ad impedire con tutti i mezzi gli sbarchi di migranti sulle spiagge mediterranee, brandendo i simboli di una fede che, al contrario, si fonda sull’amore incondizionato per i poveri, gli abbandonati, i malati, gli scartati, gli ultimi.

A ben guardare, ci si trova di fronte ad una’immagine del cristianesimo e della Chiesa trattati come se fossero esclusivamente interni all’Occidente e ne difendessero i valori, in antitesi con le tesi del Concilio Vaticano II sempre riprese dal magistero ecclesiale; una svolta irreversibile, per la quale il contenuto del Vangelo ha sempre  una valenza universale e la Chiesa pertanto deve entrare in dialogo fecondo, sempre e ovunque, con tutte le espressioni dell’umano.

Un’apertura dialogante e missionaria che si gioca sulla testimonianza e sulla novità del Vangelo e che conduce a convergenze etiche come quelle, ancora poco comprese nella loro rilevanza, registrate nello storico Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato a Dubai il 4 febbraio 2019, da Papa Francesco assieme al grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. In una situazione mondiale che vede tanti focolai di guerra, i rappresentanti di due grandi religioni del mondo hanno dichiarato con forza che esse «non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto delle deviazioni degli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche dell’interpretazione di gruppi di uomini di religione che hanno abusato, in alcune fasi della storia, dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portarli a compiere ciò che nulla ha a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici ed economici mondani e miopi».

Articolo pubblicato sul blog di rivistadialoghi.it, sito della rivista «Dialoghi», trimestrale culturale promosso dall’Azione cattolica italiana. Piergiorgio Grassi è stato docente di Filosofia della religione e di Sociologia della religione nell’Università di Urbino. In questa Università ha diretto l’Istituto superiore di scienze religiose «I. Mancini». Già direttore della rivista, è membro del Comitato di direzione di «Dialoghi».

Autore articolo

Piergiorgio Grassi