XVII Assemblea Nazionale di Ac - Comunicato stampa n. 4

La relazione di Truffelli: miti, nelle città, tra il nostro popolo, lungo i sentieri della Chiesa in uscita

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«Ed è proprio adesso, in questo tempo così complesso e faticoso, non in un altro, che vogliamo sognare insieme – come il Papa ci ha invitato a fare nella Fratelli tutti – un mondo diverso, una società più umana, una Chiesa più fraterna. È il momento di prendere lo slancio e fare un balzo in avanti, non di rimanere sulla difensiva, bloccati in una pastorale di semplice conservazione. Vogliamo fare di questo tempo un’occasione di ascolto attento della realtà, di discernimento autentico, e perciò di scelta e di cambiamento, per vivere noi per primi e per aiutare tutta la Chiesa italiana a vivere sul serio una conversione missionaria». Matteo Truffelli, nella sua relazione alla XVII Assemblea nazionale dell’Azione cattolica italiana, oggi, 1° maggio, ha parole di speranza, di sguardo rivolto al futuro. L’Ac “in uscita” guarda avanti, «per progettare un cammino diverso da quello che avevamo in mente fino a un anno fa, provando a scorgere i sentieri che si aprono davanti a noi con la certezza che la nostra associazione avrà la passione, la creatività e la generosità che occorrono per poterli percorrere».

Alcune parole del Presidente nazionale di Ac sottolineano quanto questo tempo di pandemia ha reso forte la voglia di cambiamento nel popolo di Ac. 

Con la forza profetica della mitezza. Anche all’Azione cattolica è chiesto di essere profetica. È ciò cosa significa? «Profeta non è colui che gioca in anticipo sulla storia – continua Truffelli –, compie gesti clamorosi o rilascia dichiarazioni eclatanti, non è colui che si straccia le vesti con indignazione di fronte alle inadeguatezze degli uomini. Non è stato così Vittorio Bachelet, non lo sono stati Armida Barelli o Carlo Carretto, e nemmeno Luigi Sturzo, Primo Mazzolari o Tonino Bello. Casomai profeta è colui che concorre con “umiltà e mitezza”, come ci ha detto ieri il Papa, a far maturare le condizioni perché la storia si trasformi, colui che sa vedere di cosa davvero il suo tempo ha sete. Saremo un’Ac profetica se sapremo leggere la realtà andando in profondità, e mostrare dentro di essa il bene che è all’opera. Se sapremo custodire i germogli di questo bene e favorirne la crescita con “la pazienza del contadino”, e con “la perseveranza della sentinella”, che anche dentro la notte sa dare testimonianza dell’alba che sopraggiunge». 

«Per questo dobbiamo avere il coraggio di inoltrarci lungo “percorsi inesplorati”, sapendo “trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni nostra struttura diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione”, come si legge nell’Evangelii gaudium»

«La profezia di cui sembra avere più bisogno il nostro tempo, la cultura in cui siamo immersi e la politica che ne è espressione, perfino la Chiesa in cui camminiamo, è la profezia della mitezza. Che è forza tenace e coraggiosa di cambiamento, non arrendevolezza, non assuefazione allo “spirito del tempo” e del politicamente corretto. Mitezza come rifiuto di ogni forma di arroganza, di prevaricazione, di enfatizzazione delle divisioni. Come unico modo adeguato di vivere la fraternità. Come rigore e chiarezza di linguaggio, non come rinuncia a parlare».

Nella città. È nella città che si radica l’impegno dell’Ac. Le forme e gli strumenti che una realtà come l’Ac può utilizzare per adempiere a questa sua precisa responsabilità non possono però essere quelli del potere: politico, economico o mediatico che sia. «Essere “Chiesa povera per i poveri” passa anche attraverso la rinuncia a “privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi”. È su questo piano che si misura la portata profetica della scelta religiosa, che è la scelta per il primato dell’evangelizzazione: la scelta di mettere al centro della vita associativa la tensione a nutrire il mondo con la linfa vitale di una fede incarnata e comunitaria».

In questa Chiesa, per questa Chiesa. Anche la Chiesa, come la società italiana, è attraversata da tensioni e contrapposizioni. «Francesco la scuote ogni giorno per farle ritrovare slancio missionario, ma il coraggio e l’energia del Papa non bastano, in una Chiesa che fa molta fatica a ripensarsi. La sua spinta suscita grande speranza in tantissimi, attrae e interpella il cuore di molti non credenti, ma deve misurarsi anche con i timori e le incomprensioni di una parte della comunità ecclesiale, spesso polemica e rancorosa. Gli attacchi continuano senza pudore, senza senso della misura e della responsabilità. In questi anni lo abbiamo detto tante volte, e lo ripetiamo oggi: l’Azione Cattolica sta con Papa Francesco». 

Lungo i sentieri della “conversione missionaria”. «Tocca a noi chiederci come aiutare la pastorale ad adeguarsi alla vita frenetica e frammentata delle nostre città e, al contempo, domandarci come contribuire a rendere le nostre città più fraterne e meno alienanti, più accoglienti e meno indifferenti. Spetta a noi continuare a lavorare per mettere insieme le tante energie buone che potrebbero dare nuovo slancio al Mezzogiorno. È nostra responsabilità sentirci custodi di tutti i giovani e gli adulti che lasciano la propria terra per costruirsi un futuro e, al contempo, sostenere chi scommette sulla propria voglia di rimanere là dove è cresciuto. Saper offrire a tutti la possibilità di restare ancorati a un’esperienza di vita comunitaria e prenderci cura della vita spirituale di ciascuno. A noi spetta farci trovare lì dove le persone vivono, per sperimentare insieme, con tutti e per tutti, la forza umanizzante del Vangelo. È abitando gli spazi dell’esistenza umana che possiamo concorrere a scrivere pagine di Vangelo concretamente vissuto. Anche da questo punto di vista l’esperienza della pandemia ci ha insegnato tanto: ci ha mostrato il significato enorme di questo stare accanto alle persone, con semplici gesti di condivisione e solidarietà».

«Addentrarci lungo i sentieri della Chiesa in uscita significa dunque saper guardare oltre le aule del catechismo, oltre il cortile dell’oratorio e anche più in là del sagrato. Non significa però, semplicisticamente, dimenticare la vita che prende forma in quei luoghi. Conversione missionaria non vuol dire voltare improvvisamente le spalle al nostro impegno per la pastorale, al servizio che svolgiamo nei cammini di iniziazione cristiana, dentro i percorsi di formazione dei giovani e degli adulti. Significa casomai il contrario: impegnarsi di più per fare di essi un’esperienza di Chiesa missionaria». 

Esperienza di sinodalità. «Anche ieri – riprende Truffelli ricordando l’incontro con Papa Francesco del Consiglio nazionale – Francesco ha voluto aggiungere considerazioni fortemente significative su osa dobbiamo intendere per sinodo. Parole su cui bisognerà riflettere con attenzione, non solo noi, ma tutta la Chiesa italiana. Per ora possiamo dire che per l’Ac il cammino sinodale è un percorso in cui stare con entusiasmo, mettendoci a disposizione con umiltà e responsabilità, non per occupare spazi ma per portare, con semplicità, il contributo di una lunga e feconda storia di corresponsabilità laicale».

Un’Ac in uscita. L’interruzione e lo stravolgimento di tante attività pastorali durante la pandemia sono state un’occasione per ripensare il modo con cui si propone l’associazione. «L’opportunità di ridire con forza, che si aderisce all’Ac non per “fare cose in parrocchia”, ma per essere Chiesa che si fa prossima alla vita della persone e delle famiglie».

Infine, concludendo il suo intervento, Truffelli loda le tante iniziative che l’Ac durante la pandemia ha realizzato a livello territoriale. «Adesso ci dobbiamo impegnare per passare dalla costruzione di singole alleanze alla promozione di una “cultura delle alleanze”. Perché siamo convinti che in questo tempo in cui sembra prevalere uno spirito di frantumazione l’unico modo per abitare in maniera responsabile il nostro tempo sia quello di farci promotori di ciò che unisce. Perché è questa la nostra natura, la nostra forza, direi quasi il nostro talento. Vale la pena ribadirlo: lavorare insieme agli altri, fare dell’Ac un elemento di amalgama e non di divisione, di cooperazione e non di concorrenza, nella comunità ecclesiale e tra le pieghe della società, non è qualcosa che rischia di indebolire la nostra identità e la nostra missione: è qualcosa che ce la ridona». 

«In fondo, come disse Vittorio Bachelet il giorno della sua nomina a Presidente generale, la ragione per cui esiste l’Azione cattolica è, molto semplicemente, quella di “aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini”. È su questo che dobbiamo lavorare».