Per i cinquant’anni dello Statuto dell’Azione Cattolica Italiana

Compito antico, spirito nuovo

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di Raffaele Cananzi*- Cinquant'anni fa, il 1° novembre 1969 entra in vigore il nuovo Statuto dell’Ac. Questa importante ricorrenza, che l’Acr peculiarmente festeggia perché dice dei suoi cinquant’anni, certamente è nel cuore di tutti i soci dell’Ac, oggi insieme in un’unica associazione che raccoglie, forma, invia in quotidiana missione nella chiesa e nella nostra Italia uomini e donne di tutte le sette articolazioni (Gioventù maschile, Gioventù Femminile, Uomini, Donne, Fuci, Laureati, Maestri) esistenti prima dello Statuto del 1969. La varietà di quelle articolazioni indusse Vittorio Bachelet, in una relazione pronunciata ad un convegno unitario del 1966, ad affermare: «Diciamolo francamente: è impossibile inserire sette od otto programmi radicalmente diversi nell’unica pastorale diocesana e parrocchiale. È necessario progredire nello spirito e nell’azione unitaria, al centro e nella periferia». Il rinnovamento delle strutture non era fine a se stesso ma mezzo importante per rispondere alle esigenze nuove della chiesa e del paese. Non è un caso che a quella relazione il presidente Bachelet avesse dato questo titolo «Rinnovare l’Azione Cattolica per attuare il Concilio».

A me sembra che le ragioni che indussero l’Ac a darsi una nuova Carta statutaria si possano così sinteticamente esprimere:

  • l’inizio di un forte processo di secolarizzazione, già in atto in Italia nel corso dello svolgimento del Concilio, in connessione nella Chiesa con un momento di trepidante attesa per la novità conciliare e, nella vita civile, con un processo di espansione dei consumi e del benessere che aveva fatto gridare al “miracolo Italiano”;
  • la sempre più chiara coscienza in larghissima parte del mondo cattolico italiano (sacerdoti e laici) che l’identificazione di fatto della chiesa in Italia con il partito della Democrazia Cristiana aveva recato non poco nocumento alla missione evangelizzatrice della chiesa e al carattere religioso della sua specifica identità;
  • la determinazione di molti, perciò, di abbandonare quelle forme di organizzazione del laicato cattolico che in qualche modo avevano finito con il costituire, direttamente o indirettamente, motivo di confusione fra la sfera religiosa e quella politica e, prima fra queste forme, proprio l’Azione Cattolica degli anni ’50 che si era fortemente caratterizzata per una sorta di “collateralismo” non più sentito, nel momento conciliare né come utile alla vita della chiesa né come chiaro per la sana laicità dello Stato e delle civili istituzioni nonché degli stessi partiti politici;
  • l’ampia riflessione conciliare proprio sul rapporto fede-storia, chiesa-mondo con la sottolineatura della necessaria convivenza della chiesa nel mondo contemporaneo in quella salutare distinzione del compito eminentemente soprannaturale-religioso della prima e di quello naturale-temporale del secondo, distinzione appunto salutare perché mentre inquadrava la peculiarità dei compiti ne stabiliva anche le innegabili reciprocità per la unitaria essenza e coscienza della persona umana, dei popoli e dell’intera comunità degli uomini;
  • la chiara “teoria conciliare” sulla laicità, sul laico e sul laicato organizzato, che spingeva forte verso un’autentica rivalutazione del laico nella vita della chiesa per una missione ecclesiale che utilizzasse a pieno il carisma laicale, quell’indole secolare, che consente alla chiesa di essere “sale” e “lievito”in ogni circostanza dell’umana esistenza proprio attraverso la presenza di laici veramente fedeli, di una fedeltà espressiva dell’amore del Padre, della sequela a Cristo Signore, della spinta e del soffio vivificatore dello Spirito;
  • l’assunzione di una ecclesiologia di comunione in modo da qualificare la missione come il naturale espandersi nella comunità degli uomini di una chiesa : sacramento di salvezza e di unità; popolo di Dio pellegrino nella storia per l’annuncio del Regno; corpo di Cristo in varietà e complementarietà di ministeri e in unità di missione; segno dello Spirito per l’abbondanza dei carismi nella sapienziale coniugazione della profezia con i segni dei tempi con capacità di discernimento, con la testimonianza di valori veramente umani, con una prospettiva di fermento di una storia destinata ad una metastoria;
  • la rivalutazione della chiesa particolare,nell’unità e nell’universalità dell’unica chiesa di Cristo, come luogo teologico in cui la comunità cristiana si edifica e concretamente testimonia la presenza del Signore nel cammino degli uomini e nel fluire della storia.

Nella luce di questi segni e della forte spinta innovativa del Concilio un’associazione di cristiani laici doveva necessariamente riflettere su se stessa, sulla sua storia, sulla sua identità per rimodellare una propria Carta fondamentale in modo da sapere ancora in questo tempo «mantenersi identica a se stessa in talune sue note essenziali, e insieme corrispondere alle particolari necessità del momento, opportunamente interpretando i segni dei tempi e trovando le soluzioni più adatte alle mutevoli istanze dell’evoluzione storica» (Paolo VI, Lettera di approvazione dello Statuto).

Identità e novità furono le ragioni del travaglio di un parto non facile, frutto di una profonda ispirazione ecclesiale e di un’alta e sapiente mediazione storica che seppe fondere in una sintesi robusta e chiara le istanze di chi richiedeva solo il nuovo e quelle di chi reclamava solo il vecchio. Identità e novità non sono da ricercarsi nello Statuto del 1969 quasi distinguendo fra compiti e forme preesistenti e compiti e forme nuovi; esse sono da ricercarsi nella capacità di sintesi per cui un compito antico (come la diretta collaborazione con la gerarchia) veniva riproposto in uno spirito nuovo (non mera esecutorietà o passiva collaborazione ma esercizio della corresponsabilità nel rispetto della varietà e complementarietà dei carismi e dei ministeri) e un compito nuovo (costruire l’unità associativa degli ex quattro rami e delle molteplici altre espressioni di Ac) veniva espresso in una chiave teologico-ecclesiale viva nel patrimonio associativo (l’unità associativa non considerata come fatto di mera organizzazione ma come dinamico processo di un riferimento organico delle varie parti che avevano ancora bisogno di essere considerate nella loro varietà per alcuni profili, per esempio itinerari formativi, ma che avevano bisogno pure di esprimersi unitariamente sul piano pastorale; una unità associativa con organismi responsabili ai vari livelli espressi dalla “base” attraverso un metodo composito che faceva riferimento nel meccanismo alla rappresentatività democratica ma nella sostanza contenutistica alla responsabilità ecclesiale e, quindi, alla corresponsabilità dei laici nella comunione e missione della chiesa).

Sono qui sufficienti questi accenni per rendersi conto che lo Statuto del 1969 è, perciò, una ricchezza d’identità e novità; segna un passaggio assai forte e pregnante per il cammino di un’associazione antica che si è resa, però, attuale grazie alla sapiente mediazione dei responsabili dell’Ac, interpellati ad ogni livello, e soprattutto grazie alle grandi intuizioni di Paolo VI, di mons. Franco Costa e di Vittorio Bachelet.
Lo Statuto ha assunto e tradotto in norme la parte più bella, più nobile, più ricca dei cento anni di storia dell’Azione Cattolica Italiana, storia di uomini e donne, di fanciulli, giovani e ragazze, di studenti universitari, di padri e madri, di lavoratori, di uomini di cultura che hanno liberamente scelto di formarsi cristianamente, di trasformare così con il Vangelo la loro vita, di contribuire organicamente e in immediata collaborazione con la gerarchia all’apostolato della Chiesa per la vera vita del mondo.
Questa storia centenaria lo Statuto l’ha assunta, plasmata e proiettata nella luce della dottrina conciliare sulla chiesa e sul rapporto chiesa-mondo; in particolare, in quella luce che disegna il volto del laico e del laicato cattolico con la grandezza della sua vocazione alla santità attraverso la vita secolare, con la ricchezza di una sana laicità che contribuisce nella comunione ecclesiale a rendere la chiesa sempre più esperta in umanità, con la bellezza di una missione ecclesiale che consenta ai laici di trasformare in senso evangelico le realtà terrestri, senza sacralizzazioni ma con sapienti mediazioni (“lievito” e “sale”) in modo che la fede diventi vita e le culture siano ispirate dalla fede.

Mi pare che lo Statuto, oggi applicato per mezzo secolo, abbia conseguito sempre ottimi risultati a livello parrocchiale, diocesano, regionale e nazionale. Le modifiche che si sono apportate nei primi anni del duemila non hanno toccato i primi dieci articoli né le altre norme fondamentali che dettano i principi identitari dell’Ac. In quella circostanza non si è dimenticato quel che auspicavo negli anni ’90 e che mai si dovrebbe dimenticare accingendosi a modifiche statutarie. E, cioè, che lo Statuto dell’Azione Cattolica Italiana del 1969 è stato approvato direttamente dal Papa, da Paolo VI oggi santo, con “speciale interesse”, “sincero compiacimento”, “viva speranza”.
In questi cinquant’anni si è sempre più consolidato il senso dell’unitarietà associativa nella più ampia luminosa cornice dell’unità della chiesa. Nel pieno rispetto dello spirito e della lettera dello Statuto l’Ac anche oggi è una porzione del popolo di Dio che collabora direttamente con i Pastori, alla cui guida si apre con libertà e responsabilità, per una pastorale che edifichi la chiesa universale a partire da comunità parrocchiali e diocesane sempre vive e missionarie e da un impegno apostolico, individuale e associativo, tale da impregnare di spirito evangelico tutti gli ambiti della comunità civile dove i laici e le laiche vivono la loro quotidianità (famiglia, lavoro, cultura, politica, economia, tempo libero, ecc.).
L’Ac continua anche oggi ad essere luogo di comunione missionaria e di missione comunitaria. Lo Statuto del ’69 ha delineato per l’Ac quella che abbiamo chiamato “scelta religiosa”. L’associazione non ha tradito questa scelta fondamentale e anche oggi è ad essa pienamente fedele nella chiara consapevolezza che non si tratta di escludere ambiti di vita sociale e politica, dove si deve realizzare “bene comune”, ma di praticarli come “associazione in uscita” con contenuti splendenti di luce evangelica e taglio etico-religioso.

Non mi pare fuor di luogo concludere che noi dell’Ac, figli della chiesa e cittadini italiani, proprio nella luce e nel respiro della scelta religiosa, possiamo ben ringraziare il Signore perché i nostri predecessori ci hanno consegnati due doni che spetta a noi rendere abbondantemente fruttuosi anche in questa complessa e assai tortuosa stagione: lo Statuto del’Ac del 1969 e la bella Costituzione Italiana con i suoi principi di libertà, uguaglianza solidarietà e giustizia sociale.

Lunga, lunghissima vita alla nostra Ac. A tutti i soci e a tutte le socie dell’Azione Cattolica Italiana auguri per una piena risposta alla nostra vocazione laicale in un fecondo itinerario di santità.

*È stato presidente nazionale dell’Ac dal 1986 al 1992. Nel 1996 è stato eletto alla Camera dei deputati, divenendo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel II governo Amato (2000-2001). Ha scritto diversi volumi, tra cui, da ultimo, Riflessioni di un cristiano. Chiesa e mondo a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II (Ave, Roma 2013). Dal 2015 è presidente del Consiglio scientifico dell’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI.