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Il Convegno Bachelet 2023 nel 75° della Costituzione repubblicana. Il presidente Notarstefano su Avvenire

Compiere la democrazia custodendo reti fraterne

La nostra democrazia ha bisogno di reti solidali e alleanze progettuali dove ci si prende cura «della vita buona», cercando insieme un modo fraterno di abitare lo spazio pubblico

C’è un modo significativo per celebrare il 75° anniversario della Costituzione repubblicana: prenderci cura della nostra democrazia. Stiamo attraversando un cambiamento d’epoca caratterizzato da una strutturale instabilità dei meccanismi e dei processi istituzionali messi alla prova dalla “policrisi”. La dinamica di concentrazione delle risorse, delle informazioni e dei poteri inscritta dei processi di globalizzazione produce sempre maggiori disuguaglianze sociali ed economiche. Sfide globali come quelle del cambiamento climatico e della non più rinviabile transizione ecologica richiedono sicuramente consapevolezza e visione globale, ma anche capacità di azione ed esercizio di responsabilità locali e diffuse. Gli uomini e le donne dell’Azione Cattolica Italiana, mentre si riuniscono ancora una volta, la 43ª, a convegno nel nome di Vittorio Bachelet, hanno acuta consapevolezza di quanto il linguaggio e la pratica della politica sono oggi messi alla prova dalla crisi della democrazia.

L’Indice di democrazia globale proposto da alcuni autorevoli osservatori (Economist Intelligence Unit) segnala un arresto del «lungo declino» della democrazia rilevato nello scorso decennio, sulla base dell’osservazione di alcuni parametri rilevanti: processo elettorale e pluralismo, funzionamento del governo, partecipazione politica, cultura politica democratica e libertà civili. È evidente che la natura polisemica e intrinsecamente qualitativa di tale fenomeno umano lo candida a una misurazione quantitativa imperfetta; tuttavia, tale esercizio diventa uno strumento utile a supportare ulteriori riflessioni, proprio perché incentiva a cercare definizioni capaci di attivare una riflessione concreta ancorata ai fatti e alle esperienze.

Una democrazia compiuta è «quella in cui non solo i diritti politici e civili sono pienamente rispettati, ma anche in cui sono presenti una viva cultura politica e una robusta coesione sociale; in cui il funzionamento del governo e delle istituzioni è soddisfacente e supportato da un sistema di check and balances; in cui i mezzi di comunicazione sono liberi e i sistemi giudiziari indipendenti. La progressiva mancanza di queste condizioni determina il passaggio agli altri regimi identificati». La democrazia, ancor prima di essere un sistema di garanzie e procedure formali che presidiano la partecipazione inclusiva di tutti, cominciando dai più fragili, è soprattutto la costruzione mai perfettamente compiuta di uno spazio pubblico comune ovvero di un perimetro descritto da pratiche anche informali che aprono progressivamente ogni persona verso gli altri. In movimenti concentrici ma centrifughi spinti dalla attitudine tipicamente umana della fraternità.

La vita democratica, con le sue istituzioni e norme, ha bisogno di una « viva cultura politica» e di una «robusta coesione sociale». Crediamo che ciò presupponga una maggiore espansione della fraternità nella vita quotidiana delle organizzazioni e delle istituzioni, una fraternità che sia concreta e aperta. Ciò che il grande filosofo della complessità Edgar Morin ha definito come «oasi inclusive di fraternità».

Parliamo di luoghi vitali dove apprendere in modo permanente e non episodico le pratiche generative della democrazia: ascolto, dialogo, discussione, argomentazione, elaborazione, valutazione. Luoghi dove elaborare insieme uno stile fraterno con tutti che si traduca in una politica capace di far respirare il futuro alle persone e alle comunità. Luoghi in cui imparare a gestire e attraversare i conflitti, non solo quelli interpersonali ma anche tutti quelli prodotti dalle ambivalenze e dalle contraddizioni rivelate da una visione complessa e globale della realtà. Tensione alla giustizia e alla pace e uso della forza; salvaguardia dell’ecosistema e progresso umano e sociale; cortotermismo speculativo della finanza e progettualità imprenditoriale; infosfera ed etica della conoscenza, solo per individuarne alcuni tra i più urgenti. In luoghi come questi, le persone apprendono insieme una via per divenire cittadini, riunendosi liberamente e impegnandosi nella formazione di coscienze critiche, vigilanti, prossime alla fragilità umana e alla vulnerabilità sociali.

Ci sono ancora oggi, nel nostro Paese, tanti luoghi così, uniti da reti solidali e alleanze progettuali, dove per dirla con Paul Ricoeur ci si prende cura «della vita buona» cercando insieme un modo fraterno di abitare lo spazio pubblico animati da speranza costruttiva. La nostra democrazia oggi ha bisogno di questi luoghi, si impara ad essere parte per il tutto, rinunciando a fare del tutto una sola parte.

Articolo pubblicato sul quotidiano Avvenire del 10 febbraio 2023

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