«Fratelli tutti» tra popolo e società

Come nella lettera a Diogneto

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di Andrea Dessardo* - La nazione è una “comunità immaginata”, secondo la classica definizione di Benedict Anderson. Non nel senso che è immaginaria, ma perché esiste in quanto noi ci crediamo e ci identifichiamo in essa, al punto da considerare tutti gli italiani dei “fratelli” (come recita il nostro inno nazionale), sebbene non ne conosciamo che una frazione minima, qualche centinaio al massimo. Siamo stati educati a immaginare gli italiani come un gruppo omogeneo, una comunità nella quale tutti sono legati da una comune discendenza o da interessi immediati, anche se in realtà sappiamo bene che i rapporti interni a società complesse come la nostra sono per forza indiretti, mediati, a volte contraddittori.
Lo Stato esiste, come istituzione, per reggere un tale sistema, per permetterci di cooperare con milioni di persone che non conosciamo: lo Stato però non fonda la società, ma si limita a riconoscerla, mettendosene al servizio per il bene comune. L’errore tragico delle ideologie nazionaliste è stato di confondere un mezzo – lo Stato – per un fine, come se il più alto obiettivo della società fosse la grandezza dello Stato, anziché quello dei suoi membri.

Noi cristiani invece dovremmo vivere nelle nostre società come ci suggerisce La lettera a Diogneto: «Non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera».
I cristiani cioè si adoperano per il progresso comune nei contesti quotidiani in cui sono inseriti: ecco la “Chiesa pellegrina sulla terra”, il “popolo di Dio”. In tale prospettiva è implicito un sano scetticismo, che porta il cristiano a non identificarsi mai pienamente con le realtà profane in cui è coinvolto, sebbene mosso da carità e da benevolenza; la ricerca del bene comune ha bisogno della capacità di farsi terzi, contemplando contemporaneamente i bisogni di tutti gli attori sociali.

Il concetto di “popolo” è centrale nella Fratelli tutti di papa Francesco, nella quale invece conta poche occorrenze il termine “società”. Nella società i rapporti sono mediati, piccole minoranze organizzate (i cosiddetti corpi intermedi), contendendosi l’appoggio delle masse, si muovono per rappresentare interessi e collaborare al progresso, in un processo non sempre coerente e lineare. Viceversa il popolo è espressione proprio delle grandi masse delle periferie del mondo, ma anche, al contrario, delle piccole comunità locali in cui si svolgono quotidianamente le vite di milioni di persone.
È questo soggetto multiforme e ambivalente, non sempre facile da cogliere, che il Papa pone al centro delle sue riflessioni e ne fa un programma per i cristiani e per tutti gli uomini di buona volontà. È questo popolo che dobbiamo non rappresentare, ma amare con amore fraterno, e quindi al di là di ogni calcolo razionale, al di là delle convenienze, degli interessi di parte, amare in maniera totale, forse un po’ azzardata, istintiva, come ha fatto il buon samaritano, che non ha considerato chi fosse l’uomo che aiutava, se si meritasse la sua vicinanza, né si è preoccupato di perdere tempo, danaro e reputazione come gli altri personaggi del racconto di Gesù che il Papa ha voluto indicarci come esemplare.
Per amare in tale maniera noi cristiani dobbiamo essere liberi dai condizionamenti degli Stati, delle organizzazioni internazionali, dei partiti, persino delle confessioni religiose. Fratelli di tutti, figli dello stesso Padre.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana