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Fede e cinema: i film come strumenti di riflessione spirituale nella cultura contemporanea.

Utilizzare il cinema o l’audiovisivo nelle attività pastorali: orizzonte, senso e prassi

Le sfide della comunicazione, oggi.

Se ne parla e se ne discute spesso, ma non sempre si arriva ad affrontare seriamente il rapporto che intercorre tra i nuovi linguaggi e l’evangelizzazione, tra i new media e la catechesi.

Quante volte gli operatori pastorali, i catechisti, gli educatori di fronte alla difficoltà di fare una proposta cristiana coinvolgente, hanno pensato di utilizzare supporti mediatici (quali film, video musicali, clip…) per rendere più interessante un incontro di formazione? Molte, crediamo, e a volte con scarsi risultati. Perché? Ciò di cui forse non ci rendiamo conto a sufficienza è che “comunicare il Vangelo nel nostro tempo non è questione di abilità dialettica (di parole) e di affabilità comunicativa (di stile).

Anche. Ma più radicalmente è questione di senso” come ci ricordava il pastoralista Sergio Lanza.

Ripensare la comunicazione della fede

Ripensare il Vangelo dentro la cultura di oggi deve essere un’occupazione costante per chi s’impegna nel servizio pastorale della catechesi, ma non solo. Perciò il linguaggio conta, in modo particolare in questo tempo dove i media sono diventati realmente pervasivi.

Di fronte al “nuovo areopago”, sempre mutante, che si è andato a disegnare in questi tempi non possiamo dimenticarci del loro fondamentale influsso: «I media – come già affermava nel 1991 il cardinal Martini nella Lettera pastorale Il lembo del mantello – non sono più uno schermo che si guarda, una radio che si ascolta. Sono un’atmosfera, un ambiente nel quale si è immersi, che ci avvolge e ci penetra da ogni lato. Noi stiamo in questo mondo di suoni, d’immagini, di colori, d’impulsi e di vibrazioni come un primitivo era immerso nella foresta, come un pesce nell’acqua. È il nostro ambiente, i media sono un nuovo modo di essere vivi».

Conoscerli e saperli usare è indispensabile nel contesto della nuova evangelizzazione, ma non è sufficiente: «Occorre integrare il messaggio stesso in questa nuova cultura creata dalla comunicazione moderna» e tuttavia tenere conto che «è un problema complesso, poiché questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi» .

Cinema e audiovisivi come strumenti pastorali

Da qui viene la necessità di verificare le forme di comunicazione che oggi ancora usiamo come comunità cristiana nel proporre sostanzialmente il Vangelo. Se dovessimo guardare alla prassi, di fronte dunque ai ragazzi di oggi che si nutrono di altri linguaggi non possiamo non constatare, per esempio, come l’epoca di un certo tipo di catechesi sia finita.

Che cosa è cambiato? È cambiato esattamente il modo di comprendere Dio nella nostra vita, e tuttavia spesso non il modo di proporlo. Così si è continuato a comunicare la dottrina, ma non la fede. Non si è tenuto presente che è mutato l’ambiente con l’universo simbolico dei principali interlocutori.

A volte ci si è illusi che all’utilizzo delle nuove tecnologie, nell’ambito dell’annuncio, corrispondessero risultati migliori, senza tenere conto che «è tutto il processo del diventare cristiani che deve essere ripensato» (Lanza). Pertanto, occorre riconsiderare il Vangelo “dal di dentro” di questa nostra cultura e agire poi di conseguenza.

Comunicare la fede, non la dottrina

Grazie agli sviluppi della scienza, della tecnica è cambiata certamente la società ed è cambiata anche la cultura, ma, come afferma il sociologo Zygmunt Bauman, «ciò che la mentalità moderna ha fatto è stato rendere Dio irrilevante per gli affari umani sulla terra». Forse per troppo tempo non ci si è accorti di parlare linguaggi diversi e di vivere in un mondo non più imbevuto di religiosità, in cui la fede gode di sufficiente credibilità, grazie all’istituzione ecclesiale, ma soprattutto alla stessa famiglia e alla società cristianizzata.

Oggi, dunque, il dramma della fede sembra essere l’insignificanza.

Quindi o la fede tocca la vita, o ciò scivola via implacabilmente e viene riposta nel ripostiglio delle cose inutili. Allora non si può parlare semplicemente di un adattamento attraverso un rivestimento lessicale-didattico o semplicemente tecnologico, ma un portare, “comunicare” il Vangelo, con tutto il suo carico di novità, nella situazione presente. Trovandone “il vestito adatto”.

Cinema e audiovisivi come strumenti pastorali

Il cinema, con il suo potenziale coinvolgimento, mentre aiuta l’uomo contemporaneo a leggere la situazione attuale, può diventare “veicolo” per un recupero di un linguaggio capace di creare dialogo, confronto, dibattito, arricchimento per una crescita umana, spirituale e cristiana.

Potremmo in questo senso formulare la stessa domanda che il teologo irlandese Gallagher pone al termine della sua riflessione a riguardo dell’evangelizzazione nel contesto contemporaneo:

«Come possiamo rendere reale la sorpresa dell’amore di Dio attraverso linguaggi che raggiungono la gente oggi?».

Constatata quella che chiamiamo una certa “desolazione culturale”, egli propone sostanzialmente di tornare a recuperare il ruolo dell’immaginazione e della narrazione della fede. Il cinema, pertanto, può costituire luogo e spazio per una riappropriazione simbolica del linguaggio della fede.

Preparare alla esperienza pre-religiosa

Gallagher porta come esempio l’esperienza del beato cardinal Newman: questi dopo aver cercato invano di convincere il fratello ateo con ogni tipo di ragionamento in favore della fede cattolica, affermava, con dolore, di aver appreso che il rigetto della fede stessa non scaturiva tanto da un difetto dell’intelletto, quanto piuttosto del cuore.

Secondo lo stesso teologo gesuita, è possibile applicare tale esperienza nell’oggi storico in cui viviamo: «Trasferendo la scoperta di Newman alla nostra situazione postmoderna, sembra ovvio che sia gli ostacoli come le speranze di una nuova evangelizzazione si trovino in quelli che Newman chiamò “gli antecedenti” o “predisposizioni”, cioè le zone pre-concettuali o “pre-religiose” dove si svolge il dramma della preparazione o meno della fede». In grado di nutrire quel pre-religioso, il cinema o l’audiovisivo in genere risulta essere capace di preparare il terreno per una piena accoglienza della fede: «Infatti – continua Gallagher –senza attenzione pastorale allo spazio pre-religioso della nostra umanità, le forme della fede religiosa mancano di radici e di credibilità, particolarmente all’interno della cultura di oggi».

Ecco perché è necessario che l’immaginazione dell’uomo sia toccata, sia costantemente sollecitata. Scegliere e utilizzare un contenuto audiovisivo pertanto implica una serie di attenzioni:

  • “Focalizzare il target” a cui si propone il contenuto. Non tutto va bene per tutti, anche se il film o l’audiovisivo piace a chi fa la proposta.
  • “Conoscere bene il contenuto” da proporre. Non si sceglie per “sentito dire” o perché ci pare che i temi trattati siano interessanti. Occorre “vedere” e magari anche “rivedere” più volte ciò che andiamo a proporre, leggendo le diverse recensioni nonché le interviste al regista, agli sceneggiatori o agli artisti coinvolti. Andare a “enucleare gli snodi più importanti” per aiutare poi i fruitori a comprendere meglio l’intenzionalità per cui abbiamo fatto una determinata proposta.
  • “Inquadrare il contesto” per aiutarne la comprensione, soprattutto quando si selezionano delle clip e non si vede l’intero film o filmato.
  • Chiedere di “lasciare parlare le emozioni” prima di tutto. Secondo quella attenzione del pre-religioso (Newman) enunciata sopra.
  • Aiutare i fruitori, nel dialogo, a “cogliere gli aspetti più significativi”, avendo cura di “declinarli in ottica cristiana”.

In una cultura attuale, dunque, spesso contraddittoria, seppur fondata su radici cristiane – anche se magari non si dà estraneità al mistero di Dio, ma lo si ritrova solo in termini di rimando ed evocazione, senza più attestarne l’evidenza – è possibile scovare prodotti mediali assai interessanti.

Vi sono tracce, orme della presenza di Dio, dentro i sistemi o proposte culturali odierne, che hanno spesso la durata di “un attimo” che chiede di essere intercettato, catturato da uno sguardo acuto o da un orecchio attento, che va indirizzato ed educato.

A noi il compito di saperli “scovare” e riproporre con quel gusto della sapienza cristiana che ha tutto il sapore del Vangelo, ovvero della “buona notizia”.