Convegno ecclesiale nazionale – Firenze 2015

Ripartire dal Concilio, con stile sinodale

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Firenze

di Antonio Martino - Da Verona a Firenze (e prima Roma, Loreto, Palermo), la Chiesa che ama l’Italia e ne abita le contrade è da ieri (sino a venerdì prossimo) riunita a Convegno per condividere le idee, le proposte, le esperienze di una comunità di credenti che sente sopra ogni cosa la necessità di ridare slancio e vigore al proprio cammino, troppe volte indolente, distratto, incapace di soffermarsi ad accudire le piaghe vive della storia, fatto spesso più di parole che di testimonianza, di proclami più che di passi concreti.

Un bisogno profondo di alimentare l’essere Chiesa viva esplicitato dall’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia, presidente del Comitato preparatorio all’apertura dei lavori dell’assise fiorentina: “Siamo a Firenze per alimentare la comunione ecclesiale, vero cemento della nostra vita di fede; accrescere la capacità di discernimento, la capacità di interpretare i segni dei tempi progettando il nostro contributo all’avvenire di questo Paese”.

Parrocchie e diocesi, associazioni e movimenti - tanti gli amici di Ac tra i delegati, oltre alla presidenza nazionale al completo - mondi della scuola, della famiglia, del lavoro, della salute, la comunità cristiana tutta è a Firenze. Quella stessa comunità cristiana che ha trasmesso nei due anni di preparazione al Convegno le proprie esperienze intorno al tema del nuovo umanesimo in Gesù Cristo. Facendo emergere allo stesso modo – ha aggiunto il Presidente del Comitato preparatorio – “la centralità del tema scelto e la capacità di distinguere, tra i grandi cambiamenti che caratterizzano questo nostro tempo, quali sono le questioni veramente ‘fondamentali’ e quali invece sono problemi che, pur importanti, attengono più alla sfera dell’attualità, o del semplice dibattito culturale e mediatico”. La questione fondante, insomma, è proprio “la necessità che abbiamo di interrogarci nel profondo, con sapienza credente, su che cosa significa ‘umanità’, nel contesto di progressi, tecnologie, modernità in cui stiamo camminando”.

L’arcivescovo di Torino ricorda come le sollecitazioni giunte dalla “base” della Chiesa italiana disegnino un “mosaico” che è il nostro Paese stesso, con le sue contraddizioni ma, molto di più, con la generosità della sua gente, con una capacità di accoglienza che abbiamo visto alla prova in tante svariate occasioni. “Un Paese che sa di invecchiare, e che deve ancora trovare gli stimoli e i contesti necessari per imboccare una strada nuova in cui le risorse di persone e istituzioni entrino davvero in quel ‘circolo virtuoso’ dove è possibile coniugare il ‘progresso’ delle tecniche e dei mercati con lo ‘sviluppo’ di relazioni sociali più umane e più eque”.

Lungo il filo dell’umanesimo, per Firenze si è fatta la scelta fondamentale di “incrociare gli ambiti individuati dal Convegno di Verona 2006 (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione, cittadinanza) con le cinque vie indicate da papa Francesco nella Evangelii gaudium (uscire, abitare, annunciare, educare, trasfigurare): “perché i giorni di Firenze siano quelli in cui definire i percorsi del necessario rinnovamento della presenza della Chiesa in Italia. Un rinnovamento, come chiede il Papa, nella mentalità e nello spirito, per rinfrescare i termini veri della nostra presenza: l’annuncio gioioso del Vangelo e l’entusiasmo della missione, a servizio della nostra gente”. Un rinnovamento già promosso dal Concilio Vaticano II che resta ancora oggi la trama su cui tessere i fili di un umanesimo cristiano “che è in ascolto; concreto; plurale e integrale; d’interiorità e trascendenza”.

A Firenze c’è già un primo risultato, un primo dato. Lo si avverte incontrando i delegati. Lo sottolinea lo stesso mons. Nosiglia nella prolusione: lo stile della sinodalità, che “deve accompagnare i lavori di questi giorni come ha accompagnato il lavoro precedente”; e “sarebbe un grande risultato se da Firenze la sinodalità divenisse lo stile di ogni comunità cristiana”.

Uno stile che sembra precedere oltre che poter agevolare due necessità, due note caratteristiche per la Chiesa di domani: una riflessione “ispirata ad un’autentica ‘cultura dell’incontro’” e una teologia capace di “abitare le frontiere e farsi carico dei conflitti”. Una Chiesa capace di riconoscere che “anche coloro che non condividono l’umanesimo cristiano compiono opere di bene per l’umanità, che vanno apprezzate e riconosciute mediante un positivo e costruttivo discernimento”.

La Chiesa italiana riunita a Firenze sa di abitare in un Italia che sta sempre più invecchiando, in cui la gente è sfiduciata e ripiegata su se stessa, dove le diseguaglianze sociali e le povertà non solo materiali ma etiche e spirituali stanno crescendo e “dove secondo le statistiche il 31 per cento della popolazione vive da solo chi per scelta, chi per necessità e chi per naufragio esistenziale”. La Chiesa italiana riunita a Firenze sa anche di avere una grande responsabilità: “ha bisogno di riappropriarsi della speranza che la fede cristiana ha seminato nella sua storia, dando vita a un patrimonio di umanità, santità e civiltà esemplare per il mondo intero”.