Tra le pieghe di un pontificato

La Ecclesia semper reformanda

Versione stampabileVersione stampabile

di Fabio Zavattaro - Prima celebra in San Pietro, poi, smessi i paramenti liturgici, si inginocchia davanti ad uno dei confessionali della basilica vaticana. Come un semplice fedele rimane inginocchiato, un peccatore tra i peccatori; ma lui è il Papa e il suo gesto è inizio delle ventiquattro ore per il Signore. Ha la sola veste bianca, una stola viola scende dalla spalle, per oltre un’ora ascolta le confessioni di un gruppo di fedeli.

È forse questa l’immagine che più piace al vescovo di Roma Francesco: «Oggi più che mai soprattutto noi pastori siamo chiamati a ascoltare il grido, forse nascosto, di quanti desiderano incontrare il Signore». È un tempo di penitenza e di conversione, la Quaresima, soprattutto in questo anno dedicato alla misericordia, «il nome di Dio».

A tre anni dalla sua elezione a successore di Benedetto XVI sul Soglio di Pietro, Francesco rimane il pastore tra la gente – «con l’odore delle pecore», per ricordare la sua affermazione il giovedì santo del 2013 – capace di preferire ai potenti di turno un giovane handicappato su una sedia a rotelle. Solo tre anni, ma già è un esercizio non indifferente riuscire a riassumere il sul Pontificato in poche righe. Un Papa che invita a guardare all’essenziale, sin dal suo primo saluto, quel il 13 marzo di tre anni fa, quando invitò a iniziare il cammino insieme vescovo e popolo, «questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi». Così non è un caso che ripeta l’invito a non cedere alle tentazioni che «hanno la forza di annebbiare la vista e il cuore»; che sottolinei quanto sia «facile e sbagliato credere che la vita dipenda da quello che si ha, dal successo o dall’ammirazione che si riceve; che l’economia sia fatta solo di profitto e di consumo; che le proprie voglie individuali debbano prevalere sulla responsabilità sociale».

In questo tempo, dalla sua elezione, Francesco ci ha abituato a uno stile di Pontificato fatto di essenzialità, semplicità. Così non stupisce che scelga una strategia diversa, ad esempio, per abbracciare il Patriarca di Mosca Kirill, in un luogo non canonico come l’aeroporto cubano de L’Avana, lontano dalle divisioni e contrapposizioni dell’Europa. Un incontro che va a ricucire uno strappo che dura da mille anni, e che i suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, avevano cercato di superare senza riuscire a trovare una sponda attenta e pronta. Due ore di colloquio per parlare della situazione delle Chiese nel contesto attuale, alla vigilia del Sinodo panortodosso che a metà giugno si aprirà nell’isola di Creta. E non stupisce nemmeno il modo con cui questo incontro è stato preparato, con un Papa che dice: «io vengo dove tu vuoi. Tu mi chiami e io vengo». Sicuramente ad accelerare questo incontro sono stati la situazione internazionale con il martirio dei cristiani – «l’ecumenismo del sangue» – in Medio Oriente, in Siria, in Africa. La salvaguardia del creato, tema molto caro al Patriarcato di Mosca; e le scelte che le Chiese della riforma, protestanti, evangelici e luterani, hanno compiuto in questi ultimi anni e che hanno allontanato dottrinalmente queste Chiese dal mondo Ortodosso.

È un Papa, Francesco, che ha un obiettivo preciso: farsi costruttore di ponti. Lo aveva detto già nel suo primo incontro con il Corpo diplomatico, nel marzo del 2013: «Desidero proprio che il dialogo tra noi aiuti a costruire ponti fra tutti gli uomini, così che ognuno possa trovare nell’altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere e abbracciare». E la prima difficoltà da metter da parte per Francesco è proprio l’indifferenza, che è il vero opposto della misericordia.

Quell’indifferenza che condanna sin dal suo primo viaggio nell’isola di Lampedusa, per essere accanto a coloro che fuggono da guerre, violenze e povertà e rischiano la vita su fragili e affollate imbarcazioni per cercare un futuro migliore. Così quando parla di globalizzazione dell’indifferenza punta il dito contro l’atteggiamento che ci rende chiusi e non solidali verso queste moltitudini, che ancora oggi bussano alle porte dell’Europa per chiedere solidarietà e accoglienza. Un messaggio che ripete al Parlamento europeo di Strasburgo di fronte ai rappresentanti di quella che chiama «nonna Europa». Per sottolineare che è proprio la misericordia l’arma per costruire un mondo solidale e di pace.

Così tutti i viaggi sono un itinerario nelle periferie dell’esistenza, dalla prima visita in Brasile, luglio 2013, per la Giornata mondiale della Gioventù, alle recenti tappe africane, Kenya, Uganda e Repubblica Centroafricana; alla visita a Cuba, per sancire con la sua presenza un processo di riavvicinamento con gli Stati Uniti. Al Messico per dire no alla corruzione e al narcotraffico, ma soprattutto per condannare, celebrando messa a Ciudad Juarez, quel muro che corre lungo il confine con gli Stati Uniti, un muro che separa ma non divide.

La pace che Francesco propone non è solo il silenzio delle armi, non una falsa neutralità che nasconda ingiustizie e difesa dei poveri, degli emarginati. Una pace che non rispetti nemmeno la natura, il creato. Così aprendo la Porta Santa nella cattedrale di Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, Papa Francesco testimonia ed esprime la convinzione dichiarata nella Evangelii gaudium, che «una pace che non sgorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti, non avrà futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza». Parole che richiamano la Populorum progessio nella quale Papa Montini affermava che lo sviluppo è il nuovo nome della pace.

Ma certo la riforma più difficile che Francesco deve affrontare è quella della Curia, con una ridefinizione di strutture e compiti; riforma che si muove nella consapevolezza di una opposizione al processo in atto. Processo che il Papa evidenzia elencando, nel discorso di auguri natalizi alla Curia, è il dicembre 2014, le quindici «malattie curiali»: «malattie e tentazioni che indeboliscono il nostro servizio al Signore», afferma, e che vanno dal sentirsi immortale, immune e indispensabile alla malattia del funzionalismo, all’alzheimer spirituale. E ancora, è il dicembre 2015, sempre ai suoi collaboratori ha parlato degli antibiotici curiali «che potrebbero colpire ogni cristiano, ogni curia, comunità, congregazione, parrocchia e movimento ecclesiale. Malattie che richiedono prevenzione, vigilanza, cura e, purtroppo, in alcuni casi, interventi dolorosi e prolungati». Ma la riforma «andrà avanti con determinazione, lucidità e risolutezza, perché Ecclesia semper reformanda». E perfino gli scandali, afferma sempre Francesco nel suo discorso alla Curia lo scorso anno, «non potranno nascondere l’efficienza dei servizi, che la Curia Romana con fatica, con responsabilità, con impegno e dedizione rende al Papa e a tutta la Chiesa, e questa è una vera consolazione».