Chiamati a farsi storia

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La fede cristiana per sua natura, lungi dall’essere evasiva, è chiamata a farsi storia, dentro i cammini, sovente tortuosi e polverosi, degli uomini e delle donne. Una fede che rischia, “sporcandosi ‒ per così dire ‒ le mani”. La città rappresenta il luogo emblematico di questo “esercizio di contaminazione”, ed anche per questo è la "misura" dell'umano al centro dei lavori del Convegno di Chianciano.
Quando il cardinal Martini pensava alla città e ne scriveva pagine memorabili, aveva sotto gli occhi la sua Milano (e, più in generale, le grandi città del mondo che, per motivi di studio o pastorali, da sempre frequentava). Però, su tutte, il suo pensiero, anche come biblista, correva a Gerusalemme. La Gerusalemme storica, che, forse meglio d’ogni altra, rappresenta lo strazio dell’incomunicabilità fra popoli per molti versi partecipi di vincoli (oltre che di destini) comuni; e la Gerusalemme messianica, entro le cui mura tutta l’umanità, redenta dal sangue dell’Agnello, è convocata per cantare le lodi dell’Altissimo, in un eterno Shalom, che sulla terra resta aspirazione ardente, ma quotidianamente smentita dalla durezza del cuore dell’uomo.
Ecco, possiamo dire che per Martini e per noi tutti, la Gerusalemme celeste, luogo della piena e definitiva pacificazione fraterna, incarnava il paradigma ideale ‒ inarrivabile, certo, ma carico di straordinaria forza attrattiva ‒ per ogni città desiderosa di configurarsi con le fattezze rassicuranti di un amichevole volto umano. Da qui il suo impegno, che oggi è il nostro, per una città aperta, accogliente, inclusiva, dialogante, mite, plurale, che ogni giorno siamo chiamati a incarnare.
Per fare ciò, non servono schiere di uomini soli al comando. Che pur puntualmente si affacciano dai balconi della storia. All’impegno per umanizzare la città, renderla fraterna e inclusiva, deve concorrere l’intera comunità locale, quel popolo di donne e uomini di buona volontà che hanno a cuore il bene comune.
Tra questi, una chiamata particolare è per i laici cattolici, cui più d’ogni altro spetta il compito d’inscrivere dentro la trama e i luoghi feriali della vita tracce di bene, di responsabilità, di speranza, di perdono, di fraternità. Solo così può nascere (rinascere) un progetto di città (e di nazione) che, nonostante tensioni e contraddizioni del nostro tempo, ambisca ugualmente a compiere qualche passo in avanti nell’auspicabile processo di umanizzazione. Consapevoli, inoltre, che nella città, nel succedersi frenetico degli impegni e delle relazioni, la fede viene messa alla prova: con l’onere di dimostrare di volere davvero bene alla terra.