A proposito di lavoro e giustizia sociale

Senza lavoro non c’è futuro per la democrazia

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di Fabio Mazzocchio* - Il tema del lavoro, magistralmente ricompreso nel titolo della X Giornata Mondiale per la Giustizia sociale, come più volte su questo sito sottolineato, è il vero nodo cruciale dell’agenda pubblica del nostro Paese. Il cammino di avvicinamento alla 48° Settimane Sociale dei Cattolici italiani (Il Lavoro che vogliamo, Cagliari, 26/29 0ttobre 2017) ci sta facendo prendere sempre più consapevolezza delle fragilità del nostro sistema occupazionale e, per altri versi, delle enormi possibilità non sfruttate o poco implementate che l’Italia possiede.

Il dato da cui partire sono gli allarmanti livelli occupazionali. La disoccupazione giovanile tocca punte altissime e preoccupanti, soprattutto se comparate con la media europea e con i Paesi più avanzati. Evitando di rifare un elenco di considerazioni macroeconomiche e sociologiche, ritengo utile ribadire alcuni concetti cari alla riflessione sociale della Chiesa in materia lavorista. È opportuno, infatti, dire che famiglie e persone, giovani e futuro stanno alle spalle di ogni riflessione sulla geografia dell’occupazione. Su questo plesso si giocano speranze, desideri ed esigenze di vita di intere generazioni. Tale regime di cose, apparentemente ovvio, spesso viene dimenticato da una lettura economicistica della “questione lavoro”. Mai come in questa fase di crisi economica e occupazionale in Occidente è logico tornare, invece, a ridefinire l’importanza antropologica ed etica del lavoro, oltre che il suo insopprimibile valore in termini di sviluppo sociale e civile.

Mentre nelle nostre società si consumano fenomeni di progressivo deterioramento dell’ethos comune, il lavoro che non c’è, quello a rischio o il lavoro che non basta a una vita dignitosa erode la libertà dei singoli e il loro percepirsi quali esseri capaci di autodeterminazione. Perdere o non avere il lavoro mortifica le possibilità della persona di fare, progettare, agire, apprendere, rendersi partecipe dei processi di sviluppo e promozione sociale. Il non-lavoro indebolisce i legami sociali, isola, crea marginalità e potenzia i conflitti all’interno e all’esterno della persona. Il lavoro è per la persona dignità e futuro. Creazione di valore e di capitale sociale. Il lavoro è base per programmi di vita desiderabili, volano di inclusività.

Sul solco della Laborem exercens di Giovanni Paolo II, Papa Bergoglio nella recente Laudato si’ ci ricorda che la presenza dell’uomo nel mondo ha una vocazione profonda: custodire il creato e coltivarlo, affinché esso possa sviluppare pienamente il suo fine destinale. Inoltre, il Pontefice iscrive l’azione lavorativa all’interno del più ampio spettro delle azioni umane, che rappresentano modalità proprie del soggetto di entrare in relazione con il mondo che lo circonda. Nel lavoro, ci ricorda ancora l’enciclica, si mettono in gioco molte dimensioni dell’umano: «la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione» (n. 127). Per questo auspica che la realtà economica persegua la priorità dell’accesso al lavoro per tutti. L’attenzione di Francesco si focalizza, altresì, sulla questione della promozione umana e del miglioramento delle condizioni che rendono possibile una buona vita per tutti e in tutte le aree del pianeta. Esiste un’evidente connessione tra bene comune universale della famiglia umana, lavoro e sviluppo. Se il bene comune, come sappiamo ormai quasi letteralmente, è «l’insieme di quelle condizioni che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri (della società) di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (LS, 156; GS, 26), nelle condizioni mondiali attuali, caratterizzate da profonde disuguaglianze e dal non rispetto dei diritti fondamentali, «il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica ed ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in un’opzione preferenziale per i poveri» (ivi).

E allora quali conseguenze trarre da questa attenzione al tema del lavoro, in un contesto come quello italiano e in una Repubblica che si dice ancora fondata sul lavoro? Molteplici gli aspetti derivabili, mi soffermo velocemente solo su uno. Il lavoro è fondamento della vita democratica. Senza lavoro saltano i nessi stessi di sostenibilità di una società democratica. Salta il principio di uguaglianza e quello di giustizia sociale, come opportunità per tutti di vivere in modo dignitoso, contribuendo fattivamente alla crescita della comunità civile. Negare l’opportunità ai cittadini di una vita serena significa dichiarare de facto la morte dello spirito democratico e delle sue profonde idealità partecipative e inclusive.

Il lavoro è prima che un diritto per i singoli, un dovere per lo Stato. Garantire buoni livelli occupazionali significa, nella sostanza, promuovere democrazia reale e equilibrio sociale. In questo senso, serve attivare una strategia di cambiamento (LS, 197), per ripensare i processi di sviluppo e le dinamiche sociali. Lo Stato non dovrà certo farsi imprenditore, ma ha ancora la responsabilità di regolare il mercato, attivando politiche economiche che puntino tutto sullo sviluppo occupazionale. Senza lavoro non c’è futuro né per i singoli, né per le comunità politiche.

*Coordinatore del Centro Studi dell’Azione Cattolica Italiana