La società collaborativa

Quando la condivisione si fa risorsa

Versione stampabileVersione stampabile

di Fabio Cucculelli* - Coworking, co-living, smart work, sharing economy, crowdfunding, bartering, social street, banche del tempo (tradizionali e digitali) sono dei termini che negli ultimi anni si stanno diffondendo per descrivere mutamenti che stanno avvenendo negli stili di vita e di consumo, nel modo di lavorare e di accedere al credito. Mutamenti che in buona parte sono dovuti allo sviluppo della rete ma che vanno interpretati, letti, approfonditi, cogliendo potenzialità e limiti. Anche la politica italiana si è accorta di questi fenomeni e lo scorso 3 maggio è arrivata in Parlamento una proposta di legge che fissa alcune regole alla sharing economy. Un mercato che nel mondo, entro il 2025, dovrebbe valere 335 miliardi di dollari.

Una mappatura realizzata nel 2015 da Collaboriamo.org in partnership con Phd Italia, coordinata da Marta Mainieri, ci dice che in Italia le piattaforme di economia collaborativa sono 187, con un incremento del +35,5% rispetto allo scorso anno. I settori più gettonati ricalcano le esperienze dei big del settore, con il dominio di turismo (15%), trasporti (18,6%) e scambio di beni (26%), categoria trasversale che va dall'abbigliamento ai portali didattici per la condivisione di lezioni.

Ma che cosa c’è oltre i numeri? Cosa accomuna i fenomeni citati? Cosa ci dicono? Che le persone hanno voglia di condividere, incontrarsi, collaborare, scambiarsi oggetti, beni e servizi, di uscire dall’anonimato, dalla solitudine, di dare un senso nuovo alle varie esperienze della loro vita. E ancora di collaborare in forme inedite alla creazione di qualcosa di nuovo.

Siamo di fronte ad una svolta culturale, sociale, economica, e forse antropologica? È ancora presto per dirlo. Le riflessioni del sociologo americano Richard Sennett ci possono aiutare a dare alcune risposte, a ragionare su ciò che sta accadendo e a prefigurare un futuro diverso da quello che ci viene oggi prospettato dai media e dagli opinion leaders.

Nel 2012 esce il suo libro, che considero di fondamentale importanza, non solo per la ricerca sociologica: Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, (Together: The Rituals, Pleasures, and Politics of Cooperation, Yale 2012). Qui Sennett - che prima di diventare quel famoso studioso che è oggi, è stato violoncellista e direttore d’orchestra a livello professionistico - propone una delle più esaustive e approfondite ricerche che siano mai state realizzate sul tema della collaborazione, in cui nozioni sociologiche, filosofiche e storiche si intrecciano con la narrazione di esemplificazioni desunte da interessanti indagini sul campo. Non solo teoria dunque ma anche concretezza di vita.

La tesi di fondo proposta dall’autore è che oggi l’uomo contemporaneo, per superare la crisi economica e sociale in cui è piombato, deve re-imparare a collaborare. Afferma significativamente: “Voglio mettere a fuoco una piccola porzione di ciò che si potrebbe fare per contrastare la collaborazione distruttiva del tipo “noi contro voi” nonché la collaborazione degradata in collusione. L’alternativa positiva è un tipo di collaborazione impegnativa e difficile: quella che cerca di mettere insieme persone che hanno interessi distinti o confliggenti, che non hanno una simpatia reciproca che non sono alla pari o che semplicemente non si capiscono tra loro. La sfida è quella di rispondere all’altro a partire dal suo punto di vista” (p. 16).

Intervistato da Famiglia Cristiana nel giugno del 2012, tre mesi dopo l’uscita del suo libro in Italia, Sennett mette in risalto anche il ruolo che potrebbero giocare le grandi religioni per dare una spinta, in senso collaborativo, alla società attuale: “Nel cattolicesimo, nell’ebraismo e nell’islam la collaborazione non è una scelta personale, bensì un rituale che si dipana all’interno della comunità. La rivoluzione protestante ha creato un nuovo paradigma, proprio in ragione del fatto che essa è diventata una scelta e il rituale viene sostituito da una volontà individuale. (…). Ha qui inizio la modernità, per la quale le relazioni sociali vengono dall’io, non dall’esterno”.

In sintesi il sociologo americano sostiene che la capacità di cooperare è “genetica” ma si può apprendere e perfezionare. Si tratta di un’abilità dell'uomo che può, con il suo operato, "riparare" la nostra società, come un artigiano fa con uno strumento danneggiato; utile in passato e potenzialmente ancor più utile una volta riparato.

Non basta, però, condividere luoghi, oggetti, conoscenze, saperi, informazioni ma è necessario imparare a collaborare con tutti apprendendo la virtù della pazienza di curare, sviluppare e riparare continuamente relazioni e processi, come fa l’artigiano. Questa è l’unica via per costruire su basi nuove il futuro del lavoro, dell’economia, della politica, della società e dell’ambiente come indicato da Papa Francesco nella Laudato Si’.  Questa è la sfida che ha davanti la sharing economy, il coworking e tutte quelle esperienze di condivisione che si stanno diffondendo.

Insomma bisogna dare un senso alla condivisione orientandola in chiave collaborativa e tenendo ben presente la prospettiva del bene comune della famiglia umana. Ridurre questi processi di condivisione solo ad opportunità di business sarebbe gravissimo. Sta a tutti noi, nei diversi ambiti di vita e di impegno, indirizzare questi cambiamenti verso un orizzonte di collaborazione impegnativa che vede l’altro come una persona con cui costruire un futuro diverso e dove è possibile dare opportunità di vita e di lavoro a tutti.

Oggi la rete offre queste possibilità anche se rimane aperta una questione di fondo: quella del potere, che oggi sembra rimanere nelle mani dei promotori delle piattaforme di condivisione. In questo senso una legislazione in materia è utile e necessaria per evitare, anche in questo ambito, abusi e concentrazioni già viste in passato.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica