Verso la 48° Settimana sociale dei cattolici in Italia

Il lavoro che vogliamo

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di Nadia Matarazzo* - «Non più solo raccontare le buone pratiche, ma farle incontrare, interagire, metterle in rete». Con questo orizzonte di stile, monsignor Galantino, al Festival della Dottrina Sociale tenutosi a Verona a fine novembre, ha proiettato la comunità ecclesiale verso la 48° Settimana Sociale dei cattolici italiani, che si svolgerà a Cagliari nel 2017. Stile e metodo di lavoro rappresentano, infatti, la sottolineatura che da più parti viene colta come la grande continuità che parte dal Convegno di Firenze dello scorso anno: sinodalità e partecipazione saranno le linee guida per il cammino di preparazione.

Il tema (Il lavoro che vogliamo: “libero, creativo, partecipativo, solidale - Eg, 192) sarà quello del lavoro, che dalle dinamiche della globalizzazione e dalla crisi globale e sistemica degli ultimi anni è rimasto profondamente trasformato quanto a struttura, regolamentazione e percezione. Tale è oggi la differenziazione della cultura del lavoro tra le generazioni, che chiedere cosa rappresenti il lavoro a un pensionato, a un cinquantenne, a un trentenne e ad un adolescente significa interfacciarsi con idee e risposte assolutamente differenti e probabilmente discordanti. È evidente che la precarietà è oramai praticamente un carattere strutturale di una grossa fetta del mercato del lavoro, con punte ed eccessi tipici purtroppo di alcuni comparti, e questo crea molto spesso un gap percettivo tra adulti e giovani, oppure tra dipendenti pubblici e privati. Il lavoro divide? A volte sì, il lavoro divide: chi può prendere il largo in ragione di una qualche forma di sicurezza da chi invece è costretto a navigare a vista, spesso per tutta la vita; chi non è lontano dalla pensione da chi invece perde di legge in legge la speranza di percepirla un giorno.

E le divisioni, si sa, sono sempre pericolose, soprattutto su questioni – come quelle legate al lavoro, appunto – che dovrebbero piuttosto aguzzare la creatività e sviluppare la solidarietà tra le persone e le generazioni. Guardare al mondo del lavoro con lo sguardo lucido e l’ingegno evangelico significa osservarlo dall’interno, camminarci dentro, partecipare alle ansie e alle gratificazioni – anche a quelle mancate – di ciascun lavoratore e avere il coraggio di leggere i segni dei tempi. Monsignor Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani - commentando la sua lettera di invito - ha indicato esattamente questa come la strada da seguire: «Il lavoro è degno perché è degna la persona umana. Lo è il mio lavoro di vescovo come quello dei “cartoneros” di Buenos Aires, i raccoglitori e riciclatori di cartoni, come i venditori ambulanti di Rio de Janeiro o i più sofisticati lavoratori della Nasa o della più sofisticata ricerca scientifica (…). I cartoneros, gli ambulanti, i portatori abusivi di risciò del Bangladesh non accettano che la loro attività sia considerata “economia informale”, ma preferiscono essere considerati costruttori di una “economia popolare”». Questo genere di prassi ed esperienze, e più precisamente lo stile di comunità che le abita, va accolto e sedimentato perché contiene il seme della solidarietà: quello di chi si ingegna e si mobilita per sopperire a un bisogno della comunità e nel contempo si fa imprenditore di se stesso. Lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, così come indicato da Francesco nella Evangelii gaudium.

*Componente del Centro studi dell'Azione Cattolica Italiana