Oggi come domani, lo sviluppo è il nuovo nome della pace

Garantire un lavoro dignitoso per prevenire i conflitti

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di Andrea Michieli* - Oggi, 20 febbraio, si celebra la Giornata Mondiale della Giustizia Sociale. Il tema scelto per quest’anno è Prevenire il conflitto e sostenere la pace attraverso il lavoro dignitoso (Preventing conflict and sustaining peace through decent work).Tale ricorrenza fu introdotta nel calendario internazionale con una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 26 novembre del 2007. L’obiettivo della giornata era ed è di grande portata: promuovere iniziative concrete a sostegno della giustizia e dello sviluppo sociale, sulla base degli impegni presi in occasione dello storico Summit sullo Sviluppo sociale tenutosi a Copenaghen nel 1995 e delle proposte d’azione «per accelerare lo sviluppo sociale per tutti», adottate in occasione della 24ma Sessione speciale dell’Assemblea Generale.
La risoluzione che istituiva la Giornata inoltre rilanciava l’impegno degli Stati a promuovere un sistema, su scala globale, basato sui principi di giustizia, eguaglianza, democrazia partecipativa, trasparenza, accountability e inclusione, con un richiamo esplicito al lavoro dignitoso delle donne e dei giovani. A questi principi e valori fu dedicata una giornata nella consapevolezza che lo sviluppo della giustizia sociale è indispensabile per il raggiungimento e mantenimento della pace nelle e tra le Nazioni e, viceversa, la giustizia non può essere garantita in assenza della pace e del rispetto dei diritti umani.
Nel decimo anniversario dell’istituzione della Giornata sembra più che mai urgente interrogarsi sugli obiettivi che gli Stati si erano posti. La giustizia sociale infatti è regredita da allora, complice la più grave crisi economico-finanziaria che il mondo abbia vissuto.
Significativo è il tema scelto per il 2017 che metta a fuoco l’effetto più dirompente della crisi che viviamo: la mancanza di mezzi primari di cui l’essere umano necessita per condurre una vita dignitosa e, allo stesso tempo, partecipativa e inclusiva. Questo è il principale fattore di instabilità e la prima vera minaccia per la pace nelle e tra le Nazioni. Per questo, come recita il titolo, è possibile «prevenire il conflitto e sostenere la pace - potremmo aggiungere “solo” - attraverso un lavoro dignitoso». La giustizia sociale è, infatti, la pace negli Stati, mediante un lavoro dignitoso per tutti, e la pace internazionale tra gli Stati, attraverso la costruzione di strutture di dialogo e promozione dei diritti umani.
Il titolo suggerisce un trinomio fecondo – giustizia, lavoro e pace – che si ricollega al sistema di “ecologia integrale” che Papa Francesco propone in Laudato si’ (n. 137). Il criterio della giustizia, nell’oscillazione perenne tra libertà ed eguaglianza, porta a riflettere sulle nuove e possibili forme di equità, che spezzino le strutture di potere che hanno creato disuguaglianze insostenibili e che fanno sì che tutt’oggi - come riportano le Nazioni Unite - 836 milioni di persone vivano in condizione di estrema povertà. La terra - come ci ricorda Laudato sii - è un’eredità comune i cui frutti devono andare a beneficio di tutti (n. 93). Perciò l’unica logica che può tenere insieme tale correlazione è quella dell’ecologia integrale che crea le condizioni per garantire a ciascuno, in relazione con gli altri, il raggiungimento pieno della felicità e che ispira al contempo la logica del dono gratuito: in un mondo sempre più interconnesso, non esiste sviluppo e giustizia sociale senza solidarietà fra le generazioni.
Sempre in questa logica, giustizia sociale significa un cambio dell’attuale sistema economico. Esso potrà realizzarsi solo attraverso un nuovo e concreto modello di lavoro che metta al centro le capacità dei giovani. Come ha osservato recentemente il nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, i giovani, che sono «il potenziale del genere umano», in molti paesi «hanno problemi in relazione alla capacità di trovare la speranza, di trovare un lavoro, anche se sono educati, creando enormi frustrazioni. Tutto questo genera, in un contesto in cui anche i sistemi politici non sono stati in grado di adattarsi ai nuovi cambiamenti nelle tecnologie di comunicazione e informazione, un divario tra l’opinione pubblica, la società e i governi. Questo è uno dei fattori che, oggi, mina la governance».
La giustizia sociale e il lavoro, come detto, possono creare le condizioni per un progetto di pace solido che scardini l’innesto della terza guerra mondiale “a pezzi”. Questa logica è la stessa promossa da Guterres che, non a caso, nel primo discorso da Segretario Generale ha chiesto a ciascuno che la pace sia obiettivo quotidiano, dal momento che tutto ciò per cui ci battiamo «dignità, speranza, progresso, prosperità, dipendono dalla pace. Ma la pace dipende da noi» (Appeal for Peace, 1 January 2017, New York). Guterres ha recentemente messo in luce come la pace, nello scenario odierno, sia un processo complesso poiché viviamo in un mondo che non è più bipolare, né unilaterale e non è ancora multipolare, quanto piuttosto «ampiamente caotico».
Ricordare questi temi, oggi, ci deve aiutare a pensare e ad agire concretamente nella direzione di sistemi economico-sociali più giusti, radicati sul lavoro dignitoso e sulla prevenzione dei conflitti. Parallelamente bisogna evitare quello «stile elegante» diffuso nella società globalizzata: «sotto le spoglie del politicamente corretto o le mode ideologiche, si guarda chi soffre senza toccarlo, lo si trasmette in diretta, addirittura si adotta un discorso in apparenza tollerante e pieno di eufemismi, ma non si fa nulla di sistematico per curare le ferite sociali e neppure per affrontare le strutture che lasciano tanti esseri umani per strada. Questo atteggiamento ipocrita, tanto diverso da quello del samaritano, manifesta l’assenza di una vera conversione e di un vero impegno con l’umanità» (Messaggio del Santo Padre Francesco in occasione dell’Incontro dei Movimenti Popolari a Modesto, California, 10 febbraio 2017).
Questa Giornata, se non vuole rimanere nel cassetto delle ricorrenze sterili, ci deve aiutare a mettere in pratica l’appello che Paolo VI, nella Populorum Progressio, ci consegnava cinquant’anni fa (26 marzo 1967): «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Uno sviluppo della giustizia che deve ripartire dal lavoro dignitoso per tutti.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana