Le donne tra violenza e negazione della dignità

Amare per forza?

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di Donatella Pagliacci* - Partiamo da alcuni dati per parlare di una questione controversa, per molti versi scomoda e difficile, ma forse proprio per questo necessaria da affrontare. In Italia in dieci anni sono state 1740 le donne ammazzate, il 67,6% delle quali dal marito o compagno, e il 26,5 per mano di un ex. Quindi 1251 femminicidi sono avvenuti all’interno della famiglia, 846 per mano di un fidanzato e 224 donne sono state assassinate da un ex. Ci chiediamo a questo punto se e in che misura la famiglia costituisce, per così dire, la parola magica e sufficiente per configurare e garantire dei legami sani e positivi per i membri che la compongono? Come ha osservato anche Martha Nussbaum è difficile negare «che la famiglia è stata uno dei principali, se non il principale luogo di oppressione della donna. Amore e cura sono presenti nella famiglia, ma anche la violenza domestica, stupro coniugale, abuso sessuale infantile, denutrizione delle bambine, cure sanitarie inadeguate, opportunità scolastiche inique e innumerevoli altre più intangibili violazioni della dignità e della uguaglianza della persona»[1].

Le statistiche dei delitti e delle violenze, come si è visto, riferiscono in modo chiaro come per la maggior parte dei casi si consumano tra le mura domestiche, in parte anche garantiti da un certo diritto alla privacy, così tenacemente e impunemente difeso, con particolare vigore negli ultimi anni in molti paesi del mondo, anche di quelli più progrediti.

In questo senso, la tutela della vita privata ha comportato una certa impunità per le reiterate forme di violenza esercitate sulle donne e sui bambini. È altresì del tutto evidente come ancora oggi vi siano delle forti disparità nel modo di educare e crescere i bambini e le bambine nelle diverse parti del mondo. Se possiamo riconoscere che nel nostro paese si sono fatti molti passi avanti nell’educazione alimentare, sanitaria e culturale in senso stretto delle donne, dobbiamo del resto ammettere che in alcuni paesi del mondo ancora oggi non è così e che, in questo caso anche nel nostro paese, sono ancora molti i pregiudizi e gli stereotipi che riguardano la sfera femminile. Per dirlo ancora con la Nussbaum dobbiamo porre molta attenzione alla «vita delle donne nella famiglia, perché troppo spesso alle donne sono stati negati i beni elementari della vita perché sono state viste come parti di un’entità organica, come si suppone la famiglia sia, piuttosto che soggetti politici a pieno titolo. Sono state anche, troppo spesso, viste come riproduttrici e badanti, invece che come fini in sé. In termini pratici e concreti questo ha significato che ci si è interrogati in modo insufficiente sulla distribuzione delle risorse e delle opportunità all’interno della famiglia»[2].

La disparità nel modo di crescere e di considerare la vita delle donne rispetto a quella degli uomini è stata avvertita in modo sempre più consapevole, anche grazie al movimento rivoluzionario del femminismo, come un genere di ingiustizia inammissibile di cui farsi carico per garantire un’effettiva crescita culturale e sociale di un paese che volesse dirsi civile[3].

In altre parole siamo troppo spesso portati a porci lo sconcertante interrogativo con cui Catharine MacKinnon provocatoriamente denuncia le reiterate violenze subite dalle donne: «Le donne sono umane? Se noi donne fossimo umane, saremmo trasportate come merce pronta a essere venduta in Thailandia ai bordelli di New York? Saremmo schiave sessuali, usate a fini riproduttivi? Saremmo allevate come bestie, costrette a lavorare per tutta la nostra vita senza essere pagate, bruciate nel caso i soldi della nostra dote non siano abbastanza, o nel caso gli uomini si stanchino di noi, fatte morire di fame quando i nostri mariti muoiono (se sopravviviamo alla loro pira funebre) vendute per sesso, perché siamo apprezzate per nient’altro? Saremmo date in sposa ai sacerdoti, in cambio di denaro per espiare i peccati della nostra famiglia, o per migliorarne le prospettive terrene? Nel caso ci fosse concesso di lavorare dietro retribuzione, saremmo costrette a svolgere i lavori più umili e saremmo sfruttate fino al punto di essere ridotte alla fame? I nostri genitali sarebbero tagliuzzati per «purificarci» (le membra dei nostri corpi sono impure?), per controllarci, per marcarci per definire le nostre culture? Saremmo smerciate come cose destinate all’uso e all’intrattenimento sessuale, in tutto il mondo, e in qualunque forma resa possibile dall’attuale tecnologia? Ci sarebbe impedito di imparare a leggere e scrivere?»[4].

Martha Nussbaum, Catharine MacKinnon e molte altre autrici che si sono dedicate a questo tema riconoscono anzitutto nella destinazione naturale la genesi dello sfruttamento e del mancato riconoscimento della dignità delle donne, ma accanto a tutto ciò c’è da domandarsi se non vi sia anche una ragione ulteriore che deve essere cercata nel modo nel quale oggi uomini e donne si relazionano reciprocamente. C’è, in altre parole, da chiedersi se la relazione interpersonale non sia, per così dire, attaccata da una sorta di virus difficile da individuare ed estirpare che si annida, quasi incistandosi dentro la sfera affettiva e impedisce ai legami di essere percepiti come opportunità. In questo modo i rapporti vengono trasformati in veri e propri tormenti, lacci insopportabili che soffocano la creatività e logorano la dinamica stessa della donazione  e della reciprocità.

Potrebbe essere opportuno provare a rispondere alla domanda della genesi della violenza nella relazione interpersonale per comprendere se e in che modo le appartiene in modo connaturale o subentra come una sorta di agente patogeno che infetta la relazione, fino a portarla ad una fine tragica: l’eliminazione fisica di uno dei due amanti ad opera dell’altro.

Se è vero che la forza non è del tutto estranea alla relazione interpersonale è, del resto anche tristemente vero, che troppo spesso la forza si trasforma in una violenza assassina, che cancella l’amore che ha unito gli amanti e li trasforma in due vittime dell’odio. È il potere del negativo che prende il sopravvento fagocitando il bene e la capacità umana di controllare e gestire anche le situazioni più difficili. Va detto che la violenza prescinde dai fattori culturali e sociali delle vittime e dei loro carnefici e li rende tutti diversamente vittime della rabbia, di una violenza incapace di vedere e riconoscere sempre e comunque il bene proprio e altrui.

La relazione interpersonale è, infatti, il luogo della cura e del rispetto, della donazione e della fiducia, in altre parole dell’affidamento reciproco. I partner, accanto alla possibilità di soddisfare il loro desiderio, chiedono alla relazione sicurezza e stabilità, hanno in altre parole bisogno di sentire che il legame conta, che ciò che l’unione dei due ha reso possibile è qualcosa di solido che vale la pena di essere difeso e protetto rispetto all’esterno, in altre parole che il legame e ciò che significa per i due è una realtà di cui devono prendersi cura. In questo senso la relazione chiama in causa la forza, come quell’energia che impieghiamo per difendere e custodire qualcosa di incommensurabilmente prezioso e che vale in quanto tale.

Il problema sorge quando la forza, che viene utilizzata per proteggere il noi dall’esterno, ovvero per custodire il legame da tutto ciò che è diverso, distante, altro dal nostro essere un noi, viene utilizzata contro la stessa relazione, cioè quando diviene forza di l’io amante contro il tu amato, quando la forza che si rivolge contro quel noi così essenziale all’amore serve a distruggere e disgregare.

Se dunque possiamo ammettere che solo la forza e non la violenza sia connaturata al legame, può essere opportuno cercare di capire come il desiderio, che ha reso possibile l’unione dei due, possa trasformarsi, tramutarsi in un desiderio di annullamento di una delle due realtà, spesso la più fragile: la donna. Ci chiediamo se e in che modo la genesi della violenza possa essere fatta risalire al desiderio, nel suo divenire altro da ciò che è. Il desiderio, in effetti, può essere concepito come un’energia che ci permette di unirci all’oggetto amato. Ma il desiderio propriamente sussiste nell’esistenza e sussistenza dei due che, reciprocamente, nel desiderarsi dichiarano il loro essere l’uno per l’altra disponibili ad essere oggetti del desiderio da parte dell’altro. L’elemento cardine del desiderio è dunque la libertà, una libertà che non può che essere reciproca, proprio per assicurare l’esercizio del desiderio. Si può dire che un tempo c’era un solo io libero, riconosciuto anche a livello sociale come colui che provvedeva e sorreggeva il legame, esercitando il proprio desiderio con potenza, ma spesso anche attraverso un vero e proprio potere sull’altra, come se la sua compagna e sposa fosse in proprio dominio, inserendo, in tal modo dentro la relazione un ingrediente artificiale, ovvero una vera e propria asimmetria estranea all’autentico rapporto interpersonale.

Oggi, credo più che in passato, le relazioni si instaurano e si giocano non più tra un io libero: il maschio e uno dipendete: la femmina, ma tra due io entrambi liberi, che cercano di essere l’uno dinanzi all’altra, l’uno per l’altra soggetti e oggetti di desiderio. Come è stato osservato: «se la coppia funziona secondo reciprocità riconoscente, il gioco delle parti assume un altro aspetto e manda all’esterno un messaggio radicalmente diverso»[5]. La maggiore consapevolezza delle donne di essere soggetti attivi e non solo oggetti destinati alla cura e allo spazio della vita privata, ha comportato per i rapporti interpersonali la presenza di un’altra libertà che, accanto a quella maschile, ha la capacità e il potere di vivere il legame in pienezza e libertà.

La presenza e l’esercizio di questa seconda libertà, che si gioca dentro il rapporto, genera, per un verso «l’intimità più profonda che si può in vita sperimentare»[6] e, per altro, un vero e proprio smarrimento rispetto all’esercizio di quel potere che, in certa misura, ai maschi è servito per gestire il legame secondo uno schema consolidato e assicurato da secoli di storia. Gli uomini oggi sono chiamati a scoprire forme nuove di vivere la relazione, nella quale l’altra, la compagna non è più in loro possesso e a loro disposizione, ma è un’alterità simmetricamente libera che, con creatività e impegno, contribuisce e si prende cura non solo della sfera privata, ma anche della vita pubblica. In effetti «il gioco di due libertà è certamente il gioco più alto e più bello che gli esseri umani possano giocare. Ma è anche il gioco più rischioso. Basta un niente per mandarlo in aria. Il fatto è che due libere persone possono essere legate l’una all’altra solo se sono l’una per l’altra oggetti di desiderio, in reciprocità»[7]. In molte circostanze questa trasformazione della relazione da sfera del dominio e del potere a sfera di libertà genera sconcerto e paura, perché devono essere rivisti, con intelligenza e fantasia, tutti i ruoli sia quelli maschili che quelli femminili.

L’abbandono di un uso paternalistico del potere non è sempre facile richiede impegno ed energia, un vero e proprio lavoro per custodire e mantenere l’amore, che richiede un esercizio operoso e se mal condotto conduce spesso a pessimi risultati. Da qui sorgono la frustrazione e la rabbia, che prendono il posto della ricerca di ciò che unisce e di ciò che consente al rapporto di rinnovarsi e di sperimentare forme e linguaggi sempre nuovi per incontrarsi. Il fallimento di questo lavoro non è però la fine del rapporto, ma è la violenza che sostituisce il desiderio di volere il bene dell’altro in reciprocità. Una relazione affettiva può anche finire, e anzi in molti casi è bene che finisca, ma il problema nasce quando uno dei due, spesso colui che ha maggiore forza e potere, non riesce a vivere e concepire la fine del rapporto come un’altra possibilità di dire il proprio bene per l’altro. Da qui sorge la disperazione e il sentimento di impotenza che può tramutarsi in una forza distruttiva che, non essendo più utilizzata per proteggere la relazione dall’intrusione di agenti esterni, si scarica dentro il rapporto inquinando i sentimenti e inibendo la capacità di ricomporre le piccole e grandi fratture che, inevitabilmente, sono sottese ad ogni genere di legame. La violenza di una persona contro un’altra è sempre inconcepibile ed inammissibile, lede ogni legame e non è degna di un essere umano.

La consuetudine ad essere concepite come oggetti e non come soggetti di desiderio[8], ha spinto, ma purtroppo dobbiamo riconoscere che ancora oggi, spinge molte donne a credere e a confondere la forza dell’amore con un amore per forza. Donne abituate ad essere violate e violentate fisicamente e psicologicamente, diventano a poco a poco vittime, perché incapaci di considerarsi meritevoli e degne di rispetto e di cure da parte degli uomini.

La violenza interrompe e corrompe il legame, ci domandiamo se e in che modo dalla violenza subita può ricostituirsi un legame tra gli esseri umani coinvolti e quale genere di legame saranno in grado di ristabilire? C’è, in altre parole, da chiedersi se la vittima (quando sopravvive) e il suo carnefice possono sperare di recuperare anzitutto la fiducia in se stessi e poi anche nell’altro ed essere capaci di vivere e concepire un’esistenza degna di rispetto e stima reciproci, per poter scegliere di lasciarsi coinvolgere solo in legami definitivamente distanti dalla violenza.

In primo luogo, occorre osservare che per poter sottrarre la vittima al suo carnefice, ovvero l’amata al suo amante-violento, è necessario ristabilire e mantenere una giusta distanza tra i due di cui si devono farsi carico la giustizia e le istituzioni.

Il ricorso alla giustizia, come terzo nella relazione, può essere opportuno per ricomporre e ricucire le ferite, restituendo al legame spezzato dalla violenza, la possibilità dell’amore. Ciò che lo sguardo della giustizia rende possibile è l’attivarsi di un duplice processo di riconoscimento: da parte di chi ha usato la forza contro il legame, deve sapersi assumere la propria responsabilità e ammettere di aver stravolto e trasformato l’amore in odio e, dall’altra, chi ha subito violenza (se e quando è ancora in vita) deve decidere di non accettare in nessun modo nessun altro legame che non sia improntato al rispetto e alla fiducia. Solo così la violenza potrà essere vinta e l’amore restituito al suo habitat naturale: la relazione interpersonale.

Il percorso attivato dalla giustizia è necessario, non solo per permettere al partner violento di riconoscere il proprio errore, ma anche per restituire alla vittima la propria dignità e la stima di sé che la violenza ha oscurato e cancellato. La violenza perpetrata sulle donne, che ancora oggi in molte parti del mondo si esercita con sistematica crudeltà[9], può essere vinta sia mediante una pratica della giustizia, ispirata ai principi del femminismo[10], che definisca i confini di ciò che è lecito e di ciò che non lo è, sia per mezzo di una capillare educazione al rispetto e alla cura dei legami, nei quali si gioca la libertà delle persone. Occorre altresì avere il coraggio di ripensare l’umano nella sua dignità, bellezza, creatività e pluralità, essere capaci di educare al rispetto e alla responsabilità, saper insegnare alle nuove generazioni che la relazione è un’opportunità di essere e non un’occasione per avere, che nel legame si sperimenta e si realizza in modo speciale e creativo il dono di sé all’altro/a nella libertà e verità dell’essere di ciascuno. Saper sostare dinanzi all’alterità dell’altro, nel segno del rispetto e della fiducia reciproci, senza pretendere di ridurlo a nostro possesso è una sfida e un compito che spetta a ciascuno di noi, nessuno escluso.

 

*Componente del Centro Studi dell’Azione Cattolica Italiana

 

[1] M. Nussbaum, Diventare persone. Donne e universalità dei diritti, il Mulino, Bologna 2000, pp. 292-293.

[2] Ivi, p. 297.

[3] Come ha osservato anche Claudia Mancina la questione del riconoscimento delle identità femminili, come identità rilevanti dell’essere umano e non desumibili solo per differenza dal maschile, ha messo in primo piano anche la questione della differenziazione e quindi della valorizzazione delle specificità femminili. La differenza tra maschile e femminile «ha dato luogo ad una clamorosa, e oggi scandalosa, esclusione dalla cittadinanza anche nelle società in cui più si sono sviluppate istituzioni libere e democratiche. Solo nel corso del Novecento i paesi democratici hanno dato la pienezza dei diritti civili e infine anche il diritto di voto alle loro cittadine: che dunque erano state, fino ad allora «cittadine senza cittadinanza» [Godineau 1991]» (C. Mancina, Oltre il femminismo. Le donne nella società pluralista, ilMulino 2002, pp. 20-21).

[4] C. MacKinnon, Le donne sono umane?, Editori Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 3-4.

[5] C. Vigna, Antropologia trascendentale e differenza sessuale, in R. Fanciullacci, S. Zanardo, Donne e uomini. Il significato della differenza, Vita & Pensiero, Milano 2007, p. 225.

[6] Ivi, p. 227.

[7] Ivi, p. 228.

[8] Cf. M. Nussbaum, Persona oggetto, Erikson, Trento 2014, pp. 31-51.

[9] C. Okrent, Il libro nero della donna. Violenze, soprusi, diritti negati, Cairo Publishing, Milano 2007.

[10] Come ha osservato Martha Nussbaum: «La politica internazionale e il pensiero economico dovrebbero essere femministi, quindi attenti (fra l’altro) ai particolari problemi connessi al sesso che le donne affrontano in quasi ogni paese al mondo, problemi senza la cui comprensione non ci si può confrontare adeguatamente con la problematica generale della povertà e dello sviluppo» (M. Nussbaum, Diventare persone, p. 18).