Cei, il sentiero di don Matteo

Da "Segno nel mondo". Il 24 maggio il cardinale Matteo Zuppi è stato nominato presidente della Conferenza episcopale italiana. A lui il compito di una sempre maggiore sintonia con il magistero di papa Francesco

È inutile nasconderlo. Con la nomina del cardinale Matteo Zuppi alla presidenza della Cei (nomina avvenuta lo scorso 24 maggio, dopo che i vescovi italiani lo avevano indicato come primo nome nella terna offerta al Papa, secondo quanto prevede lo statuto della Cei) si apre una fase nuova nella vita della Chiesa in Italia e soprattutto dei rapporti di quest’ultima con papa Francesco. Tributato il giusto riconoscimento al cardinale Gualtiero Bassetti, che per cinque anni e tra notevoli difficoltà – il Covid innanzitutto – si è sobbarcato il difficile ruolo alla presidenza della Cei e l’ha svolto con grande generosità, non c’è dubbio che con la scelta suggerita al Pontefice e da questi recepita, i vescovi italiani abbiano voluto dare un segnale di rinnovamento, non foss’altro che per ragioni meramente anagrafiche (Matteo Zuppi ha 66 anni), e di rilancio dell’azione pastorale, oltre che di ricerca di una sempre maggiore sintonia con il magistero di Jorge Mario Bergoglio (leggi qui l’articolo su SegnoWeb e scaricalo in pdf).

Matteo Zuppi: autorevolezza e ironia


La scelta dell’arcivescovo di Bologna risponde infatti in pieno all’indicazione che il Papa aveva dato – in un’intervista – pochi giorni prima dell’assemblea generale durante la quale è arrivata la nomina. Per Francesco il nuovo presidente della Cei doveva essere un cardinale e figura autorevole. Zuppi è sicuramente l’uno e l’altro. È di una autorevolezza che, come è testimoniato anche dal suo percorso di vita e di ministero, rifugge da pose di superiorità, coniugandosi invece con il tratto popolare e intelligentemente bonario delle sue diverse esperienze di pastore, ad esempio quelle a Trastevere e nella periferia romana. È di una autorevolezza che gli ha consentito, ad esempio, quando era un semplice sacerdote, di mediare una difficile pace tra le fazioni in lotta in Mozambico. E che sa ammantarsi perfino di una certa ironia. «Io sono la controfigura, il vero “don Matteo” è ovviamente quello della televisione. Sa capire e cercare la giustizia con tanta attenzione per ognuno. Quel “don Matteo”, in termini ciclistici, sicuramente mi tira la volata». Così ha risposto subito dopo la nomina a chi gli ricordava che tutti continuano a chiamarlo don Matteo, anche adesso che ha la porpora. Ed è proprio in virtù di questa autorevolezza che può affrontare, con pacata fermezza, anche argomenti sicuramente delicati come la linea che la Cei intende tenere per proteggere i minori dagli abusi.

L’impegno contro gli abusi


Senza seguire la falsariga di altri episcopati europei, che hanno commissionato ad agenzie cosiddette indipendenti analisi conoscitive del triste fenomeno nell’arco degli ultimi 60-70 anni, la Cei ha deciso di adottare una strada diversa. Una strada – così l’ha definita lo stesso Zuppi – fatta di «serietà, chiarezza e giustizia» nell’accertamento dei casi e di vicinanza al dolore delle vittime («la Chiesa è dalla loro parte»). Senza sfuggire alle responsabilità o nascondere alcunché. Perché anche l’eccesso di giustizia può dare luogo a ingiustizie. In sostanza verrà rafforzata la rete dei servizi e delle équipe diocesane, come pure quella dei centri di ascolto, già presenti nel 70 per cento delle Chiese locali della Penisola. E poi le due novità: un report nazionale sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni (2020-2021), che si spera di poter presentare entro il 18 novembre prossimo (poi diverrà annuale). E un’altra ricerca, questa volta condotta su un periodo temporale più ampio, dal 2000 al 2021, in collaborazione con la Congregazione per la Dottrina della Fede. In quest’ultimo caso sarà possibile poi conoscere e analizzare, in modo quantitativo e qualitativo, i dati custoditi presso la medesima Congregazione, garantendo la dovuta riservatezza.

Si comincia dunque con l’aggredire i problemi e cercare di risolverli. «Da papa Francesco – ha detto il cardinale ai microfoni di Tv2000 – ho ricevuto il mandato di “uscire” e che la Cei non viva per se stessa ma serva questo corpo, complicato e bellissimo, che è la Chiesa che va dalla parrocchia più piccola del Paese nel posto più isolato alle grandi parrocchie delle città». «Una struttura – ha proseguito Zuppi – che deve essere più snella e soprattutto sempre vicina a tutti. Vicina alla gente e in particolare a chi soffre. Grande attenzione anche ai giovani, all’accoglienza e a tutte le fragilità come gli anziani e coloro che portano nel loro corpo o nella psiche tanta fragilità». In sostanza emerge da queste parole la consapevolezza che quella italiana è una Chiesa di popolo, profondamente radicata sul territorio, presente e operosa su tutte le frontiere della carità, animata da una religiosità popolare autentica e genuina, da non confondere con certi devozionismi antiquati che vanno sicuramente scrostati. È perciò da questa Chiesa che si riparte, anche nell’ormai avviato cammino sinodale. Per andare dove?

Le tre stelle polari


Il nuovo presidente della Cei ha dimostrato anche in questo caso di avere le idee chiare. Si veda ad esempio il suo intervento alla vigilia della festa della Repubblica, il 2 giugno scorso, quando ha sottolineato con forza il tema del lavoro e della sua sicurezza. Un segnale di vicinanza al sentire della gente, che per la mancanza di occupazione è fortemente preoccupata. Già dalle prime battute, inoltre, Zuppi  ha indicato tre punti di riferimento per la sua azione. Innanzitutto il primato del Papa, che significa comunione con il vescovo di Roma e primate d’Italia. Quindi la collegialità, cioè la stretta collaborazione con tutti i vescovi della Penisola, sulla scia di una storia che parla chiaro in tal senso (il cardinale, nel primo incontro con i giornalisti, ha menzionato tutti i suoi predecessori nel ruolo). E infine la sinodalità, che da un lato significa dialogo e collaborazione tra le diverse componenti del popolo di Dio, il laicato in particolare, dall’altro ascolto e attenzione verso tutti, specie i cosiddetti lontani. «La Chiesa parla a tutti e con tutti», ha sottolineato non a caso appena nominato. La strada dunque è tracciata. Seguirla sarà compito non solo dei vescovi, ma dell’intero popolo di Dio.

*Mimmo Muolo è “vaticanista” di Avvenire

** Gli auguri dell’Azione cattolica italiana al nuovo presidente della Cei

Autore articolo

Mimmo Muolo

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