Carlo Carretto e Casa San Girolamo

Casa San Girolamo: sulle orme di Carretto, con lo sguardo rivolto a Gesù

«Spello mi è venuto incontro come un dono di Dio»: è Carlo Carretto che racconta di sé. Una vita intensa, per certi aspetti “avventurosa”, profonda. Carlo non ha mai nascosto il suo amore per Spello, per il monastero di San Girolamo, per il Monte Subasio. Dopo diverse tappe della sua appassionata vicenda umana e cristiana, fra cui un decennio nel deserto del Sahara in compagnia della sola Bibbia, a metà degli anni ’60 del Novecento torna in Italia e “mette le radici” nella cittadina umbra per creare una comunità dei Piccoli Fratelli del Vangelo, ispirata agli insegnamenti di Charles de Foucauld. Un luogo appartato ma con le porte spalancate per accogliere giovani e meno giovani alla ricerca di sé stessi e di Dio. «Ho scelto il più bel posto del mondo», confiderà, reso bello dal silenzio, dal lavoro, dalla Sacra Scrittura, dalle liturgie e dalle preghiere, dalle gioiose relazioni interpersonali, che, nel giro di pochi anni, fanno di San Girolamo un cuore pulsante del cattolicesimo italiano post-conciliare.

Casa San Girolamo ha riaperto i battenti nel 2010, dopo una lunga parentesi dovuta fra l’altro ai danni del terremoto del 1997: affidata dal Comune di Spello, che ne è proprietario, all’Azione cattolica italiana in ragione dello stretto, storico legame tra Carretto e l’associazione laicale (fu presidente nazionale della Gioventù italiana di Ac dal 1946 al 1952), oggi rappresenta un “polmone spirituale” che accoglie un numero crescente di persone, singolarmente o in gruppi, che vi giungono con le stesse attese e speranze di un tempo.

Carlo Carretto, nato ad Alessandria nel 1910, si è spento a San Girolamo il 4 ottobre 1988, dove è sepolto, accanto ad alcuni amici di sempre. Sulla sua tomba è costante il pellegrinaggio di chi lo ha conosciuto personalmente, di coloro che frequentavano in anni giovanili la Fraternità spellana, di chi lo ha “incontrato” attraverso i suoi numerosi libri che attingono costantemente dalla Bibbia e, per questo, sono vere e proprie guide per l’anima. «Una delle fortune più grandi che mi son capitate nella vita è stata senza dubbio la scoperta della Bibbia che ho fatto verso i vent’anni – annota in uno dei suoi volumi –. Attribuisco a tale scoperta quel po’ di sensibilità religiosa che mi condusse prima a donarmi all’apostolato nel mondo e, più tardi, a ricercare l’assoluto in una congregazione contemplativa come quella dei Piccoli Fratelli del padre di Foucauld. La Bibbia non mi ha mai deluso. Ho trovato in essa ciò di cui la mia anima aveva bisogno, tappa dopo tappa. […] Fu l’unico libro che portai sempre con me e che desidero sia messo dai miei fratelli sul mio petto accanto al crocifisso e al rosario quando scenderò nella tomba».

San Girolamo prova ad essere ancora oggi – sulle orme di Carretto – un luogo di accoglienza, preghiera, fraternità. Il monastero rappresenta un approdo spirituale, formativo e culturale per un numero crescente di persone che vi giungono richiamate dalla memoria di Carretto e dalla testimonianza lasciata dalla comunità dei Piccoli Fratelli, e dalle proposte (incontri biblici, week-end spirituali, settimane di riflessione e preghiera, incontri di formazione) che si devono all’Azione cattolica cui è affidata la Casa.

Soprattutto vuole essere, attraverso amicizia, relazioni, programmi e proposte, una “casa” in cui lo sguardo e l’anima siano sollecitati a cercare Gesù. Gesù risorto, che cammina «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» con le donne e gli uomini di ogni tempo. Questo è il cuore della proposta di San Girolamo.

Gianni Borsa

Carlo Carretto – Le colline della speranza

Mi considero fortunato perché sono nato con una carica di speranza che non è mai venuta meno nella mia vita e mi ha sostenuto durante tutto il cammino che col tempo s’è fatto abbastanza lungo.

Forse lo debbo a mia madre che cantava sempre, conosceva la vera gioia e sapeva anche, con degli stracci vecchi e consunti, fare cose utili per la numerosa famiglia che aveva tirato su nella povertà e nella fiducia in Dio.

So con certezza che gli abiti della figlia più grande passavano, riveduti e corretti, alla seconda che veniva subito dopo e che non aveva tempo di lamentarsi perché sempre occupata ad aiutare i fratellini più piccoli che a loro volta si abituavano a guardare il cielo come se aspettassero qualche cosa che indubbiamente sarebbe arrivata a tempo. 

E difatti non è mai mancato nulla alla nostra povertà, se non ciò che sarebbe servito solo a distrarre e ad appesantire la marcia verso il Cielo della piccola compagine familiare intenta a vivere, senza porsi grosse questioni, la sua avventura semplice e interessante.

La speranza mi ha guidato così attraverso l’infanzia, mi ha illuminato la giovinezza, conducendomi verso la maturità della vita senza troppi incidenti, oltre quelli normali, fatti apposta per imparare a capire che ognuno di noi è impegnato in un’avventura abbastanza misteriosa e interessante.

Se uno mi chiedesse com’è andata la faccenda e io dovessi scendere a particolari, dovrei distinguere tre tappe che hanno caratterizzato il cammino della mia vita. 

La prima tappa è stata quella dell’impegno vissuto a fondo: impegno familiare, impegno culturale, impegno organizzativo. E così fino a quarant’anni. C’è un nome che riassume questo periodo e gli dà la nota dominante: Azione cattolica. 

Mi sono lasciato prendere fino in fondo, proprio com’è nella natura del mio essere. 

L’Azione cattolica mi ha condotto a uscire dal piccolo e ristretto ambiente familiare per farmi capire la Chiesa, viverne le tensioni profonde e scoprire il divino “noi” della comunità cristiana. 

Devo molto all’Azione cattolica e di essa ho solo cari ricordi. 

Se ci sono stati degli errori, e ce ne sono stati, ciò era dovuto all’irruenza con cui vivevamo i nostri ideali e all’impreparazione. Teniamo conto che il Concilio non era ancora stato fatto. C’era però tutta la buona fede e penso sia stato facile al Signore correggere i nostri sbagli. 

A quarant’anni mi trovai a scoprire un’altra realtà e quasi senza accorgermi mi trovai a vivere la stupenda avventura del deserto. 

Il Sahara è stato per me il vero rifugio dell’anima, il luogo stupendo della contemplazione, l’alcova prediletta dell’intimità con Dio. 

Poi venne la terza tappa che, senza volerlo, sarebbe stata come la sintesi delle prime due. 

Avevo conosciuto l’azione, avevo conosciuto il silenzio della contemplazione, ora Dio mi conduceva a un tempo in cui contemplazione e azione dovevano fondersi in un’unica realtà: la Chiesa. La Chiesa nella sua realtà è nel deserto ed è sulle strade. È nella notte passata a pregare ed è nella tensione dolorosa del mondo chiamato a essere rigenerato in Cristo Gesù. 

La Chiesa, la vera Chiesa, è contemplativa e attiva allo stesso tempo, proprio come contemplativo e attivo è il suo fondatore e modello unico: Gesù.

Ed eccomi a vivere la terza tappa della mia vita su queste colline di Spello che chiamiamo le “colline della speranza”. 

E non a caso. 

Le colline della speranza sono autentiche colline molto belle che scendono degradanti dal monte Subasio giù verso il torrente Chiona, che è quasi sempre secco proprio perché il monte di Francesco è povero di acqua, ma non così povero da negare la vita a uliveti bellissimi e a colture fatte apposta per insegnare l’autentico costo della fatica e della vita laboriosa come poteva essere quella di Gesù a Nazaret. 

Tra questi uliveti sono sorti, per il disegno imprevedibile di Dio, una ventina di eremi di preghiera, ricavati da casolari abbandonati dai contadini trasferitisi ormai a vivere nella vicina Spello, che era in origine nientemeno che una colonia romana e che la patina dei secoli ha saputo rivestire di bellezza e armonia incomparabile. 

Venti eremi non sono una piccola cosa e rappresentano un discreto vanto d’amore sulla scia luminosa e fedele di quel Francesco d’Assisi che aveva saputo trovare in questo modo di vivere, tra la solitudine e la strada, l’equilibro spirituale della sua vita animatrice del cosiddetto monachesimo occidentale. 

Benedetto, che ebbe i suoi natali a poche decine di chilometri da qui e precisamente a Norcia, rappresenta l’altro solido pilastro della spiritualità italiana nei secoli detti “passati”, ma non tanto passati se ancora oggi conservano la carica dei loro valori e la dinamica del loro amore. 

Direi che proprio Francesco, con le sue due tendenze alla vita eremitica e al correre per le strade recando l’annuncio evangelico, resta ancora oggi un modello dell’eterno equilibro della Chiesa che sull’insegnamento di Gesù vuol essere allo stesso tempo orante e pellegrina, contemplativa e attiva. 

Sì, proprio come Gesù. 

In questi eremi vengono a pregare e a cercare il silenzio centinaia di uomini e donne che, consci per esperienza della terribile 

presa che fa su di essi la città moderna, sentono il bisogno di trovare lo stesso equilibrio di Francesco e di Benedetto nell’annuncio della Parola, nella liturgia vissuta come gioia e canto, e nella preghiera contemplativa maturata nel silenzio. 

E non c’è soltanto l’equilibrio da trovare. 

Sovente è la pace che viene ricercata, il conforto nelle prove, la conversione sempre in atto del cuore, il rinnovamento dello spirito, la serenità della vita e il coraggio per mantenersi fedeli a un impegno che si fa sempre più difficile e spesso eroico in tempi pagani com’è il nostro tempo. 

La mia esperienza, maturata prima nell’azione e poi nel deserto, mi ha evidenziato la funzione di queste oasi di luce dove i credenti si ritrovano per vivere il mistero della Chiesa che non vive nel deserto ma che, avendo là le sue radici, deve saper accogliere chi viene dal mondo portando su di sé tutte le ferite che il mondo sa infliggere e che, camminando nella sua solitudine quotidiana, ha bisogno continuo di rinnovamento per essere fedele all’Assoluto. 

Si può dire che non c’è giorno senza l’arrivo di qualcuno che cerca ciò di cui ha bisogno e di cui non può fare a meno: la Chiesa, la Comunità, il Noi che è stato voluto da Dio proprio per sostenere la solitudine del singolo.