A proposito dei gravi fatti di Santa Maria Capua Vetere e non solo

Carcere. È tempo di voltare pagina

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di Sara Martini* - «Trasformare la reazione ai gravissimi fatti accaduti in un’autentica occasione per far voltare pagina al mondo del carcere». Accorato, forte e chiaro è l’appello lanciato dalla Ministra della Giustizia Marta Cartabia in occasione della visita dello scorso 14 luglio, insieme al Presidente del Consiglio Mario Draghi, alla Casa circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere, a seguito della notizia di atti di violenza verificatisi nella primavera del 2020. Nella drammaticità dei fatti accaduti nel carcere campano, non caso isolato a tener conto del documento pubblicato proprio in questi giorni dall’Associazione Antigone che segnala ben 18 processi in corso per abusi e morti sospette nei penitenziari italiani, si concentrano infatti le sofferenze e le pene di un popolo di “costretti”. Un appello, quello della Ministra, che ha urgente bisogno di tradursi in impegno, personale e comunitario. Un impegno che non può che scaturire dalla conoscenza della realtà e delle condizioni in cui versa il sistema penitenziario italiano.

È necessario guardare al mondo “carcere” con occhi nuovi. Eloquente, non scontata di questi tempi, la volontà del Governo di essere presente: «non siamo qui - ha detto Cartabia - per far e un’ispezione. […] Siamo qui perché i gravissimi fatti accaduti richiedono una presa in carico collettiva dei problemi dei nostri istituti penitenziari, affinché non si ripetano atti di violenza né contro i detenuti, né contro gli agenti della polizia penitenziaria o il personale». E di vedere: «siamo qui, perché quando si parla di carcere, occorre aver visto». Andare oltre il muro dell’indifferenza verso una realtà che troppo spesso ci ostiniamo a non voler conoscere. Un contesto, quello dei penitenziari italiani, che finisce sotto i riflettori solo per fatti di cronaca nera e che fatica a trovare attenzione adeguata rispetto alle sfide quotidiane delle persone che vivono la reclusione, siano detenuti, personale amministrativo, personale della polizia penitenziaria, personale medico sanitario, insegnanti, educatori, psicologi, mediatori culturali, volontari. Andare oltre il muro esistente, troppo alto, tra carceri e città, tra carceri e comunità, tra carceri e cittadini. Questa la prima sfida che riguarda tutti, nessuno escluso.

Un cambio di passo è imposto anche dalla pandemia, purtroppo ancora non superata, che anche riguardo al sistema penitenziario italiano ha fatto da detonatore di questioni irrisolte da lungo tempo. Alle tradizionali restrizioni della vita in carcere se ne sono aggiunte di nuove: se in parte alcune misure imposte dal virus hanno contribuito in questi mesi a ridurre il problema annoso del sovraffollamento nelle celle (magari a discapito di spazi adibiti a funzioni di incontro tra detenuti e tra detenuti e persone esterne al carcere), è innegabile che la pandemia ha impedito di fatto la possibilità di scambi diretti, vitali, tra dentro e fuori le mura delle carceri. Se certamente qualcosa si è mosso, almeno nei maggiori penitenziari, per sviluppare l’utilizzo delle tecnologie al servizio delle relazioni a distanza tra i detenuti e i propri familiari o talvolta tra i detenuti e i propri docenti, è un dato di fatto che il 2020 sia stato l’anno che ha segnato un numero altissimo di suicidi nei penitenziari.

Tutto ciò impone un sussulto di responsabilità per il superamento del sovraffollamento carcerario attraverso una strategia capace di tenere insieme interventi materiali (edilizia, nuove realizzazioni e manutenzione dell’esistente per una maggiore sostenibilità e valorizzazione degli spazi), interventi normativi (riforma del sistema penale, con particolare attenzione al tema delle pene alternative), interventi in materia di assunzioni e formazione del personale. Tutte questioni sulle quali la Ministra Cartabia ha speso parole chiare. In sintesi, servono politiche e risorse per realizzare un sistema capace di rendere concreto il dettato costituzionale per cui la pena tende al recupero e non è mera condanna.

Proprio il giorno seguente la visita a Santa Maria Capua Vetere, il 15 luglio è stato inaugurato a Firenze un nuovo murales (dettaglio nella foto) al carcere Mario Gozzini. Porta il nome “La scritta che buca” e prova la buona riuscita di un percorso partecipativo che ha coinvolto un gruppo di detenuti e un pezzo di città. Sicuramente una forma di arte che arricchisce tutta la comunità e stimola a nuove progettualità di vita. Che sia di buon auspicio.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana