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Brano tratto dall'intervista pubblicata su "La Civiltà Cattolica" di Antonio Spadaro a Sandro Calvani, Presidente del Consiglio scientifico dell'Istituto di Diritto internazionale della pace Giuseppe Toniolo.

Cambiare mentalità sul multilateralismo

Difronte alle emergenze e ai conflitti moderni, riemerge l’urgenza di una nuova forma di governance globale. Si può riformare l’ONU?

Riformare l’unione delle nazioni. Intervista a Sandro Calvani | La Civiltà Cattolica (laciviltacattolica.it), 17 Giugno 2023. Quaderno 4152, (14 pagine, 521-534)

Secondo lei dunque, una visione sistemica ed efficace della giustizia globale, dello sviluppo sostenibile, della pace e delle cause della guerra potrebbe richiedere una revisione del concetto del potere nazionale e internazionale in tutto il mondo.

Una condizione facilitatrice di questa trasformazione della collaborazione dei popoli è la reinvenzione di ogni potere politico come strumento generativo di cooperazione. I beni comuni globali di cui l’umanità ha bisogno per la sua coesistenza pacifica ci impongono di non pensare al potere come a qualcosa che si esercita «sulle» persone e sulle risorse, il tipo di controllo egemonico sostenuto da pensatori come Hobbes e Weber.

Al contrario, potremmo aver bisogno di riconcepire il potere come «in» o «con» qualcosa o qualcuno, che nasce attraverso l’atto di cooperazione intorno ai beni comuni. Elinor Ostrom, la prima donna a ricevere il premio Nobel per le Scienze economiche nel 2009, ha dimostrato che le persone hanno una straordinaria capacità di creare istituzioni e regole condivise per una gestione equa delle risorse.

Questo concetto di «potere con», sostenuto e illustrato anche dai filosofi della politica, come Hannah Arendt e Jürgen Habermas, suggerisce che la cooperazione stessa – insita nel multilateralismo – è il bene comune più importante per costruire i fondamenti della pace duratura.

Questa visione è condivisa da un’importante maggioranza di governi e di persone informate nel mondo intero, ma fa ancora fatica a manifestarsi ed essere compresa dall’opinione pubblica e a trovare leader disposti a presentarla e farla capire ai popoli e alle nuove generazioni.

Le pare dunque impossibile dare soluzioni ai nuovi problemi planetari senza che esse si collochino nella prospettiva della comunità mondiale?

L’anarchia universale sul tema della pace e degli altri beni comuni globali non può durare più a lungo: ci vuole un cambio di paradigma della convivenza dei popoli che sarebbe possibile con gli strumenti offerti dalle Nazioni Unite riformate. Non esiste altra alternativa.

Come aveva previsto p. Ernesto Balducci, qualsiasi soluzione data ai nuovi problemi planetari che non si collochi nella prospettiva della comunità mondiale appare effimera e perniciosa. L’impossibilità di prefigurare le forme concrete della comunità mondiale non è una ragione sufficiente per lasciarsi invadere dal dubbio.

La storia della specie umana ci può insegnare qualcosa al riguardo?

La lezione che ci viene dalla storia della nostra specie è che, messa di fronte ai dilemmi estremi – e ormai il dilemma è tra vita e morte –, essa è in grado di rivelare insospettate risorse creative. La novità è affidata alle viscere della necessità. Che sui passaggi intermedi dalla sua nascita ci sia buio non deve far meraviglia. Come scrisse Ernst Bloch, citando un proverbio cinese, «ai piedi del faro non c’è luce».

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