LA STORIA DELL'AC

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Lo scrittore Paolo Malaguti racconta su L’Osservatore Romano la sua esperienza in Ac

Boccate di ossigeno all’Azione cattolica

Un contraltare per tenere i piedi per terra. Un posto in cui tirare il fiato, stare con degli adulti che ti accompagnavano senza giudicarti. Non è cosa da poco quando hai quindici anni
Fototeca Ac/Giuliani
Fototeca Ac/Giuliani

Finiti gli anni dell’Acr (Azione cattolica dei ragazzi) non ebbi molti dubbi, e iniziai a frequentare l’Azione cattolica. In realtà la mia parrocchia offriva anche l’alternativa della Gi.Fra., la Gioventù Francescana, ma era con l’Ac che potevi diventare animatore, e questo per me fu decisivo.

All’epoca ero al ginnasio, e imparai abbastanza presto che non era opportuno sbandierare questa mia appartenenza. Non si trattava più delle prese in giro grossolane delle medie perché avevo i piedi a banana, a quelle lì tutto sommato ci avevo fatto il callo. Non ero però pronto a certe frecciatine, sottili e taglienti, di qualche compagno o compagna, e soprattutto di qualche docente, sul mio essere cattolico. «Basabanchi» era l’appellativo meno scottante. Una volta dovetti portare al professore della prima ora la giustificazione per un’assenza: la motivazione, scritta nella grafia ordinata di mio padre era: «Adunata Azione cattolica». Il professore lesse, poi mi chiese se mi avevano fatto cantare O bianco fiore. Io non sapevo di cosa stesse parlando, e rimasi zitto. Ma il tono della domanda presupponeva una risata, e tra i banchi ci fu qualche risolino. Non pago, mi chiese se sapevo la differenza che corre tra basilica e cattedrale. Di nuovo scena muta da parte mia, di nuovo risatine tra i banchi.

Non biasimavo i miei compagni, tiravano a campare, e anch’io, al loro posto, avrei assecondato le richieste implicite del docente. Mi stupiva invece capire che l’insegnante stava facendo dell’ironia su di me. Mi feriva, certo, ma prima di tutto mi stupiva, perché non avrei mai pensato che un adulto potesse perdersi dietro a queste cose. Mi sbagliavo. Ho conosciuto parecchie persone che si sono allontanate della fede, o comunque dalla pratica religiosa, negli anni delle scuole superiori. Alcune di queste persone, nel dirmi come a un certo punto avevano «aperto gli occhi», si dicevano addirittura grate ai loro professori per averle «svegliate fuori».

Non credo di aver mai corso questo rischio, e non perché la mia fede fosse particolarmente salda, tutt’altro, il dubbio è sempre stato un compagno fedele. Molto semplicemente: all’Ac stavo bene, avevo degli amici, avevo, talvolta, l’impressione di fare del bene agli altri. A scuola me la facevo sotto. Il momento del gruppo settimanale mi offriva delle boccate di ossigeno, ma, e me ne resi conto solo anni dopo, non era tanto per quello che facevamo. Si discuteva di tematiche adolescenziali, talvolta si facevano progetti di piccolo volontariato. Cose belle, certo, ma non così rilevanti. La cosa davvero importante per me era lo stare assieme, lì.

Ricordo distintamente che un mattino, in quinta ginnasio, passando davanti alla cattedra alla quale stava seduta la professoressa di Greco, provai l’impulso naturale di genuflettermi. Mi dovetti trattenere, ma la cosa mi preoccupò parecchio. Non era stata una mossa ragionata, mi era venuta d’istinto. Paradossalmente quel fatto segnò un punto di maturazione. Sì perché se ci ripensavo, mi veniva da ridere: insomma, con tutta la paura che mi faceva, la prof non era certo Geova, mica poteva mandarmi le piaghe d’Egitto, al massimo poteva bocciarmi, che sì, era una cosa brutta, ma mica la più brutta del mondo.

Quel fatto cambiò un po’ le prospettive a mio favore, perché mi rendevo conto che la scuola, con le sue verifiche e i suoi voti, era in realtà una parentesi rispetto ai momenti nei quali mi sentivo realizzato, ossia l’incontro con i miei coetanei e, ancora di più, l’animazione dei bambini dell’Acr. Credo che sia stato quello una delle svolte più importanti della mia adolescenza.

Al sabato sera uscivo con gli amici, come tutti, ma al sabato pomeriggio giocavo con i bambini, spiegavo loro le regole, cercavo di farli ridere. Mica tutto rose e fiori, all’epoca ci buttavano dritti nella fossa dei leoni senza alcuna preparazione, e ho commesso tanti errori. Inoltre c’erano sì animatori più grandi di me con capelli lunghi e orecchino, che suonavano in gruppi musicali, facevano sport… Ma c’erano anche animatori che, per il loro linguaggio controllatissimo e l’abbigliamento castigatissimo, e l’insopprimibile capacità di attaccare delle lunghe omelie in ogni occasione, non andavano proprio a nozze con le prospettive di un adolescente. Mia madre diceva «li xe pì preti del prete», e così io e alcuni amici li avevamo definiti «iperpreti». Ma non provavo antipatia nei loro confronti, anche se possibilmente mi tenevo alla larga da loro: erano parte del contesto, interpretavano un ruolo previsto, riconosciuto, che dava stabilità al fondale su cui ci muovevamo. Insomma al gruppo ci stavo bene, e frequentarlo mi permetteva di vivere meglio le fatiche del ginnasio.

L’aspetto centrale per me non era la preghiera: certo c’erano i momenti di raccoglimento e spiritualità, ma li vivevo come la preghiera prima dei pasti, una cosa da fare velocemente mentre con lo sguardo e le narici sei già agli spaghetti fumanti davanti a te. La cosa bella per me era lo stare assieme, e il poter dire la nostra, anzi, l’essere incoraggiati a farlo, cosa che a casa e a scuola non sempre riusciva facile.

Ma c’era una differenza ancora più importante tra il ginnasio e il gruppo dell’Ac: come credo sia capitato a tanti studenti liceali, anch’io mi sono dovuto sorbire, in più occasioni durante i cinque anni, discorsi mirati a inculcarci la convinzione di essere una sorta di «crema» della società. Tra di noi sarebbero emersi i «quadri» dirigenti del Paese, noi eravamo «il meglio» della scuola italiana. Le parole virgolettate sono esattamente quelle usate da alcuni tra i miei insegnanti.

Per fortuna avevo ogni settimana un contraltare che mi teneva coi piedi per terra: al gruppo c’erano ragazze e ragazzi impegnati in ogni percorso scolastico. Uno dei miei più cari amici dell’adolescenza è stato bocciato per due anni di fila all’istituto professionale, e non mi sono mai sentito «superiore» a lui, anzi: quando prendevo cinque mi pareva che mi crollasse il mondo addosso, lui passava attraverso i suoi insuccessi scolastici con spavalderia e noncuranza, e la cosa mi suscitava invidia. Beh, all’epoca lui aveva la ragazza e io no. Ecco, anche questo mi suscitava invidia.

Oltre alle aule del liceo, l’unica altra occasione nella quale mi è stato fatto un discorso che aveva a che fare con «la crema» e con «il meglio» è stato dopo la visita militare, quando noi abili «di prima» fummo raccolti in una saletta appartata della caserma, e un ufficiale, dopo averci fatto scattare sull’attenti, ci fece un lungo discorsetto su quanto fossimo importanti per le forze armate.

Da qualche parte devo aver tenuto le tessere dell’Ac, ma devo dire che gli aspetti strutturali dell’associazionismo, le adunate diocesane o vicariali non mi interessavano più di tanto. Per me, e credo per molti ragazzi della mia età, l’Ac era il posto degli amici, le due ore a settimana in cui tirare il fiato, parlare tra pari, stare con degli adulti che ti accompagnavano senza giudicarti. Due ore in cui non avere paura. Non è cosa da poco quando hai quindici anni.

Articolo pubblicato su L’Osservatore Romano del 24 febbraio 2024

Il sito ufficiale di Paolo Malaguti

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