Sogni di bene per generare segni di Vangelo

Sogni e segni: queste parole si assomigliano foneticamente, sebbene abbiano una diversa etimologia. I sogni di bene generano segni dei tempi, segni di Vangelo i quali, a loro volta, sono semi di speranza. Le parole del vescovo Gualtiero Sigismondi ai giovani di Ac

*Pubblichiamo l’omelia di mons. Gualtiero Sigismondi (Domus Mariae, Roma, domenica 30 ottobre)

«Signore, tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra» (Sap 11,22). Questa metafora è una confessione di fede, con la quale l’autore del libro della Sapienza manifesta il proprio stupore per l’indulgenza di Dio nei confronti della creatura umana. Dio, “amante della vita”, «manifesta la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono»: la sua indulgenza non è indifferenza verso il male ma disponibilità ad attendere che l’uomo metta da parte ogni malizia, andandogli incontro in qualsiasi strada di esilio, come è accaduto a Zaccheo (cf. Le 19,1-10).

L’arrivo di Gesù a Gerusalemme è ormai imminente: dopo aver restituito la vista a un cieco (cf. 18,35-43) entra a Gerico, la città dalle alte mura espugnata da Giosuè. Gerico segna il definitivo avvicinamento del popolo d’Israele alla terra promessa; anche per Gesù rappresenta l’ultima tappa del suo cammino verso Gerusalemme, dove si compirà il suo esodo pasquale. La pericope è esclusiva del terzo Vangelo e si articola in tre quadri narrativi: l’ingresso di Gesù a Gerico, l’incontro con Zaccheo per strada, il dialogo tra i due in casa. Luca ci presenta la carta d’identità di Zaccheo: ci dice il nome, la professione, la condizione sociale, la statura; l’Evangelista ci mostra anche l’autoritratto, il selfie di Zaccheo: «Cercava di vedere chi era Gesù» (19,3).

A causa della folla e della sua bassa statura, Zaccheo si arrampica su un sicomoro; proprio lì, in mezzo ai rami e alle foglie, viene raggiunto dalla chiamata di Gesù: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (19,5). La sua salutare inquietudine si intreccia con lo sguardo di Gesù: per Lui l’uomo, per quanto possa cadere in basso, è sempre in alto. L’avverbio temporale sémeron­ abbinato in altri contesti al tema della salvezza (cf. Le 2,11; 4,21; 5,26; 23,43) – consente dicogliere il senso salvifico di tale visita, accolta senza indugio e con gioia grande da Zaccheo (19,6), ma commentata negativamente dalle mormorazioni di tutti (19,7). Nessuno riesce a immaginare che Gesù non è venuto a chiamare i giusti, «ma i peccatori perché si convertano» (Le 5,32).

Zaccheo, alzatosi da tavola, dichiara apertamente sia la volontà di destinare la metà dei suoi beni ai poveri, sia il proposito di esaminare la propria coscienza per discernere se ha frodato qualcuno, impegnandosi a restituire “quattro volte tanto” (19,8). Egli è consapevole che non basta donare ma occorre risarcire: non si può appaltare alla carità quello che spetta alla giustizia. «Con un atto di carità – osservava don Primo Mazzolari – si può espiare un’ingiustizia, non sostituire la giustizia. Sarebbe troppo comodo farsi dei meriti col distribuire ciò che non è nostro. Si fa la giustizia nella gestione di cose che abbiamo incomune: la carità nella gestione di cose che sono nostre».

La ferma decisione presa da Zaccheo di portare “frutti degni di conversione” fa dire a Gesù: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo» (19,9). Nel rito di dedicazione di una chiesa la liturgia fa risuonare proprio queste parole, le quali lasciano intendere, come osserva papa Francesco, che «un cuore vuoto di amore è come una chiesa sconsacrata, sottratta al servizio divino e destinata ad altro». Al contrario, un cuore generoso e fedele manifesta la dignità e la libertà dei figli di Dio nell’orientare verso di Lui la loro volontà.

Carissimi giovani responsabili parrocchiali di Ac, Zaccheo, benché piccolo di statura, porta la misura extra-large di una “profonda nostalgia di Dio”. La formula di benedizione, suggerita da Paolo nella seconda lettura, ha la stessa “taglia” delle vostre visioni: «Il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede» (2Tes 1,11). I “propositi di bene”, da voi custoditi, manifestano i “sogni” che Dio ha per ciascuno di voi e per i giovani di cui siete responsabili. Egli sogna che la vostra libertà, come quella di Zaccheo, si consegni alla Sua fedeltà. Nel verbo “consegnare” è iscritto il termine “segno”.

Sogni e segni: queste parole si assomigliano foneticamente, sebbene abbiano una diversa etimologia. I “sogni di bene” generano“ segni del tempo, segni di Vangelo” i quali, a loro volta, sono “semi di speranza”. L’associazione di Ac ha bisogno di voi, giovani responsabili parrocchiali, come “coltivatori diretti” delle nuove generazioni nel campo della Chiesa. Questo è un impegno che non esonera gli adulti, ma voi siete in prima linea! Chi meglio di voi è capace di scendere a Gerico e di farsi prossimo, buon Samaritano (cf. Le 10,25-37) dei propri coetanei?

*per leggere invece la riflessione di mons. Sigismondi ai giovani di Ac riuniti nell’aula Paolo VI il 29 ottobre, clicca qui

Autore articolo

Gualtiero Sigismondi

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