Vittorio Bachelet giurista

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Un profilo generale

"Per comprendere appieno la segreta ispirazione, e i profondi legami con la sua vita umana e civile, che hanno contraddistinto l'attività di ricerca scientifica e di insegnamento di Vittorio Bachelet, occorre rifarsi agli anni in cui, subito dopo la seconda guerra mondiale, l'Italia si dava una nuova Costituzione, che mutava radicalmente le sue forme politiche e i suoi assetti civili, e la società nazionale iniziava un lento ma profondo processo di trasformazione destinato a mettere a dura prova proprio quelle forme e quegli assetti.
In quegli anni, dopo tanti e cosi tragici avvenimenti, tutto doveva essere ricostruito e rifondato nella vita morale, sociale e politica, e Vittorio Bachelet si avvicina alla severa, limpida scuola di metodo della facoltà giuridica romana, già forte, in effetti, di un bagaglio di esperienze e di conoscenze, ma anche di sensibilità e di amore per gli uomini del suo tempo, derivantigli dalle precoci responsabilità e dagli impegni culturali nelle organizzazioni cattoliche giovanili, che lo avevano educato a una forma di pensiero pratico, riflessivo e costruttivo, difficile da apprendersi nelle aule universitarie o nelle pur lunghe e faticose tappe della carriera accademica.
Di qui, innanzitutto, la sua passione non astratta, né evasiva per i principi, per l'essenziale, per ciò che sta alla base di un'impresa e sul quale occorre agire con le motivazioni giuste e con opportunità.
Di qui, successivamente, le caratteristiche del suo pensare tecnico e scientifico, con lo stesso bisogno di aderire al reale, per capire e agire, per immettere, cioè, nelle cose pensate, i germi della loro trasformazione; la stessa esigenza di abbracciare l'insieme, di cogliere l'orizzonte giuridico, positivo e teorico, tutto intero e nella sua propria densità; la stessa volontà pervicace di andare sempre al cuore del problema indagato; l'amore per l'essenziale e la necessità di verificare ogni più piccola realtà interpretata alla luce dei principi fondamentali della sua scienza.
Infine, quella larghezza riflessiva che, finalmente, portava alla soluzione e, quindi, al ritrovamento della cosa tanto ricercata.
Ma quale bisogno era all'origine di questo movimento di pensiero, che cosa era per lui “la più considerevole”, quella più degna di essere pensata?
Era difficile che egli si potesse orientare verso i consueti temi delle monografie accademiche, che soprattutto allora, restavano in un arco di interesse tutto interno allo sviluppo giuspubblicistico; se la sua mente era tutta protesa verso l'apprendimento del metodo dei giuristi, il suo cuore era tutto occupato dai problemi del suo tempo; era, per cosi dire, preoccupato dalle stesse cose che preoccupavano la sua epoca terribile, dopo il crollo delle ideologie totalitarie, la fine di una guerra mondiale, il lento e travagliato inizio di un nuovo regime politico nel nostro Paese.
Il tema sempre arduo e difficile dell'autorità e della libertà ritornava, allora, a imporsi non soltanto come problema etico, ma come problema costituzionale, come il problema delle forme storiche attraverso le quali una così sempre ardua contrapposizione avrebbe potuto e dovuto dispiegarsi e comporsi.
Ciò che dunque preoccupava la sua epoca - l'epoca della prima formazione del suo pensiero - sembra divenire anche l'oggetto della sua riflessione, già, in nuce, quella “sola cosa” che lo avrebbe “occupato” a preferenza e a esclusione di ogni altra, e ci si accorge, nella luce di questi pensieri e dei tanti segni non equivoci di conferma, che attorno a questo tema si coglieva il senso “militante” della sua attività scientifica. E come, allo stesso tempo, questa “milizia” sia passata non già attraverso predicazioni e declamazioni, ma attraverso le forme proprie del lavoro giuridico. Cosi, se la sua passione civile ne risultava come contenuta e moderata, più taglienti ed efficaci divenivano i suoi ragionamenti e le sue dimostrazioni e, in definitiva, socialmente più efficace la sua opera di studio e di insegnamento.

Molto è stato detto di essa, ma ora si può cogliere il nesso che quest'opera ha col resto della sua vocazione di vita.
L'edificio dello Stato di diritto, ereditato da una lunga tradizione dottrinale, si presentava, allora, come una costruzione dalla compattezza apparente, in realtà piena di crepe e contraddizioni. Su questo edificio, del resto, si era esercitata la stessa ingegneria istituzionale del fascismo, che pure non aveva mancato di inserire, accanto a forme arcaiche e superate, anche forme di nuovo intervento statale nell'economia che certo andavano nel senso di far fronte alle trasformazioni intervenute nelle basi materiali della società e nei rapporti giuridici con lo Stato.
Non solo bisognava mettere ordine e ricollegare fra loro quelle parti dell'ordinamento giuridico che erano andate discostandosi e divaricandosi, ma occorreva anche compiere quella operazione che la cultura giuridica italiana non sembrava in grado di compiere fino in fondo: rivisitare, cioè, gli istituti giuridici vecchi e nuovi alla luce dei principi della Costituzione repubblicana per portarli a uno stato accettabile di coerenza.
Il punto cruciale, il vero banco di prova di questa opera di revisione era rappresentato, peraltro, dall'esigenza di ridisegnare libertà e diritti di libertà alla luce del principio democratico, vera novità politico-costituzionale del nuovo tipo di Stato ormai in avanzata costruzione. Questi diritti e questi istituti, infatti, non solo avevano avuto un preponderante svolgimento sul terreno di concezioni censitarie e oligarchiche dei rapporti sociali, ma avevano anche subito un'estrema pressione dall'affermarsi di un principio di autorità che, anche quando non aveva assunto forme autoritarie, era stato comunque modellato sul terreno della supremazia statale spesso incontrollata e arbitraria.
Il còmpito del giurista, chiamato a quest'opera di revisione, si presentava particolarmente arduo, anche perché egli doveva operare dall'interno del cosiddetto “metodo giuridico”, che sembrava costringere all'uso rigoroso di concetti giuridici generali prodotti, più che da una corretta e continua interpretazione dei principi dell'ordinamento via via rinnovantesi, da una sorta di cristallizzazione dei risultati di una speculazione dottrinale che affondava le sue radici in una versione tendenzialmente illiberale dello Stato liberale di diritto.
Riletta in questo contesto, l'opera scientifica di Bachelet appare come uno sforzo di grandi proporzioni per aprirsi una qualche strada possibile all'interno di un quadro cosi stretto ed esigente.
E in tale sforzo che si va affinando il suo metodo di giurista che, rispetto alla storia del pensiero amministrativistico italiano, immette direttamente nei problemi reali dell'esperienza giuridica e, dunque, nei problemi che nascono e si formano nella vita concreta degli uomini comuni.
All'origine del suo argomentare c'è dunque il “problema”, come problema della vita, come tensione o conflitto attorno a beni vitali. Il “concetto” viene dopo, ed esso non può essere più il concetto “chiuso” della dogmatica tradizionale ma un concetto “aperto”, uno schema di pensiero. L'apertura del concetto, lo schema invece che la forma in sé conchiusa, sono resi necessari dall'esigenza di far affluire verso i modi con i quali il diritto risolve i problemi della vita reale i valori ideali, i principi sui quali è fondata la convivenza civile di un popolo.
Superato lo schermo respingente dei concetti giuridici generali che, in quanto ossificati nella loro normatività, hanno bisogno di essere ripresi e fatti più flessibili e dinamici, è ora finalmente possibile rendere il principio democratico giuridicamente riconoscibile e pensabile, portarlo all'interno dei problemi affrontati e qui, in qualche modo, renderlo operante, restituirgli quella capacità riordinatrice e riformatrice che esso ha in origine, nel vivo della lotta politica, quando è conquistato e affermato come mezzo di ordinamento e svolgimento delle libertà individuali e collettive.

Dunque i valori costituzionali sono, per Vittorio Bachelet, il vero polo di attrazione: non si tratta, però, solo di un rinvio, naturale e quasi obbligato, per un giurista positivo e per un giurista della sua formazione. Il riferimento sistematico ai principi fondamentali della Costituzione è stato assunto nel suo metodo, faceva parte, intrinsecamente, della sua formazione metodologica e della sua pratica di ricerca.
Come non vedere qui un punto di incontro tra la sua scelta scientifica e la sua scelta politica; come non sentire che proprio qui la laicità della ricerca assume un suo punto di vista metascientifico, che si fa progressivamente orizzonte, misura e forza alimentatrice?
Se si vuole, si può andare ancor più in profondità: alla base della continua e diuturna critica a ogni forma di isolamento, di chiusura e autoreferenzialità delle istituzioni autoritative dello Stato c'è il bisogno di difendere la dignità umana - lo farà esplicitamente a proposito dell'ordinamento militare, interpretando la sostanza dell'art.52 della Costituzione nello spirito democratico che informa la Repubblica -come valore supremo e irriducibile, la cui forza è tanta e tale da richiamare necessariamente quel fondamento trascendente, e quindi religioso, che misteriosamente collega ogni parte della sua vita.
Questo costante riferimento ai principi costituzionali, in una chiave insieme formale e sostanziale, fece del metodo di Bachelet un metodo “sicuro” e preservò la sua opera da sbandamenti e da oziosità certo non infrequenti nella dottrina, pur sorvegliata, dell'ultimo trentennio.
Ma, soprattutto, è proprio la fedeltà a questi principi che dà alla sua lettura fenomenologica della realtà indagata una vera e propria curvatura “ermeneutica” - nel senso forte e pieno del termine - nella quale assume rilievo suo proprio il “significato” delle varie espressioni di vita, colto attraverso il riconoscimento e la collocazione di esso in un sistema di valori e di significati più ampio, dal quale il primo esce chiarito e veramente compreso.
Per altro verso noi sappiamo quanto egli si inoltrò nella lunga riflessione sulle nuove forme che lo Stato andava assumendo nell'amministrazione pubblica riguardata nel suo “agire”, come organismo di intervento economico, come organizzazione militare, appunto, e come insieme di uffici e organi tecnici; nei rapporti fra la legge e l'attività amministrativa riguardati sotto l'angolo visuale della programmazione economica; nei cardini fondamentali della giustizia amministrativa.
Per il profilo generale che qui interessa è importante rilevare, innanzitutto, come Bachelet si accostasse a questi temi in una perenne disposizione del suo animo, prima ancora che della sua mente, a fare di ogni conoscenza delle cose una autentica “comprensione” delle cose stesse nelle loro reciproche relazioni e nelle loro più segrete connessioni.
E, in secondo luogo, la sua specifica capacità - su un terreno nel quale, come si vede, onnipresente e quasi d'obbligo era il rischio di slittamento verso modalità, se non autoritarie certo prevaricatrici, limitanti fortemente le libertà non solo economiche, ma anche civili - di tener fermo sempre un punto dinamico di equilibrio tra autorità e libertà, a difesa dei diritti fondamentali e delle garanzie poste per la loro tutela.
Tutto ciò non sarebbe stato forse possibile se alla base della sua ricerca giuridica non ci fosse stata una scelta, appunto, pregiuridica, una sorta di norma etica fondamentale dalla quale non si sarebbe discostato mai.

La stagione felice di questa feconda riflessione si concentra nel primo ventennio di questo dopoguerra.
Dalla seconda metà degli anni '6o Bachelet fu preso, come sappiamo, anche da altri impegni, come Presidente dell'Azione Cattolica Italiana e come Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura; poi, questi impegni, nei quali dette un'alta prova di sé, tutt'altro che disgiunta da quella data sul piano scientifico, se non gli impedirono significativi contributi, attenuarono il suo lavoro continuo di ricerca.
La morte avrebbe tuttavia colto Vittorio Bachelet in un punto ancora alto della sua maturità di uomo e di studioso.
Se molte cose egli aveva detto e fatto, molte altre ne avrebbe ancora dette e fatte.
La sua opera - anche quella scientifica - è, dunque, necessariamente, un'opera “interrotta”, pur se, a guardar bene, il contributo che Bachelet ha dato alla scienza del diritto, e del diritto amministrativo, appare, per tanti versi, “compiuto”, quasi un edificio già arrivato al tetto, che, quindi, può essere rimirato non solo nelle sue strutture fondamentali, ma anche nella sua forma e nel suo stile.
Esso conserva inalterata, oggi più che mai, la sua attualità e costituisce un punto fermo per il futuro: un patrimonio prezioso e un tratto indimenticabile di una vita che si è interamente donata.
In essa quindi le giovani generazioni possono trovare quel che cercano: ispirazione sicura nella scelta dei problemi, felicità del metodo, fine intuito costruttivo e, al fondo, sempre presente e operante, l'amore paziente per il proprio lavoro e per tutte le altre cose umili e quotidiane della vita di tutti."

(Introduzione di Giovanni Marongiu al volume degli scritti giuridici di Vittorio Bachelet: Costituzione e amministrazione, AVE 1992)