Una esigente lezione di metodo

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(Introduzione di Rosy Bindi e Paolo Nepi al volume degli scritti politici di Vittorio Bachelet: La responsabilità della politica, AVE 1992)

Vttorio Bachelet non ci ha lasciato in eredità un'opera politica in senso strettamente scientifico, come possiamo dire ad esempio per i suoi scritti giuridici1, ma piuttosto una lezione di metodo sulle esigenze della politica, sulle linee orientative di un agire politico che sa trovare, dentro le urgenze di ogni giorno, le grandi direzioni di marcia2. Anche se in Bachelet manca una riflessione politica in senso stretto, possiamo tuttavia delineare una “lezione politica indiretta” attraverso gli apporti piú significativi della sua esperienza scientifica e delle sue responsabilità ai vertici dell'associazionismo cattolico e delle istituzioni dello Stato.
Vi è dunque innanzitutto la “lezione politica indiretta” che proviene dalla sua considerevole produzione scientifica, vale a dire dal suo pensiero giuridico, che sottende sempre (come ha ben messo in evidenza Giovanni Marongiu) una preoccupazione politica e un progetto politico, volto soprattutto ad applicare il contenuto e il disegno della Costituzione, vista sempre da Bachelet non solo nei suoi aspetti formali ma nelle sue inesauribili potenzialità di sviluppo. Aspetto questo che si presenta oggi con una particolare attualità, dato che si tende talvolta a rimettere in discussione il progetto costituzionale senza distinguere tra elementi fondanti (che manifestano pertanto una sia pur relativa e non assoluta permanenza) e storicità (e quindi mutabilità) delle soluzioni adottate.
Vi è poi, in secondo luogo, da considerare come una “lezione politica indiretta” anche tutta la sua opera nell'ambito dell'Azione Cattolica, sia per quanto riguarda i discorsi e gli scritti sia per quanto riguarda la sua assunzione di responsabilità ai vertici dell'Associazione. In questo senso va considerato nelle sue implicazioni politiche il modo con il quale va educato e testimoniato il servizio allo Stato da parte di un cattolico e di un'associazione cattolica.
Infine, c'è da considerare nelle sue implicazioni politiche anche il modo con cui Bachelet concepiva la politica come corresponsabile costruzione della città, in cui ognuno deve portare il contributo delle sue capacità in vista della costruzione di quel bene comune che rappresenta il fine relativamente ultimo della politica. Vi è infatti un modo diffuso di fare politica che non si limita alla partecipazione nei partiti e nelle istituzioni, ma che riguarda ad esempio il competente esercizio di un mestiere e di una professione, che rappresenta in sé un alto valore politico.
Sulla base di questa lezione sono stati selezionati, tra i suoi molteplici scritti, alcune pagine la cui rilettura sembra oggi di particolare rilevanza, in un momento storico in cui la politica viene ripensata non solo nei suoi aspetti pratico-operativi, ma nel suo stesso significato globale.
Che cosa significa dunque oggi, in questi anni in cui l'inquietudine pare inesorabilmente aver sostituito in tutti le certezze di un tempo che non è piú, rileggere gli scritti politici di Bachelet? Che cosa comporta mettere a confronto il suo con il nostro tempo, le sue attese con le nostre, le sue esigenti richieste alla politica con le nostre esigenze, che possono e debbono in certo modo essere diverse, ma che non possono assolutamente rinunciare a quella inflessibile tensione etica che si ritrova nei suoi scritti e ancor piú nella sua testimonianza di vita?
Per Vittorio Bachelet l'impegno politico non era comprensibile come esercizio di un'autonoma sfera di riflessione e di azione, ma era visto come conseguenza di un insieme di motivazioni di ordine spirituale, etico, culturale. In lui, come in molti altri uomini della sua generazione, i dubbi e le inquietudini non si traducevano mai in una visione scettica e relativistica della politica, in quanto ogni problema veniva come inquadrato in un insieme di verità immediate, frutto di una fede non continuamente attraversata dal problematicismo ma cresciuta nel clima di una antica saggezza popolare.
Tra queste verità antiche, semplici, immediate (nel senso di evidenti), ma allo stesso tempo perenni, di cui Bachelet rimane un testimone esemplare, la prima è certamente la sua convinzione che l'impegno politico non è altro che una dimensione del piú generale e essenziale impegno a servizio dell'uomo. Un servizio che trova dunque la sua sorgente di valore nelle radici spirituali, religiose, etiche, culturali che lo animano dalI'interno e lo sostengono.
Al riguardo vorremmo richiamare in particolare un aspetto, connesso alla sua visione del laico cristiano, per cui egli può essere considerato uno degli anticipatori della dottrina conciliare sulla vocazione e sulla missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. Nella partecipazione alla vita associativa, tramite le varie articolazioni e strutture dell'Azione Cattolica Italiana, egli vedeva infatti per i laici un modo esigente di essere allo stesso tempo “buoni cristiani e buoni uomini e donne del loro tempo”3, e, non certo come una forma di efficientismo associativo e nemmeno come una chiusura intransigentistica nella sfera del religioso concepita come antagonista rispetto al più vasto mondo sociale. Egli aveva infatti compiuto, non senza fatica rispetto alle tendenze presenti anche nella cultura cattolica del suo tempo, un cammino di emancipazione rispetto a certe nostalgie medievalistiche e premoderne proprie di gran parte dell'intransigentismo cattolico, che si mantennero egemoni fino agli anni del Concilio.
Bachelet aveva compreso, sulla scorta della piú avanzata cultura cattolica, I'importanza dell'autonomia dei poteri come risultato delle grandi rivoluzioni moderne, che avevano finito per restituire la Chiesa alla sua essenziale missione religiosa e 8 spirituale, liberandola da quegli impacci temporalistici che l'avevano nel passato fatta diventare una delle parti della società a prezzo del sacrificio della sua natura e missione. Ma era anche convinto che la legittima autonomia e laicità della società politica non poteva conservarsi senza una sua effettiva animazione spirituale, religiosa ed etica, senza di cui l'autonomia sarebbe diventata machiavellica indifferenza ai fini e ai valori e la laicità radicale avrebbe potuto rovesciare l'assolutismo di tipo teocratico in un assolutismo ateo: “i totalitarismi sottopongono i popoli a una tale violentazione psicologica e ideologica, da riuscire effettivamente a diminuire le capacità di giudizio e di critica, e da lederne quindi non solo giuridicamente, ma sostanzialmente la libertà, persino - in qualche modo - la libertà dello spirito. I totalitarismi moderni sono stati chiamati da taluno religioni laiche”4.
Da qui la sua particolare lettura del totalitarismo comunista, che si muove sostanzialmente all'interno del tradizionale anticomunismo cattolico, ma che coglie la sfida comunista come occasione per ripensare il rapporto tra i cattolici e lo Stato. La polemica antistatolatrica e antitotalitaria, di per sé legittima - egli osserva - “infatti ha potuto impedire a taluno dei cattolici di scorgere i compiti crescenti, che lo sviluppo della società, dell'economia, della tecnica, venivano di fatto ad attribuire allo Stato, con un allargamento di finalità e di strumenti a disposizione che dovevano pur rilevarsi indispensabili al raggiungimento del "bene comune"”5.
Il suo apprezzamento per la figura e la politica di Alcide De Gasperi, su cui sono già state scritte pagine di grande rilevanza6, Si collocano in questo quadro che vede il passaggio dalla cultura dell'intransigentismo antiliberale a quello della ricomprensione critica della modernità, che nel pensiero di Bachelet avveniva senza sincretismo e senza nessun complesso di soggezione. In De Gasperi egli vedeva la realizzazione di un grande progetto politico-culturale, e cioè l'innesto, sul vecchio tronco dello Stato liberale, della esperienza del movimento cattolico e della idea cristiano-democratica. Di quella esperienza cioè che aveva definitivamente acquisito, anche a partire dalle trasformazioni dello Stato liberale, che non poteva puramente e semplicemente essere restaurato dopo le sconfitte subite a opera del fascismo, il significato politico e non puramente sociale della democrazia.
E ciò non in contrapposizione e in alternativa rispetto alle istanze di giustizia sociale proprie del “dossettismo”, quasi che a Bachelet lo Stato di diritto apparisse autosufficiente anche senza essere attento alla rimozione delle cause socio-economiche delle diseguaglianze, e cioè alle esigenze dello Stato sociale. La cerniera tra le esigenze dello Stato di diritto e quelle dello Stato sociale poggiava del resto su alcune basi culturali comuni sia al “degasperismo” che al “dossettismo”. Da un lato alcune classiche posizioni della dottrina sociale della Chiesa, dall'altra alcune concezioni proprie delle varie espressioni del personalismo di provenienza soprattutto francese (Emmanuel Mounier e Jacques Maritain)7.

1 Cf . V.BACHELET, Costituzione e Amministrazione. Scritti giuridici, a cura di G. Marongiu e C. Riviello, AVE, Roma 1992. Cf inoltre V. BACHELET, Scritti giuridici, 3 voll., Giuffrè, Milano 1981.

2 Cf R. BINDI, Introduzione, “Civitas”, 33 (1982) n. 6, 3-6 (numero monografico dedicato agli scritti pubblicato sulla rivista da V. Bachelet dal 1950 al 1959); ID., La testimonianza di Vittorio Bachelet, in Gli anni della frattura e della riconciliazione 1980-1990. A dieci anni dalla morte di Vittorio Bachelet, AVE, Roma I990, pp. 48-57.

3 Cf v. BACHELET, La vocazione dei laici all'apostolato, “Iniziativa”, 1964 (vedi R. BINDI, Gli anni della frattura e della riconciliazione, AVE, Roma 1990, p. 51)

4 V BACHELET, Presenza dei cattolici nella vita sociale, in Enciclopedia sociale, Edizioni Paoline, Alba I958, p. 17) (vedere piú avanti, p. 31).

5 Ivi, pp. 18-19 (vedere piú avanti, p. 34).

6 Cf G. MARONGIU, Vittorio Bachelet e il suo tempo, in Gli anni della frattura e della riconciliazione. A dieci anni dalla morte di Vittorio Bachelet, AVE, Roma 1990, pp. 20ss; L. ELlA, La lezione di Vittorio Bachelet per l'oggi, ivi, pp. 108ss.

7 Cf la “Nota bibliografica” del saggio "Presenza dei cattolici nella vita sociale".

(Introduzione di Rosy Bindi e Paolo Nepi al volume degli scritti politici di Vittorio Bachelet: La responsabilità della politica, AVE 1992)