La luce del martirio

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(Introduzione di Rosy Bindi e Paolo Nepi al volume degli scritti politici di Vittorio Bachelet: La responsabilità della politica, AVE 1992)

Quella esigente lezione di metodo da cui siamo partiti trova il suo compimento, nel caso di Bachelet, nel tragico ma non disperato epilogo della morte. Tragico, in quanto termine non naturale, ma non disperato, in quanto per un cristiano la morte non è mai il segno di un fallimento, soprattutto quando essa diventa per altri occasione di redenzione dal male della violenza.
Quando si deve parlare della morte violenta di un uomo buono e giusto, a cui siamo stati per di piú legati da autentici rapporti di affetto e di amicizia, non è facile sfuggire alla retorica. Ma questo non deve costituire un alibi per tacere, poiché non considerare la morte di Vittorio Bachelet come un modo privilegiato per comprendere la sua vita sarebbe un grave errore di prospettiva, una imperdonabile reticenza. Occorre dunque accettare il rischio di misurarsi sempre con quella morte, il cui significato spirituale deve continuare a inquietarci, di quella stessa inquietudine che sicuramente ha inquietato gli stessi esecutori e tutti quelli che da quel giorno sono ritornati a quell'episodio vedendoci qualcosa di piú di un fatto di cronaca terroristica.
La morte di Bachelet inquietò fin dal primo momento alcune coscienze notoriamente e professatamente laiche, che della loro posizione ai vertici dello Stato democratico non fecero motivo di un dovere esclusivamente istituzionale di partecipazione al dolore dei familiari, ma che con sincerità ammisero di vedere in quella morte qualcosa di diverso dall'ordinario. Quella morte inquietò un ampio settore del terrorismo, che pure aveva fatto della violenza omicida un tragico strumento di lotta politica, e che pertanto era psicologicamente e ideologicamente attrezzato a vincere le emozioni dei sentimenti. Ma la morte del giusto costituisce di per sé un insuperabile segno di contraddizione, confinando inesorabilmente coloro che hanno seminato il terrore dalla parte perdente. È la legge per cui, cristianamente, la vita sconfigge sempre la morte.
Solo una storiografia attenta ai valori dello spirito, quella che Giorgio La Pira soleva chiamare la “storiografia del profondo”, è in grado di capire il significato e il ruolo che hanno giocato la morte e il martirio di Bachelet nella sconfitta morale del terrorismo, presupposto della sua delegittimazione politica, del suo isolamento militare-organizzativo, della consegna di molti terroristi alle leggi della giustizia, del fallimento della violenza terroristica come metodo di azione politica.
Un cristiano vero come Vittorio Bachelet aveva piú volte meditato quella che può senz'altro essere considerata la piú esigente consegna di Gesú ai suoi: “nessuno ha un amore piú grande di chi dà la vita per i propri amici”. Nel suo frequente richiamo ad alcuni autentici martiri moderni della fede, come Massimiliano Kolbe e Martin Luther King, qualcuno ha visto come un presagio o almeno come un comprendere fino in fondo le esigenze di un credo religioso centrato sul valore redentivo della morte di Cristo. Nei suoi discorsi e nei suoi scritti vi sono frequenti accenni alle esigenze della Croce, segno che egli aveva certamente messo in conto, sul piano di un maturo atteggiamento spirituale, il dovere di ritenersi pronto anche per la prova suprema.
Non deve dunque apparire un paradosso l'idea con cui intendiamo concludere questa introduzione, dicendo che il piú alto insegnamento politico di Vittorio Bachelet dobbiamo cercarlo nella sua morte, nel dono definitivo della sua vita per una vita migliore del paese. Giustamente il cardinal Martini definí la sua morte “martirio laico”, perché fu ucciso in nome di quei valori laici di libertà e di democrazia, di giustizia e di pace per i quali aveva operato. Se ci chiediamo infatti perché fu ucciso, dovremo rispondere che egli fu vittima di quel terrorismo che nella sua perversione ebbe la lucidità di privarci degli uomini migliori, di quelli che erano capaci di rendere trasparenti ed efficienti quelle istituzioni che voleva distruggere, dovremo rispondere che fu vittima di un progetto politico che va oltre le Brigate rosse e che persegue, anche oggi, il disegno di privare il paese della guida o comunque della presenza significativa dei cattolici democratici in politica. Ma definitivamente dovremo concludere che Bachelet è stato ucciso, in una logica cristiana, perché quando un popolo soffre c'è sempre il giusto che dà la vita. E la sua morte va vista appunto come la luminosa testimonianza di un martire, che ha versato il suo sangue per la difesa dei supremi valori politici del diritto e della giustizia.

(Introduzione di Rosy Bindi e Paolo Nepi al volume degli scritti politici di Vittorio Bachelet: La responsabilità della politica, AVE 1992)