Tra i valori perenni e le sfide della storia

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(Introduzione di Rosy Bindi e Paolo Nepi al volume degli scritti politici di Vittorio Bachelet: La responsabilità della politica, AVE 1992)

Dalla riflessione e dall'impegno politico di Vittorio Bachelet, come si è già avuto occasione di vedere, non dobbiamo aspettarci delle ricette a cui chiedere di suggerirci i modi e le forme di un'azione politica per i problemi dei nostri giorni. La sua è infatti una esigente lezione di metodo, che si situa quindi a livello intermedio tra la profezia e la concretezza dell'esperienza politica. Egli è un modello esemplare, in politica, di quella cultura della mediazione che significa capacità di restare fedeli, in ogni tempo, alle esigenze degli ideali e dei valori perenni e alle sfide sempre nuove della esperienza storica.
Quali sono dunque le verità antiche, i valori perenni, gli ideali che non tramontano mai, che Vittorio Bachelet ci consegna come speranza per la nostra giornata politica spesso carica di incertezza, di meschinità e di grigiore? E, simultaneamente, quale stile di vita politica egli ci indica come capace di stare dalla parte dell'uomo, soprattutto degli uomini comuni, che non fanno notizia, ma che sono quelli attraverso cui si costruisce la matura e solida coscienza etico-politica di un popolo?
a) La prima consegna, che mi pare discendere dalla figura politica di Vittorio Bachelet, è la sua convinzione che l'impegno del cristiano nel mondo non è altro che una specificazione delle tre virtú teologali della fede, della speranza e della carità, e che quindi il senso di tale impegno è commisurato al suo inserimento in quella dinamica spirituale che il Concilio chiamerà l'universale vocazione alla santità nella Chiesa (Lumen gentium, cap. v). “L'efficacia "sociale" dell'azione della Chiesa nel mondo è la conseguenza necessaria della sua opera santificatrice: e [...] l'efficacia "sociale" della azione dei cristiani nel mondo è prima di tutto condizionata alla loro santità”8. Bachelet è figura nota, all'interno della storiografia che si occupa della questione cattolica nel nostro paese, in quanto è stato per molti anni dirigente a vari livelli di un'Associazione che, proprio sotto la sua Presidenza, ha compiuto la cosiddetta “scelta religiosa”. Ma in Vittorio Bachelet “la scelta religiosa”, (o “scelta essenzialmente religiosa” come egli preferiva esprimersi), intesa non come separazione, ma come coscienza del primato assoluto dello spirituale sul temporale, costituiva una forma mentis anticipatrice di quelle che sarebbero state negli anni del postconcilio le scelte della Chiesa italiana e della sua Associazione piú rappresentativa.
b) La seconda linea di forza del pensiero e della testimonianza politica di Vittorio Bachelet è costituita dalla sua attenzione a ciò che emerge di nuovo dalla storia. Da qui la sua continua ricerca, nel giusto senso dell'autonomia e della laicità, delle ragioni proprie che sono insite nelle responsabilità e nelle scelte politiche. La sua ricerca del dialogo e del confronto, che a qualcuno in certi momenti è potuta sembrare un segno di debolezza, era invece il frutto di questa convinzione profonda. La convinzione cioè che nell'impegno sociale e politico, le verità di fede che ispirano e sorreggono non possono essere applicate meccanicamente, ma esigono la paziente opera di tessitura dei veri costruttori della comunità degli uomini, che sanno cosí sfuggire a una duplice tentazione: quella di pensare che le verità eterne possano applicarsi quasi per necessità in ogni epoca storica, e quella di finire totalmente assimilati ai criteri mondani: “Nei momenti in cui la civiltà profondamente si rinnova c'è quindi per i cattolici e per la Chiesa una piú larga possibilità di azione religiosa e perciò di azione sociale: è giusto quindi che in questi momenti i cristiani si sentano maggiormente e piú direttamente responsabili dello sviluppo della società, e mettano i loro sforzi al servizio di questo rinnovamento, perché esso avvenga il piú possibile secondo il piano di Dio e giovi il piú possibile alla salvezza degli uomini. E bisogna dire che sono questi i periodi di piú grandi speranze ma anche forse di piú grande pericolo per i cattolici "militanti": il pericolo di diventare "del mondo", magari - per somma ironia - senza neanche essere in grado di essere consapevolmente ed efficacemente "nel mondo", nella situazione storica cioè in cui si trovano a vivere e operare”9.
c) Bachelet credeva inoltre, richiamandosi in questo alla visione classica, che include il pensiero antico e la dottrina sociale della Chiesa, nella funzione “architettonica” della politica. È l'aspetto per cui la politica, pur essendo per sua natura esercizio del potere, non è un esercizio privo di riferimenti morali, ma proprio dal fatto di essere animata dai piú alti valori della coscienza morale dell'uomo essa riceve la sua legittimazione suprema. Si tratta infatti di quei valori per i quali il bene comune costituisce l'ideale regolativo verso cui tutti, almeno come aspirazione, dovrebbero tendere. È l'aspetto per cui la politica è lo strumento che dà ai popoli oppressi la speranza della liberazlone, alle classi subalterne la convinzione di poter un giorno sottrarsi allo sfruttamento, a tutti i cittadini del mondo la promessa di un futuro più pacifico, più giusto e piú umano: “non c'è democrazia, non c'è vitalità politica, se le forze politiche non sanno farsi interpreti delle attese, delle speranze e delle angosce dei cittadini”10.
d) La visione laica e cristiana della politica si condensavano in Bachelet nella idea che il fine della società politica e dello Stato non sono di instaurare su questa terra una impossibile “città della pace e della giustizia”, secondo molte utopie e ideologie che hanno purtroppo generato tante illusioni, con relative tragiche disillusioni, lungo tutto l'arco della storia moderna. Egli ripeteva spesso che la politica deve realizzare il “bene reale e possibile”, e cioè quel massimo relativo di valori compatibili con le condizioni storiche date. In termini tecnici, potremmo dire che il progetto politico di Bachelet si richiamava a un sano riformismo, caratterizzato non in senso utilitaristico e pragmatico, ma da un'alta coscienza dei doveri morali e dal rispetto dei fondamentali valori della persona umana: “educare al senso del bene comune vuol dire formare a un retto e vigoroso ideale, aiutando l'uomo a impadronirsene con l'intelligenza e ad adeguarvi la sua formazione spirituale morale e tecnica. Vuol dire formare l'uomo a una lineare aderenza agli essenziali immutabili principi della convivenza umana e in pari tempo al senso storico, alla capacità cioè di cogliere il modo nel quale quei principi possono e debbono trovare applicazione fra gli uomini del suo tempo; vuol dire altresí rendere consapevole l'uomo della necessità di attrezzarsi spiritualmente, intellettualmente, moralmente, tecnicamente per divenire capace di attuare concretamente questi principi nella concreta convivenza umana in cui è chiamato a vivere”11.
e) Come ulteriore linea di forza delle sue idee e della sua esperienza politica, peraltro in diretta connessione con le verità precedenti, è la convinzione che la legittimazione ultima della politica è costituita dal suo intenzionale riconoscimento-promozione dell'universale diritto di cittadinanza In parole semplici, e per questo piú vere, possiamo dire che in Bachelet si rendeva evidente la dimensione umanizzatrice della politica, quella per cui la politica è capace di coinvolgere anche se non soprattutto, basti pensare al ruolo svolto in Italia dai grandi partiti popolari - la gente piú umile, facendo sentire a tutti i diritti e i doveri dell'essere cittadini, e la corresponsabilità per quella casa comune che era finalmente la democrazia. In nome di ciò egli si collocava all'opposto di tutte le concezioni elitarie e aristocratiche della vita associata, che possono anche camuffarsi di apparente ideologia democratica, ma per le quali la società politica è per natura suddivisa tra alcuni ceti privilegiati che governano e le “plebi” che servono e ubbidiscono: “un atteggiamento tipico in questo senso è quello della opinione comune nei confronti delle "masse": una sorta di disprezzo misto a un complesso di inferiorità, da parte di uomini mediocri che ritengono, proprio nei confronti delle "plebi", di essere superiori”12.
Oltre che per le ragioni esposte sopra, egli vedeva appunto in Alcide De Gasperi un singolare esempio di saggezza e di prudenza politica, e considerava tutto ciò come una conseguenza della sua capacità di impersonare le radici popolari dell'azione politica: “Forse, il suo "senso dello Stato", questo senso dello Stato che molti gli riconoscono senza chiarire magari in che cosa sia consistito, era soprattutto il suo senso vivo di appartenenza alla comunità dei suoi, questo suo essere veramente quidam de populo come ha amato firmarsi talora, e specialmente in momenti gravi per la comunità che era affidata alla sua guida. E per questo, in quei momenti gravi, egli riusciva a interpretare correttamente il suo popolo e a guidarlo attraverso le secche e le tempeste, facendo forza sul contatto morale stabilito fra lo statista e l'uomo comune che si riconosceva in lui come in un esempio di coerenza umana, di ragionevolezza, di senso concreto del possibile e del giusto”13.
f) Bachelet ha infine incarnato in un modo che rimane esemplare quella che possiamo chiamare la funzione di governo della politica, come si può dedurre dal suo esercizio della suprema virtú pratica, quella che anche Platone vedeva come la virtú specifica di coloro che sono stati posti a capo della città, e cioè la prudenza. Di ciò egli ha saputo dar prova, coniugando insieme fermezza di carattere e capacità di dialogo, sano realismo e invincibile speranza, in tutte le circostanze in cui ha dovuto assumersi le piú alte responsabilità, dalla vicepresidenza del Consiglio Superiore della Magistratura in campo civile, alla presidenza nazionale dell'Azione Cattolica in campo ecclesiale: “Sono inguaribilmente ottimista - affermò in un periodo in cui era forte la tentazione del pessimismo - e credo che, nonostante tutte le diffcoltà, ci sia la possibilità di un futuro migliore per la vita del nostro paese e per la vita delle nostre istituzioni”14.

8 V. BACHELET, Presenza dei cattolici nella vita sociale, in Enciclopedia sociale, Edizioni Paoline, Alba 1958, p. 6.

9 Ivi, p. 7.

10 V BACHELET, Ritrovare una profonda ispirazione, “Coscienza”, 2 (1976) 28 (vedere piú avanti, p. 103).

11 V. BACHELET, L'educazione al bene comune, in Persona e bene comune nello Stato contemporaneo, Atti della XXXV, Settimana sociale dei cattolici d'ltalia (Pescara I964), Roma I965, p. 219 (vedere piú avanti, p. 54).

12 V. BACHELET, Uomini e masse, “Civitas”, 1 (1951), ripubblicato in “Idem”, XXXIII, (1982), novembre-dicembre, p. 77 (vedere piú avanti, p. 97).

13 V. BACHELET, Quidam de populo, “Civitas”, 12 (I954); ripubblicato in “Idem”, 6 (1982) 85 (vedere piú avanti, p. 142).

14 Dal saluto a un incontro di studio del Consiglio Superiore della Magistratura tenutosi a Camerino nel maggio del 1979, in Il Consiglio Superiore di Vittorio Bachelet, Roma 1981, p. 30.

(Introduzione di Rosy Bindi e Paolo Nepi al volume degli scritti politici di Vittorio Bachelet. La responsabilità della politica, AVE 1992)