Stili pastorali e principi essenziali

Verso una parrocchia sinodale

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di Antonio Mastantuono* - Comunità ecclesiale più vicina alla gente, capace di far riconoscere la presenza di Cristo nella storia, la parrocchia[1] è l’ambito ordinario dove si nasce e si cresce nella fede, e costituisce lo spazio comunitario, il più adeguato, affinché il ministero della Parola realizzato sia contemporaneamente insegnamento, educazione ed esperienza vitale. In essa si vivono rapporti di prossimità in un determinato territorio, e al suo interno si realizzano vincoli concreti di conoscenza, di amore e di carità.
La parrocchia si qualifica non per se stessa ma in riferimento alla Chiesa particolare di cui costituisce un’articolazione. È, infatti, la diocesi che assicura la presenza della Chiesa in un determinato territorio, nelle dimore degli uomini. È attraverso essa, e in forza della sua necessità teologica, che la parrocchia esprime la propria dimensione locale, ed è a un tempo «scelta storica», non realtà meramente amministrativa, ma soprattutto «scelta pastorale». Forma storica privilegiata della localizzazione della Chiesa particolare, oggi soprattutto, è chiamata a superare la tendenza alla chiusura interna, per diventare spazio dove ci si forma per uscire dal tempio verso le periferie della vita e incontrare gli uomini nei luoghi e nei tempi delle loro gioie e delle loro sofferenze.
Essa dice qualcosa dell’incarnazione qui e ora e ricorda che «nessuno è escluso dalla Chiesa, e anche il più isolato appartiene a una comunità cristiana per il solo fatto di trovarsi da qualche parte».[2]
È chiamata a prestare attenzione ai «cristiani della soglia», e a operare una conversione pastorale che valga a trasformare il cattolicesimo popolare in un cattolicesimo di ascolto della parola di Dio, di partecipazione liturgica e di capacità testimoniale, conservando il carattere di Chiesa di popolo, radicata in un diffuso senso di Dio e rivolta veramente a tutti, rifiutando ogni tentazione di perfettismo spirituale e organizzativo.
La popolarità dell’annuncio evangelico non si ottiene indebolendo la proposta, o semplificando la radicalità evangelica, ma indebolendo un’idea preconcetta e tradizionale di «istituzione-parrocchia», per creare un luogo più aperto alle relazioni e flessibile, in cui tutti coloro che lo desiderano possano trovare spazio e accogliere la proposta seria e radicale del vangelo. È più di un semplice slogan poter definire la parrocchia «la locanda dei racconti»![3] «Sui loro cammini di Emmaus – scrive A. Borras – i nostri contemporanei raggiunti in questo, possono parlare e discutere, vedersi aprire le Scritture, attardarsi quando viene la sera e, se il cuore lo suggerisce loro, spezzare il pane della condivisione. Un giorno forse essi andranno, a loro volta, a raccontare ad altri ciò che è accaduto sulla loro strada?».[4]

Una parrocchia «di popolo» è sinodale
La parrocchia non è un gruppo di pari o di affini, cioè di persone omogenee per età o per interessi o per altro; essa è un popolo nel quale tutte le differenze umane convergono in quella straordinaria esperienza aggregativa che è la comunità, questa volta convocata e tenuta insieme da Dio stesso.[5] La parrocchia non nasce elitaria, ma popolare: «La comunità parrocchiale − scrivono i vescovi italiani − riunisce i credenti senza chiedere nessun’altra condivisione che quella della fede e dell’unità cattolica. La sua ambizione pastorale è quella di raccogliere nell’unità persone le più diverse tra loro per età, estrazione sociale, mentalità ed esperienza spirituale».[6] La parrocchia nasce popolare perché partecipa all’essere e alla missione della Chiesa, che nasce dalla convocazione di Dio, il quale le affida consegne, le prospetta fini, le dona mezzi per realizzare i suoi divini propositi. La parrocchia, in piccolo, vive il mistero della Chiesa, della quale sa realizzare un’essenziale presenza di grazia, dal momento che sa realizzare la presenza salvifica e gloriosa di Cristo: «In queste comunità [diocesi e parrocchie] − afferma il concilio −, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si costituisce la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica».
La parrocchia rimane la Chiesa di tutti: impegnati o dubbiosi, buoni o cattivi, obbedienti o critici, assidui o lontani. La ragion d’essere di una comunità parrocchiale é quella di costituire la struttura di base per l’appartenenza ecclesiale dei cristiani prima, dopo e fuori da qualsiasi appartenenza particolare.

Gli stili pastorali per costruire una parrocchia sinodale:
Lo stile dell’accoglienza. Lo stile accogliente chiede d’esercitare l’amore nel fatto di accettare l’altro, di riconoscerlo per tutto quello che è; comporta di rispettarlo, accoglierlo nella nostra vita, prima che nel tempio e nella nostra casa, con ospitalità piena e delicata. Ciò implica la capacità di ascolto, la tolleranza, il senso sacro della persona umana, la discrezione. La parrocchia, nel suo insieme, è chiamata a praticare l’accoglienza, una virtù che si fa riconoscere per un atteggiamento di calda e fraterna intesa, di sincera e partecipe amicizia, di mutua e concreta solidarietà. Nata al fonte battesimale, la comunità parrocchiale trasporta all’ambone e nel suo spazio vitale l’insegnamento e il tirocinio educativo dell’accoglienza. Essa ricorda a ogni suo figlio e a ogni sua figlia che non è possibile dimenticare che, all’inizio della loro esistenza cristiana, c’e stato il gesto d’accoglienza della Chiesa madre nella sua casa: quel gesto deve caratterizzare tutta l’esperienza dei discepoli di Cristo e dei membri di una Chiesa che si propone di suscitare, dovunque e fra tutti, solidarietà, recupero, pace, in una parola: comunione. Questo suo stile di accoglienza trae la sua origine dall’essere la comunità radunata dal Cristo e, precisamente, il Verbo è la sua forma.[7]
Proprio questa sua costituzione, questo suo situarsi e pro­tendersi a partire dall’Uomo di Nazareth, costituisce anche il suo modo d’essere, lo stile del suo stare in mezzo agli uomini. In Gesù abbiamo il tratto di un Dio ospi­tale, che apre le braccia ai peccatori e ai perduti, condivide il passo e il pasto con le bassezze dell’umanità, si lascia toccare e ferire fino alla discesa nella morte di croce.
In definitiva, il regno di Dio che Gesù annuncia avvia un nuovo rapporto tra l’uomo e il suo Signore Dio, e inaugura una prassi ospi­tale nelle relazioni intraumane: regno di rapporti improntati alla giustizia, alla fratellanza e alla liberazione, regno di uma­nità che supera il contrasto tra dominatori e dominati, regno che ridona speranza agli esclusi attraverso la stessa prassi di vita di Gesù e, dunque, regno che relativizza il principio di giustizia rigorosa ed escludente in voga nella sua e nella nostra società.[8]
Questo modo di essere del Cristo, testimoniatoci ampia­mente dai vangeli, ci indica la paternità amorevole di un Dio che si fa grembo, luogo e spazio dell’accoglienza sen­za frontiere dell’umanità; un Dio che annulla le barriere e mostra l’amabilità di un tratto accogliente, aperto, ospitale. Questo tratto di Gesù è anche il fondamento dell’essere e della prassi dei suoi discepoli radunati dallo Spirito nella Chiesa. Non ci potrà essere stile sinodale senza che la parrocchia stessa lavori a far cadere alcuni luoghi comuni e pregiudizi, purtroppo spesso avallati da esperienze reali e da uscite pubbliche infelici, che la dipingono come uno spazio chiuso; a molti essa appare giovane e accogliente solo in alcune forme esterne, le quali − dai linguaggi ai sorrisi di benvenuto − sono rivestite di un abito moderno (o postmoderno), ma restano prigioniere di logiche e prassi del passato. A tale stile accogliente invita papa Francesco quando, nella Evangelii gaudium, parla di una: «casa aperta del Padre. [...]. Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità, e nemmeno le porte dei sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. Questo vale soprattutto quando si tratta di quel sacramento che è “la porta”, il battesimo. L’eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa».[9]

Lo stile della convivialità. II cristianesimo è religione conviviale: pertanto, ai cristiani si addice lo stile di pensare, decidere e progettare insieme. Siamo molti per una sola missione. Questo sentire di fede dispone alla mutua accoglienza, allo spirito collaborativo, alla volontà della condivisione: vivere nella storia con lo stile della convivialità eucaristica. «Il luogo originario della coscienza e dello statuto sinodale è questo frequentare insieme l’eucaristia, e uso il termine non nel senso generico, ma nel senso propriamente sacramentale. Frequentando insieme il corpo del Signore l’assemblea diventa il suo corpo, una con lui e una tra quanti la compongono».[10] Né l’inconfutabile dato fenomenologico di assemblee poco consapevoli o distratte deve indurci a minimizzare la dinamica originale, sacramentale-eucaristica, dell’accadimento ecclesiale. Certo bisogna ancora lavorare perché le nostre assemblee eucaristiche siano esperienza di quella actuosa participatio a cui chiama la Sacrosantum concilium.[11]
Sappiamo bene quali siano le difficoltà, ma solo il ricentrare l’assemblea, il viverne le molteplici forme, potrà produrre una sinodalità autentica. Il diventare l’unico corpo di Cristo non cancella, ma postula ed esalta, la molteplicità dei doni e dei ministeri.
La parrocchia, quale comunità eucaristica, nel suo piccolo, è chiamata ad assumere questo vasto e delicato progetto di convivialità, e soprattutto a scegliere come suo abituale modo di parlare e di decidere lo stile della convivialità, fatto di ricerca autentica della verità, di sincera umiltà verso il mistero che si é chiamati a servire, di mutua e profonda solidarietà fraterna fra i «parrocchiani».

Lo stile del dialogo. Senza dialogo la comunione non esiste, e la missione viene compromessa. II dialogo fra i cristiani – quello che si vive dentro la Chiesa – dev’essere teologicamente motivato, spiritualmente vissuto, comunionalmente condotto, missionariamente finalizzato. La parrocchia è un naturale luogo per fare scuola e tirocinio di dialogo, ossia per esercitare coralmente il giudizio sulle cose da dire e da fare, alla luce dell’unico giudizio sul mondo che Dio ha pronunciato nella vicenda del Crocifisso. Questo giudizio ispira un triplice convincimento: le cose di Dio si giudicano con i criteri di Dio; il Regno viene per le vie umili e con i mezzi deboli; il solo amore pastorale convincente è quello crocifisso. Questo stile del dialogo la parrocchia lo può praticare in tanti modi, uno dei quali (umile, ma efficace) é l’attivazione paziente, teologicamente motivata, saggiamente condotta, degli organismi di partecipazione previsti dal Codice di diritto canonico[12] e le altre modalità comunionali che la creatività pastorale sa sempre trovare. Un dialogo a cui ci si educa soprattutto attivando l’esperienza del discernimento pastorale.[13] Un suo sano esercizio sviluppa la dimensione partecipativa; ricorda che nella Chiesa non esistono membri meramente passivi e recettivi; è responsabilità ecclesiale, da esercitarsi insieme, secondo quel rapporto di reciprocità che emerge e si afferma nell’ambito della comunità: non è privilegio di nessuno e nessuno può ritenersene estraneo.

Lo stile progettuale. La comunità cristiana − sempre una comunità chiamata a «camminare insieme» lungo i sentieri della storia, a individuare lo stile di una presenza nel proprio territorio, a delineare il suo volto − non può non acquisire uno stile progettuale.[14] Non si tratta di rispondere primariamente a esigenze di carattere organizzativo e di pianificazione, ma di discernimento dello Spirito: ha carattere profetico e, scrutando i segni dei tempi, cerca di tracciare i sentieri del cammino verso il Signore che viene. La progettazione pastorale di una parrocchia, se non è opera di pochi (in tal caso ci troveremmo di fronte a una comunità di tipo amministrativo/organizzativo), esige l’esistenza di una comunità corresponsabile e a sua volta la costruisce, incrementa quello stile sinodale che esprime e crea comunione. Diventa luogo educativo alla comunione ecclesiale in quanto supera le debolezze della tolleranza, respinge le ambiguità dell’indifferenza, vede l’altro in relazione di prossimità, stabilisce spazi respirati di incontro, educa all’ascolto reciproco, al rispetto e all’astensione da ogni giudizio affrettato. Infine, uno stile progettuale attiva la testimonianza in quanto inserisce la comunità nel tessuto vivo della società e chiama alla solidarietà, alla collaborazione e alla costruzione della città dell’uomo.

Quattro principi sapienziali
Realizzare una parrocchia sinodale è un cammino lungo, difficile, ma non impossibile. Non è un’utopia, ma un sogno realizzabile che prende corpo passo dopo passo. Alcuni principi «relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale» che il papa offre nella Evangelii gaudium[15] possono fare da pratico e prezioso punto di riferimento per orientarsi nel cammino del discernimento, quasi l’indicazione di quattro punti cardinali per identificare dove siamo e dove vogliamo andare.

Primo principio: il tempo è superiore allo spazio
Il principio invita a superare la tensione fra controllo e possesso, da una parte, e azione e produzione di processi, dall’altra. Ragionando in chiave pastorale, possiamo notare come il modo di pensare la pastorale che ci contraddistingue sia molto spaziale; nel nostro caso si tratta della parrocchia, che spesso si è portati a identificare con il solo territorio geografico. La preoccupazione di avere sotto controllo tutta la situazione spesso sfocia e degenera nella preoccupazione clericale di dominare e occupare spazi di potere. Al contrario, la parrocchia intesa privilegiando il tempo non è visione dello spazio da controllare, ma di una storia da abitare. Il tempo è superiore allo spazio, formula sapienziale per indicare che nella attività pastorale il nostro impegno deve essere quello di iniziare percorsi, cammini, lasciare un’impronta di stile, una passione.
Il cambiamento di mentalità necessario al superamento di una visione di Chiesa ancora clericale, la promozione della soggettualità dei laici, l’acquisizione di una mentalità sinodale richiedono tempi lunghi.

Secondo principio: l’unità prevale sul conflitto
Il principio rimanda alla tensione che esiste fra somiglianza e differenza. È naturale trovare l’intesa con coloro con cui si condividono le stesse idee, mentre si creano situazioni di conflitto con chi è portatore di visioni diverse. Anche la comunità cristiana conosce i conflitti; anche in essa possono diventare motivo di approfondimento e di crescita, di involuzione autoritaria, o di tragica divisione, quando non siano correttamente compresi, quando non si attivino quelle strutture di partecipazione che sole sono in grado di trasformare il conflitto in un fattore di crescita. Eludere il conflitto non consente più di ritrovarsi; traccia un’invisibile cortina di incomunicabilità che falsa ogni rapporto. I conflitti sono inevitabili nella temperie degli accadimenti umani; ma la loro positività non è scontata né automatica: «I conflitti sono inseparabili dalla vita. Non possiamo vivere senza conflitti, né a livello biologico, né nella società, né nella Chiesa. Il conflitto fa parte del nostro essere, è inevitabile nei nostri rapporti con gli altri e necessario per dare significato alla storia. Possiamo certamente evitare, e come cristiani lo dobbiamo, che la storia diventi la somma di guerre di un popolo o dell’umanità».[16]
Si tratta di accettare il conflitto, di assumerlo, di guardarlo in faccia, di riconoscerlo, di affrontarlo, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. E Gesù è pietra fondamentale, non si può ridurlo a un sasso qualsiasi: con l’irenismo compromissorio, con l’unanimismo di facciata o con la valvola di sicurezza della controversia dotta e appagante. L’unità non è appiattimento o omologazione. La fractio panis costituisce la forma originaria dell’accadimento ecclesiale. Quello è il raccogliersi dell’assemblea, la frequentazione comune del popolo cristiano. Non mancano immagini evocative di comunità come «sinfonia» già presente presso i padri. Così, nella Lettera agli Efesini, Ignazio introduce il tema con esuberanza di terminologia musicale. Comincia col richiamare l’unione del presbiterio col vescovo e lo paragona all’unione delle corde alla cetra. Prosegue: «Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo, prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate a una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo. È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio».[17] Subito dopo il testo continua così: «Se in poco tempo ho avuto tanta familiarità con il vostro vescovo, che non è umana, ma spirituale, quanto più devo dire beati voi, che siete così fusi in unità come la Chiesa con Gesù Cristo e Gesù Cristo col Padre perché tutto sia sinfonico nell’unità».[18]

Terzo principio: la realtà è più importante dell’idea
Qui il contrasto è fra reale e ideale. L’agire pastorale è attraversato da una tensione tra il sogno di una parrocchia ideale e lo scontrarsi con una realtà spesso restia al cambiamento. Una tensione che, se non risolta, conduce, in non poche situazioni, a frustrazioni, perdita di entusiasmo, chiusure. Siamo portatori di una promessa e di un’attesa: è l’ideale del vangelo ciò a cui tendiamo e per cui lavoriamo. Ma è un ideale che necessita di essere incarnato in una realtà umana fatta di volti e di storie. Sfuggire al confronto con la realtà porta a essere sradicati, idealisti, puristi, fondamentalisti.
Vale la pena rileggere le parole di Dietrich Bonhoeffer: «Infinite volte tutta una comunità cristiana si è spezzata, perché viveva di un ideale. […] Solo la comunità che è profondamente delusa per tutte le manifestazioni spiacevoli connesse con la vita comunitaria, incomincia a essere ciò che deve essere di fronte a Dio. […] Chi ama il suo ideale di comunità cristiana più della comunità cristiana stessa, distruggerà ogni comunione cristiana, per quanto sincere, serie, devote siano le sue intenzioni personali».[19]
La vita parrocchiale tocca un ampio ventaglio di persone, praticanti abituali o «pendolari», o ancora laici impegnati in qualche responsabilità, nella diversità delle loro situazioni di vita. Ci sono certo dei parrocchiani «visibili», ma ci sono anche tutti gli altri; gli «invisibili», socialmente parlando, gli esclusi di ogni tipo, chi è dimenticato o svantaggiato dalle dinamiche sociali … e l’elenco potrebbe continuare. La parrocchia è «il privilegio dei poveri», perché è proprio la sua vocazione – come per la Chiesa nel suo insieme – di essere per tutti, senza condizioni previe di adesione a una carta di intenti o a un programma, ma semplicemente perché ci si sente toccati, almeno un poco, da qualcosa della ricchezza del vangelo. È questo corpus permixtum – direbbe sant’Agostino – che forma la parrocchia; è questa la realtà di cui sono impastate le nostre comunità. È lo sguardo a essa, alla sua pluralità di esperienze che dovrebbe indurci a evitare di rifugiarci in «comunità d’élite», che spesso si trasformano in quelle «lobby dei pii» in cui l’esperienza di «relazioni calde» trasforma il vangelo in un messaggio consolatorio che non incide nella vita. L’incarnazione è il criterio di fondo: Cristo è venuto nella carne ed è la carne di Cristo che noi valorizziamo, è la carne di questo popolo che noi curiamo.

Quarto principio: il tutto è superiore alla parte
Questo principio invita a cercare di trovare un equilibrio nella tensione fra il tutto e la parte, tra parrocchia e Chiesa locale, tra diocesi e Chiesa universale. Il principio rimanda al superamento della tentazione di costruire comunità autoreferenziali, incapaci di aprirsi, dimenticando che la parrocchia non offre tutto, ma l’essenziale, ciò che è indispensabile. Ha necessità di pensarsi dentro la realtà di una Chiesa locale che è chiamata a rendersi presente in quel territorio, di cui accoglie le scelte pastorali e le traduce in quel luogo.
Un vecchio parroco – ma non era voce isolata – amava dire, tra il serio e il faceto, «io qui sono papa, re e cardinale», a indicare una sorta di «possesso» sul proprio orticello. Aveva speso la propria vita a «coltivarlo», lasciando però il suo successore dinanzi a una catechesi ripetitiva e a un accentuato ritualismo… L’attenzione al tutto porta necessariamente a un’apertura, al rinnovamento, al mettere in discussione prassi e tradizioni.
Accogliere l’invito dei vescovi italiani a dar vita a una pastorale integrata − che non è scelta dettata da necessità esterne quali la mancanza di sacerdoti, ma segno di una Chiesa che sa farsi «serva» del vangelo rispondendo alle nuove domande e alle attese che vengono da un mondo in veloce cambiamento − appare strada percorribile per superare la tentazione del particolare.[20]

*Vice Assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana e docente di Teologia pastorale presso la Pontificia Università Lateranense. Testo pubblicato di recente sulla rivista «Orientamenti pastorali».

[1] Per una trattazione più esaustiva sulla parrocchia rimandiamo a S. Lanza, La parrocchia in un mondo che cambia, Edizioni OCD, Roma Morena 2003; F.G. Brambilla, La parrocchia oggi e domani, Cittadella, Assisi, 2003; L. Bressan, La parrocchia oggi. Identità, trasformazioni, sfide, EDB, Bologna 2004; L. Bressan-L. Diotallevi, Tra le case degli uomini. Presente e possibilità della parrocchia italiana, Cittadella, Assisi 2006.

[2] F. Moog, «La conversion missionnaire des communautés paroissiales. Un défis pour la nouvelle évangélisation», in Lumen Vitae, 67(2012), 206, cit. in A.Borras, «La parrocchia, casa di tutti», in Rivista del clero italiano, 94(2013), 186.

[3] Cf. E. Andreucci, La locanda dei racconti, EDB, Bologna 2007.

[4] A. Borras, La parrocchia, casa di tutti, cit., 190-191.

[5] Cf. Apostolicam actuositatem, n. 10, in EV/1, 950

[6] CEI, Comunione e comunità n. 43, in ECEI/3, 674.

[7] Cf. Y. Congar, Credo nello Spirito Santo, II, Queriniana, Brescia 1982, 45. Crediamo che non sfugge ormai a nessuno l’insistenza sul concetto di «popolo di Dio» presente nel magistero di papa Francesco. Nella intervista rilasciata a p. Spadaro e pubblicata dalla Civiltà Cattolica, così si esprimeva: «L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare» (cf. La Civiltà Cattolica 2013, III, 459); nella Evangelii gaudium così scrive: «Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione, e sarebbe inadeguato pensare a uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto a ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”» (n.120).

[8] Si vedano le eloquenti riflessioni di E. Schillebeeckx, Umanità, La storia di Dio, Queriniana, Brescia 1985, 152-159.

[9] Francesco, Evangelii gaudium, n. 47

[10] C. Militello, «Sintesi e prospettive – III», in ATI, Chiesa e sinodalità. Coscienza, forme, processi, Glossa, Milano 2007, 339.

[11] Cf. Sacrosantum concilium, n. 14, in EV/1, 23-25.

[12] Il riferimento è al Consiglio pastorale parrocchiale e al Consiglio per gli affari economici. Tali organismi «non sono stati istituiti dal concilio Vaticano II per venire incontro a un’esigenza di rappresentatività sociologica, tanto meno per rispondere a una strategia di maggiore efficienza organizzativa. Essi sono stati la deduzione pratica dell’aver individuato nella dimensione comunionale una componente costitutiva della Chiesa stessa. […] La sinodalità della Chiesa […] va intesa come espressione operativa della comunione ecclesiale nella sua organicità» (G. Ghirlanda, «Presentazione», in M. Rivella [a cura di], Partecipazione e corresponsabilità nella Chiesa. I Consigli diocesani e parrocchiali, Ancora, Milano 2000, 5-6).

[13] Così i vescovi italiani definiscono il discernimento pastorale: «Come espressione dinamica della comunione ecclesiale e metodo di formazione spirituale, di lettura della storia e di progettazione pastorale, è stato fortemente raccomandato il discernimento comunitario. Perché sia autentico, deve comprendere i seguenti elementi: docilità allo Spirito e umile ricerca della volontà di Dio; ascolto fedele della Parola; interpretazione dei segni dei tempi alla luce del vangelo; valorizzazione dei carismi nel dialogo fraterno; creatività spirituale, missionaria, culturale e sociale; obbedienza ai pastori, cui spetta disciplinare la ricerca e dare l’approvazione definitiva. Così inteso, il discernimento comunitario diventa una scuola di vita cristiana, una via per sviluppare l’amore reciproco, la corresponsabilità, l’inserimento nel mondo a cominciare dal proprio territorio. Edifica la Chiesa come comunità di fratelli e di sorelle, di pari dignità, ma con doni e compiti diversi, plasmandone una figura, che senza deviare in impropri democraticismi e sociologismi, risulta credibile nell’odierna società democratica» (CEI, Con il dono della carità dentro la storia. La Chiesa in Italia dopo il convegno di Palermo, n. 21, in ECEI/6, 146).

[14] Cf. S. Lanza, «Progetto, discernimento, verifica pastorale», in COP (a cura di), Creatività dello spirito e programmazione pastorale, Ed. Dehoniane, Roma 1998, 71-113.

[15] Cf. Francesco, Evangelii gaudium, nn. 222-237.

[16] J. Lopez De Lama, «Assumere i conflitti», in Concilium 11(1975), 1553.

[17] Ignazio d’Antiochia, «Lettera agli Efesini IV», in PG 5, 648.

[18] Ibidem, V,1, in PG 5, 648-649. Cf. F. Bergamneli, «“Sinfonia” della Chiesa nelle lettere di Ignazio di Antiochia», in S. Felici (a cura di), Ecclesiologia e catechesi patristica. «Sentirsi Chiesa», LAS, Roma 1982, 30-31.

[19] D.Bonheffer, La vita comune, Queriniana, Brescia 51973, 46-47.

[20] Cf. CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n.11, in ECEI/7, 1483-1490.