Primato della vita e teologia

Dio lo incontri sporcandoti le mani

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di Nunzio Galantino* - «L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono». Così scrive papa Francesco nell’Evangelii gaudium, affermando il primato della vita su ogni altra realtà e su ogni concetto; in questo modo, ci provoca a riconoscere il modo peculiare in cui Dio si è rivelato a noi e ci ha mostrato il suo volto. A differenza del dio immobile dei filosofi o di quello impersonale di alcune concezioni antiche, quello che si manifesta a Israele e poi in Cristo non è un Dio statico, ma vivo e partecipe delle vicende del suo popolo; non passivo osservatore di ciò che avviene sulla terra, ma coinvolto nell’umanità al punto da assumere una carne mortale e sperimentarne la finitezza e le sofferenze.
Per noi significa che Dio non si lascia dunque comprendere a tavolino, né sono gli studiosi o i sapienti che riescono meglio di altri a riconoscerne i tratti. Al contrario, egli può essere scorto da chi si fa piccolo e lo cerca, non solo attraverso i libri, ma ancor più e prima di tutto nella propria vita. I “luoghi” e i “modi” per incontrare un Dio, che «è amore» (1Gv 4,8) e «opera sempre» (Gv 5,17), rimandano anzitutto a un amare e agire, a uno sporcarsi le mani e uscire da se stessi, a sapersi muovere verso gli altri, verso le periferie e verso gli ultimi, che egli ha prediletto e nei quali ha scelto di abitare. Per tanto tempo, purtroppo, siamo stati frenati da una deriva illuministica che ci ha trasmesso un’idea di Dio riduttiva e comoda, relegandolo al piano delle idee e riducendo la potenza della fede, che coinvolge tutto l’uomo e gli impone di ripensarsi e cambiare.

Teologia e pastorale, ossia il primato della vita
Per rendere ragione della fede, la teologia cristiana deve tenere sempre conto del carattere peculiare della rivelazione, senza concepirsi mai come un sapere astratto, ma mantenendosi a stretto contatto con la storia e le vicende umane. La Chiesa non possiede la verità nella sua interezza, ma continuamente la cerca e si sa incamminata alla sua conoscenza più piena, secondo la promessa di Gesù (Gv 8,32). Essa vive ben piantata nel mondo e tenta di riconoscervi i segni dell’intervento e della volontà di Dio, sapendo che egli mai ci abbandona ed è Signore di tutta la storia umana. La Chiesa quindi, e con essa i teologi e tutti i credenti, non cessa mai di interrogarsi, senza presumere di avere raggiunto una comprensione del tutto adeguata del mistero di Dio, ma lasciandosi istruire ogni giorno dagli eventi e dall’esperienza, alla luce della preghiera e nell’ascolto della Parola.
Questa consapevolezza ci aiuta a non separare mai la teologia e la pastorale, ma a tenerle strettamente unite, in modo che si illuminino a vicenda: le attività ecclesiali e missionarie devono nutrirsi del sapere teologico, per attingere i contenuti dell’annuncio e ancor più per non smarrire lo stile cristiano; la teologia, da parte sua, ponendosi al servizio dell’evangelizzazione, tiene vivo l’afflato missionario e non può concepirsi come un sapere astratto o a se stante. Si pone perciò in ascolto di altre forme di conoscenza – scientifica, sociologica, psicologica – e in dialogo con esse, e tiene conto del vissuto delle persone, impiegando un linguaggio che permetta a ogni credente, anche il più semplice, di leggere la propria vita e gli eventi di ogni giorno alla luce del Vangelo. La mutua relazione tra teologia e pastorale, insieme all’ascolto della storia e dell’esperienza, è orientata allora a non separare la fede dalla vita e far sì che il messaggio evangelico sia realmente percepito come buona notizia.

Il primato della realtà sull’idea
È a questo proposito che papa Francesco, nella sua prima Esortazione apostolica, ha affermato il principio del primato della realtà sull’idea (Evangelii gaudium, nn.231-233). Ciò significa che i concetti, per non trasformarsi in costruzioni solo teoriche, non devono mai separarsi dagli avvenimenti, ma basarsi su di essi. Per essere autentica ogni conoscenza – e quella teologica in particolare – deve radicarsi nell’umiltà, sapendosi seconda, perché dipendente dalla realtà e dagli eventi, attraverso i quali Dio stesso ha scelto di manifestarsi e di parlare all’uomo. La trasmissione del sapere teologico, poi, per entrare nel vissuto delle persone ed essere realmente formativa, ha bisogno di assumere i tratti di una narrazione, come fa la Bibbia, che non parla per dogmi ma racconta l’incontro e il dialogo di Dio con persone concrete.
È quanto raccomanda Francesco quando chiede di impiegare immagini, che rivelino la concretezza di quanto si afferma, poiché «ci sono parole proprie della teologia o della catechesi, il cui significato non è comprensibile per la maggioranza dei cristiani» (Evangelii gaudium, n.158). Al contrario, l’uso di immagini tratte dalla vita quotidiana e che riportano a essa, rende più immediate anche le realtà apparentemente più difficili. Lo stesso mistero trinitario, che è il fulcro della fede, può essere illustrato a partire dai concetti filosofici di persona e di sostanza, oppure dalle realtà dell’amore e dalla relazione, aiutando a sentire Dio non come enigmatico e lontano, ma presente in ogni tratto della vita quotidiana.
Sono grato all’Azione cattolica per questo impegno di approfondimento del primato della vita, convinto che può ispirarci lo stile di ascolto e di confronto, di concretezza e di servizio. Possiamo far tesoro del Convegno ecclesiale di Firenze e dar vita a un’antropologia che ponga al centro l’esperienza e la vita dell’uomo, che valorizzi il dialogo e il confronto come via per condividerne i frutti, e che consideri lo scorrere del tempo e della storia come una scuola di vita, come l’occasione per costruire un mondo più giusto e più fraterno.

*Segretario generale della Cei, vescovo emerito di Cassano all’Jonio