Tre mesi fa il rapimento della giovane cooperante italiana

Aspettando Silvia, l’Italia migliore

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Tre mesi, novanta giorni, 2160 ore è il tempo passato ed il tempo che passa inesorabilmente dal rapimento di Silvia Romano, il 20 novembre del 2018 nel villaggio di Chakama, a 80 chilometri da Malindi in Kenya. Il sequestro della giovane cooperante italiana sembra disperso in un nulla di fatto. Si dice che il silenzio sia meglio che accompagni il necessario riserbo in talune vicende; magari perché si sta trattando con i rapitori e ogni passo si fa delicato quanto pericoloso per il rapito. Forse è così, forse dobbiamo sperare che sia così. Ma temiamo in verità che il silenzio nasconda, possa nascondere, una sorta di oblio su una vicenda ancora carica di dubbi, specie sul ruolo delle autorità locali keniote. È vero che dall’inizio di questa triste storia sono decine, forse centinaia le persone fermate nelle contee interessate dal sequestro, e tra questi anche uno dei sospetti sequestratori. Ma oltre gli arresti il niente.

La verità sembra svanita nel nulla come Silvia. E i giorni e le ore passano alternando nel cuore di quanti vogliono bene a Silvia speranze e delusioni, silenzi e domande che celano molte incertezze: si sta indagando e in che direzione? È stato chiesto un riscatto? Si sta trattando? Chi e per conto di chi sta trattando? Le risposte possono essere date solo dalla polizia del Kenya e dalle autorità italiane. Entrambe, però, tacciono. È in dubbio che quello che sembrava potesse essere un rapimento lampo si è rivelato qualcosa di più. A noi non resta che sperare che la vicenda non sia sfuggita di mano a qualcuno e che gli interessi su questo rapimento non vadano oltre il denaro. L’area in cui è stata rapita, quella tra le contee di Tana River e di Kifili, è abitata da pastori e contadini divisi in clan familiari che di fatto governano un territorio dove regna l’omertà e dove il confine tra lecito e illecito viene ritracciato ogni giorno.

Sappiamo dai cronisti che si sono recati sul posto che le ricerche continuano e nel centro operativo di Garsen (città sulle rive del fiume Tana) sono presenti (o almeno lo siano stati) i carabinieri del Ros e i servizi segreti italiani. Tutti raccomandano silenzio e riserbo. Il ministero degli Esteri italiano e la famiglia lo chiedono. E anche noi che a Silvia vogliamo un mondo di bene rispetteremo questa richiesta. Ma non taceremo - ed è la ragione di questo articolo - sull’assenza di Silvia e sul vuoto che il suo rapimento lascia in ognuno di noi.

Silvia Romano è un pezzo di Italia, di giovane Italia, l’Italia migliore, che ci è stato sottratto e che deve esserci restituito incolume e al più presto. La scelta di lavorare come cooperante per Africa Milele Onlus, di occuparsi di progetti in favore dei bambini del Kenia, Silvia non l’ha fatta per mania di protagonismo, per ingenuità o per incoscienza, ma crediamo per un dono che porta nel suo giovane cuore: amare il prossimo più di se stessi. Anche per questo la sua incolumità, la sua salvezza non riguarda solo la sua famiglia, i suoi cari, ma riguarda tutti noi. Al di là del riserbo e del silenzio pensiamo che qualche risposta le autorità keniane e italiane la debbano dare. E presto.