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L'omelia del card. Zuppi

Ascoltare è già sinodalità sul campo

Ventisette vescovi venuti da ogni parte d’Italia per condividere i lavori di gruppo dell’Incontro delle Presidenze diocesane di Ac a Castel Gandolfo. Il vero azzardo creativo di una Chiesa che è davvero sinodale e non ha paura del dialogo e dell’ascolto con tutto il popolo di Dio. Ascoltare è già sinodalità sul campo.

Sì, è vero. C’è la presenza, oggi sabato 26 agosto, del presidente della Cei, il card. Matteo Zuppi – che non ha mancato, con il suo solito stile molto “romano” ed empatico, di salutare personalmente i diversi gruppi di studio assiepati in ogni angolo di questa grande struttura che porta il nome di Mariapoli; il giorno prima anche il segretario generale della Cei, mons. Baturi, ha presieduto la celebrazione eucaristica –, però è anche vero che i vescovi presenti si sono messi a disposizione di un popolo che ha voglia di raccontarsi, parlare, perfino toccarsi con il vicino di sedia. E sorridere un po’. Perché la traversata nella terra di nessuno non è semplice, e il tema caro a papa Francesco della sinodalità va davvero spezzato tra i presenti come si spezza il pane che dà vita.

L’omelia

Ma ecco l’omelia. L’umiltà fa fare cose grandi nell’amore. Prendendo spunto dalle letture in cui si parla di Rut, la spigolatrice, il card. Zuppi rende omaggio all’umiltà dell’uomo che non è mediocrità, ma esaltazione dell’amore.  E l’amore non è mediocre. Se siamo umili siamo capaci di amare e di fare cose grandi. Il povero, Rut, la spigolatrice della parola sacra, ci dice ancora una volta che chi non si lamenta e si occupa del particolare, delle piccole cose, in realtà assume una dimensione generativa.

Cominciamo – continua il presidente della Cei – dai più deboli, da chi non ha valore. Perché avere attenzione per i più piccoli richiede tempo. E l’amore per il dettaglio, il particolare, è il luogo della presenza del Risorto.

Partendo dagli ultimi, gli scartati, solo partendo da essi l’amore ci coinvolgerà. L’apparente inutile, il povero, il piccolo particolare, non sono altro che una possibilità di sperimentare l’amore che salva, accompagna, celebra la vita. L’umiltà ci rende belli.

Servire vuol dire allora partire da me ma non per me. Servire significa amare questa nostra madre Chiesa, i nostri raccolti che sembrano non avere futuro ma in realtà generano vita.

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