Franco Miano a Lampedusa

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Massimo Muratore
I continui sbarchi di profughi a Lampedusa - prima tappa per continuare (non si sa come) verso il Nord - hanno avuto un’escalation tra febbraio e marzo scorsi, costituendo un vero e proprio esodo di massa. Le presenze nell'isola delle Pelagie hanno raggiunto le diecimila unità, disperse a bivacco nelle strade e tra le case della cittadina di Lampedusa, in condizioni che sono apparse apocalittiche.In verità il fenomeno dell'emigrazione di massa non è nuovo per l'Italia, piattaforma dell'Europa nel Mediterraneo. Gli sbarchi a Lampedusa non sono, dunque, un elemento straordinario tra gli spostamenti di gente disperata da Est o da Sud verso i Paesi avanzati. Inedita è la congiuntura storica in cui avvengono questi spostamenti, coincidenti con le rivoluzioni dei Paesi dell'Africa settentrionale, nel tentativo di vivere una primavera sociale e politica, a cui si aggiungono gli spostamenti delle popolazioni sub sahariane, non più filtrati dal regime libico, che li ha spesso usati per forzare il governo italiano. Questa emigrazione coincide poi con la crisi economica in atto in Europa, che di contro ritiene esauriti gli storici riferimenti politici nel Nord Africa e tenta nuovi assestamenti e nuovi spazi di influenza. A questo proposito si spera che le volontà dei Paesi siano animate dagli intenti del trattato di Barcellona, siglato nel 1995 dalla prima conferenza euromediterranea per “istituire un partenariato globale al fine di trasformare il Mediterraneo in uno spazio comune di pace, di stabilità e di prosperità attraverso il rafforzamento del dialogo politico e sulla sicurezza, un partenariato economico e finanziario e un partenariato sociale, culturale e umano”.
L'isola di Lampedusa allora come limes a sud della civiltà Occidentale. L'isola di Lampedusa però, per i numeri del fenomeno degli sbarchi, è uno scoglio che tuttavia ha potuto “arginare il mare” con la solidarietà dei cittadini, della Chiesa, dello Stato. Sono state scritte pagine di Vangelo e di umanità civile e solidale. La gente di Lampedusa, abituata ad accogliere, specialmente a salvare i naufraghi, ha dato il meglio, dimostrando di voler preservare la vita e custodirne la dignità: ha aperto case, dato vestiti e scarpe, dato da mangiare, dato possibilità di lavarsi, conforto, corrente elettrica per ricaricare i telefoni cellulari che servivano per avvertire dello scampato pericolo, integrando così la gestione dell'emergenza da parte della Prefettura. Icona di quei giorni sono, da un lato, due anziane sorelle che hanno preparato minestra, distribuita calda in piazza su una panchina, e che poi si son chieste se agli occhi di Dio han fatto tutto il possibile; dall'altro, la notizia secondo cui da un gommone in alto mare un giovane avrebbe telefonato disperatamente ai familiari immigrati ad Agrigento per dire che stavano per naufragare.
La gente di Lampedusa è anche arrabbiata, perché si è sentita abbandonata da tutti (specialmente dai tanti che sono andati nell’Isola con promesse), perché ha temuto - a ragion veduta – per la sicurezza e l’incolumità delle persone e dei beni, per le conseguenze negative sull'economia, basata sul turismo della stagione estiva. Il 17 marzo, giorno in cui l'Italia si è ridetta le ragioni dell'unità basata sulla solidarietà, Lampedusa ha protestato, dando ragione a Leonardo Sciascia per il quale i Siciliani hanno una paura atavica e sono diffidenti nei confronti del mare, che ha da sempre portato gli invasori, e verso lo Stato, che, a fronte della drammatica situazione di donne, uomini, bambini e delle istanze dei cittadini lampedusani, è sembrato lento, forse per realpolitik nei confronti dei Paesi dell'Unione Europea, a cui si chiedeva di intervenire.
Lampedusa allora può considerarsi segno, cifra dei tempi; un luogo geografico in cui si è incrociato il pathos di diverse umanità, ma è anche termine ermeneutico per comprendere, gestire e progettare il futuro dei singoli e dei popoli: la realtà degli immigrati nel nostro Paese e le politiche sull'immigrazione e integrazione, il rapporto delle comunità ecclesiali con presenze multietniche, multiculturali, la primavera politica nel Nord Africa, il futuro dei Paesi che si affacciano nel Mediterraneo e il sistema Mediterraneo.
Ci siamo chiesti cosa potessimo fare come Associazione diocesana. Come avrebbe potuto intervenire in questi eventi l'Azione Cattolica con i propri strumenti e secondo il proprio carattere, il proprio stile. La risposta è stata senz’altro sostenere le ragioni di Lampedusa, frammento d'Italia, porzione della Chiesa agrigentina, che molto si è spesa anche attraverso contatti diretti con la Chiesa di Tunisi; ricordare come la Sicilia (le città, l'agricoltura, la lingua, l'architettura, rapporti sociali) sia esito di una lunga tradizione di scambio e di “traduzione”; e infine impegnarsi sempre più nella formazione per approfondire la coscienza credente e civica, delineando un’identità cristiana capace di costruire, insieme alle altre componenti, una società “aperta, solidale, vigile”. Una risposta più complessa ed esaustiva l'abbiamo trovata nelle indicazioni che Benedetto XVI ha consegnato all'Associazione: “L’Azione Cattolica può aiutare l’Italia a rispondere alla sua vocazione peculiare, collocata nel Mediterraneo, crocevia di culture, di aspirazioni, di tensioni che esigono una grande forza di comunione, di solidarietà e di generosità. L’Italia ha sempre offerto ai popoli vicini e lontani la ricchezza della sua cultura e della sua fede, della sua arte e del suo pensiero. Oggi voi laici cristiani siete chiamati ad offrire con convinzione la bellezza della vostra cultura e le ragioni della vostra fede, oltre che la solidarietà fraterna, affinché l’Europa sia all’altezza delle presente sfida epocale”.
Ecco allora il motivo della visita del Presidente nazionale, oggi: idealmente inaugura da Lampedusa gli impegni del nuovo Triennio. È occasione per dire a tutta l’Associazione che parte da lì una strada dove poter incontrare Cristo, per prendere consapevolezza di quei luoghi simbolo e da quella prospettiva guardare all'Italia; e più di tutto è motivo per incoraggiare l'Azione Cattolica della parrocchia di san Gerlando, perché possa essere sempre più se stessa nel proprio cammino per vivere la fede, amando la vita.