C'è una cifra contro la miseria

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Palazzo di Vetro - Onu

di Luigi De Matteo

Progressi sono stati realizzati nella lotta contro la povertà, ma mancano i fondi: c’è un buco che il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, stima in ventisei miliardi di dollari. Dalla fame all’istruzione, dall’Aids alla deforestazione, il 21 settembre, al Palazzo di Vetro — nell’ambito della 65ª sessione dell’Assemblea generale — i capi di Stato e di Governo di tutto il mondo faranno il punto sugli obiettivi del millennio, ovvero i traguardi fissati entro il 2015 per rilanciare i Paesi in via di sviluppo.

Fame, povertà e istruzione sono i temi prioritari nell’agenda dei lavori. Un recente rapporto della Fao indica che sulla fame si sta andando nella direzione giusta, ma resta ancora molto da fare. Il numero di chi soffre la fame è passato da 1,23 miliardi di persone, nel 2009, a 925 milioni. Una cifra che per il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, rimane comunque «inaccettabile». Vi sono stati progressi anche sul fronte della povertà. Si stima che la popolazione che vive con meno di 1,25 dollari al giorno sia diminuita da 1,8 miliardi, nel 1990, a 1,4 miliardi. Riguardo al secondo tema, gli sforzi sono diretti ad affermare l’istruzione primaria universale: su questo versante l’Africa resta indietro. Basti pensare che nella regione subsahariana può andare alle elementari solo il 76 per cento dei bambini. E sempre in quest’area si rileva ancora un alto numero di donne che muoiono di parto. Si calcola che ogni giorno, nel mondo, mille donne muoiono per complicazioni legate alla gravidanza e al parto: metà delle vittime si registra proprio nell’Africa subsahariana. Un altro tema in agenda è quello della mortalità infantile. Nel 2009 vi sono stati 8,1 milioni di decessi di bimbi con meno di cinque anni.

In merito all’Aids, le notizie sono relativamente positive. Le persone che contraggono il virus dell’Hiv sono diminuite a ventisette milioni circa, dopo le vette degli anni Novanta (trentacinque milioni). Sul capitolo ambiente, la deforestazione del pianeta rimane preoccupante: nell’ultimo decennio, oltre tredici milioni di ettari di zone verdi sono spariti.

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha curato un rapporto in cui si segnalano cinque «mosse» da cui partire per favorire la crescita dei Paesi in via di sviluppo. Azioni comuni delle economie emergenti e in via di sviluppo; miglioramento di ammortizzatori sociali che aiutino a fronteggiare eventuali crisi future; accelerazione degli investimenti esteri; apertura dei mercati e creazione di maggiori opportunità di espansione commerciale per i Paesi in via di sviluppo; impegno della comunità internazionale a risolvere situazioni economiche ancora fragili. Nel rapporto l’Fmi sottolinea che è di «vitale importanza» che sia ristabilita una solida crescita economica globale e che i Paesi avanzati e in via di sviluppo «giochino la propria parte in questi sforzi». Nel documento si mette poi in evidenza che «ulteriori azioni sono necessarie per salvaguardare la ripresa economica, creando un sistema finanziario più robusto e migliorando l’accesso ai mercati dei Paesi a basso reddito. Questi ultimi sono chiamati a fare i conti con la necessità di finanziamenti, ma devono anzitutto «colmare il divario sulle infrastrutture» e allinearsi agli altri Stati sulle questioni climatiche, «due elementi che impediscono lo sviluppo di lungo termine». I Paesi in via di sviluppo, grazie anche al sostegno dell’Fmi e di altri soggetti, sono riusciti a mettere in atto, afferma il rapporto, «decise misure» atte a fronteggiare le diverse crisi economiche. Ma questi Paesi hanno sempre bisogno della collaborazione fattiva della comunità internazionale.

Tra le notizie che hanno anticipato la 65ª sessione del Palazzo di Vetro, la proposta del presidente francese, Nicolas Sarkozy, di una tassa sulle transazioni delle banche, i cui proventi andrebbero ad un fondo per la lotta alla povertà e lo sviluppo delle aree del pianeta in difficoltà. Secondo stime del governo francese, e dello stesso Fmi, una tassa dello 0,005 per cento genererebbe, a livello mondiale, almeno 33 miliardi di dollari ogni anno. Di “Tobin tax” (perche di questo si tratta) si discute ormai da anni; di buono c’è che a parlarne non sono solo gli eretici della finanza, ma i premier. Magari è la volta buona.