Aperti al futuro e alla speranza. Una nuova visione dalle comunità

Da «Avvenire». Il ruolo dei cristiani per educare a un’intraprendenza dal basso. Contro le disuguaglianze economiche e finanziarie, è necessario attivare processi che combinino meccanismi di dono, scambio e regolazione promuovendo organizzazioni sociali e istituzioni economiche che mettano al centro le persone

«La prosperità è inquieta, si tormenta da sé» (Seneca, Lettere a Lucilio, libro II, n. 19). Questa citazione del celebre filosofo stoico rivela qualcosa di straordinariamente attuale per il tempo che stiamo vivendo. L’economia costituisce oggi un potente dispositivo sociale ordinato al raggiungimento degli obiettivi esistenziali e vitali più rilevanti: l’espansione senza limiti delle attività produttive e il conseguente accrescimento del loro valore commerciale costituiscono la base per diffondere le condizioni di una vita degna di essere vissuta, di ciò che gli economisti hanno denominato propriamente benessere. Il modello di sviluppo prevalente, affermatosi dal secondo dopoguerra e fondato sulla centralità del mercato come regolatore dei processi di generazione e distribuzione delle risorse, sulla libera competizione e sulla prevalenza dell’iniziativa privata, ha indotto la definizione di una architettura istituzionale e organizzativa centrata sull’accumulazione e sul trasferimento dei beni attraverso un agile sistema monetario, enfatizzando particolarmente il ruolo della finanza come lubrificante dei processi di creazione del valore economico.

La visione di prosperità che emerge da una simile prospettiva è, dunque, fortemente condizionata al possesso di beni (e servizi) prevalentemente materiali il cui consumo accessibile a mezzo di disponibilità finanziarie (anche a credito) realizza il soddisfacimento dei bisogni delle persone. E ciò vale, almeno teoricamente, anche nella traiettoria inesorabilmente lineare assunta dall’economia mainstream che identifica la crescita come obiettivo principale e che pertanto la valuta come processo di continua creazione di bisogni sempre più elaborati e complessi cui dovranno corrispondere sempre maggiori quantità di beni e altrettanto cospicue disponibilità di credito, secondo quel modello sociale definito consumismo che implica numerosi effetti non strettamente economici quali la progressiva individualizzazione dei comportamenti e delle scelte con conseguente riduzione dell’orizzonte temporale, ma anche l’incremento di processi entropici rilasciati nell’ambiente legati all’inquinamento e allo spreco e/o alla dissipazione delle risorse.

Tale processo lineare di accrescimento – che gli statistici economici sussumono nel saldo contabile misurato come valore della produzione o Prodotto Interno Lordo – si è rivelato tutt’altro che diffusivo contraddicendo di fatto il postulato di base di una simmetria tra singolo e collettività: l’evidenza empirica di questi ultimi anni è quella di una crescita sì… ma non del benessere, piuttosto delle disuguaglianze economiche e finanziarie, dovuta alla dirompente polarizzazione dei redditi e alla sostanziale concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi individui. Ciò di cui stiamo parlando non è altro che la vicenda della globalizzazione economica e finanziaria che ha avuto un positivo e indiscutibile effetto nella interconnessione e internalizzazione delle relazioni economiche e sociali ma che è stato accompagnato da un altrettanto profondo ampliamento dei divari sia dentro i paesi e gruppi di paesi, sia dentro i singoli paesi e sistemi nazionali (si pensi al nostro divario tra Nord e Sud). Ciò che occorre adesso è un cambiamento di paradigma e di visione, come quello che viene dall’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile, fondato su tre cardini ‘Persona – Pianeta – Prosperità’ e dalla ‘ecologia integrale’ proposta dall’enciclica Laudato si’ già sette anni fa da papa Francesco: due documenti importanti che si sono intrecciati e hanno generato alcuni processi molto interessanti, e che hanno suggerito un ripensamento, sia teorico che pratico, di progresso sociale e di prosperità.

Lo sviluppo è un gioco di squadra fondato sulla interconnessione di relazioni cooperative e competitive volte a generare fiducia e reciprocità. La visione classica dell’homo oeconomicus – che il premio Nobel Amartya Sen definì un ‘idiota sociale’ – non solo è priva di fondamento empirico ma si rivela estremamente riduttiva ed incapace di spiegare le numerose pratiche di collaborazione e di condivisione che – in contesti culturali e istituzionali differenti – disegnano una visione antropologicamente più densa e ricca, più vicina ad esempio alla visione di persona tipica del pensiero e del magistero sociale cristiano. Uomini e donne vivono in relazione e si strutturano in comunità di vita ponendosi obiettivi e perseguendo scelte volte a coniugare felicità privata e felicità pubblica. Le sfide che oggi sono poste all’umanità, a partire dall’urgente e drammatica questione del cambiamento climatico i cui effetti inquietanti oggi registriamo, chiedono una decisa e coraggiosa inversione di rotta che passa dalla rigenerazione del tessuto comunitario e fraterno delle relazioni nei diversi territori, da un utilizzo più sobrio e generativo delle risorse.

La parola risorse ha la stessa matrice di risurrezione, i beni non sono di per sé risorse… lo diventano dentro un processo di valorizzazione, non unicamente e propriamente monetario, ma sempre ordinato e indirizzato alla ricerca di bene (felicità, soddisfazione… i sinonimi sono tanti) che ciascuna persona e ciascuna comunità pongono a fondamento e fine ultimo della propria esistenza. Lo sviluppo può essere realmente pensato come un processo articolato e diffuso di attivazione e mobilitazione di tutte le risorse di un territorio, anche quelle «disperse, nascoste e mal utilizzate» come amava ricordare il grande economista Albert O. Hirschmann. Non esistono dunque territori esclusi o estranei allo sviluppo, ma occorre un lavoro comunitario di cooperazione e collaborazione che combina in modo creativo e innovativo meccanismi di dono, di scambio e di regolazione promuovendo organizzazioni sociali e istituzioni economiche che rimettono al centro le persone. In questa sfida epocale si inserisce – a mio parere – il ruolo delle comunità cristiane, chiamate oggi a vivere uno stile sinodale e a scoprire la forza generativa e istituente della Buona Notizia: l’uomo è ancora oggi capace di bene, di collaborare e ordinare al bene di tutti, non lasciando indietro nessuno come ricorda papa Francesco nella Laudato si’, rigenerando in modo fraterno e condiviso i processi e i meccanismi di utilizzo del- le risorse in una logica che si apre al futuro e alla Speranza.

Siamo chiamati ad «organizzare la Speranza », citando una efficace espressione del servo di Dio don Tonino Bello, a inventare strutture economiche e organizzazioni sociali che promuovono la crescita della comunità, accogliendo positivamente le sfide che oggi pone la vita contemporanea. Le comunità energetiche, le cooperative di comunità, le imprese sociali, i gruppi di acquisto solidali, i condomini solidali e le banche del tempo, i mercati del contadino e gli orti solidali, le forme di mutualismo in ambito finanziario così come i processi di responsabilità e rendicontazione sociale ed etica diffusi nel settore profit o i modelli di gestione dei beni comuni che stanno prendendo piede nella riorganizzazione delle public utilities a livello comunale sono tutte espressioni di una ricerca di nuove pratiche generative e diffusive che sono già una possibilità concreta di cambiamento.

Esperienze e progetti di prosperità che hanno avuto e hanno ancora il coraggio di percorrere percorsi differenti, certamente faticosi, ma che hanno una capacità di rendimento che va oltre il brevissimo periodo: sono i percorsi della agricoltura sostenibile e dell’agroecologia, i percorsi del turismo lento e relazionale, della valorizzazione dei beni culturali e naturalistici, della produzione di energie alternative, del welfare circolare e sussidiario, delle rigenerazione di filiere corte, del prosumerismo e del consumo critico, dell’artigianato del riciclo e del riutilizzo, dell’enogastronomia di qualità e del chilometro-zero. Dove bellezza fa rima con lentezza e condivisione fa rima con innovazione. Occorre allora una grande opera educativa e culturale, ma anche politica e civica, affidata oggi alle nostre comunità locali, generando una nuova intraprendenza dal basso e nella concretezza delle storie e delle tradizioni di cui è straordinariamente denso il nostro Paese.

(Riflessione del presidente nazionale dell’Ac pubblicata su Avvenire del 21 agosto 2022)

Autore articolo

Giuseppe Notarstefano