Sull’esortazione Amoris laetitia di papa Francesco

Tre verbi e una parola chiave

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di Fabio Zavattaro - Tre verbi e una parola chiave per l’esortazione post sinodale di Papa Francesco Amoris laetitia, che porta la data del 19 marzo, festa di san Giuseppe; e già questo riferimento è una precisa indicazione sullo spirito con cui Francesco ha voluto fare sintesi dei lavori dei due Sinodi sulla famiglia e sull’anno intercorso tra i due appuntamento, durante il quale si sono succeduti riflessioni e approfondimenti: san Giuseppe è il “custode” della Sacra Famiglia, ricordava il Papa, l’uomo buono che accoglie con affetto e tenerezza l’intera umanità.

Tre verbi, dunque: accompagnare, discernere e integrare, fondamentali nell’affrontare situazioni di fragilità, complesse o irregolari. Partendo da una premessa che Francesco esplicita subito: il superamento della contrapposizione tra chi è animato dall’ansia del cambiamento e chi invece si barrica nell’applicazione pura e semplice di norme astratte. Scrive Francesco: “i dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della chiesa, vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche”. Come dire, nessuna liberalizzazione, nessuna norma che permetta, ad esempio alle persone risposate dopo un precedente divorzio, di non tener conto delle limitazioni esistenti e soprattutto del divieto di accostarsi all’eucaristia. Ma, nello stesso tempo, nessuna chiusura totale, perché, ricorda, “siamo chiamati a formare le coscienze, non a sostituirle”. Certo la realtà delle famiglie si è modificata e non poche sono le sfide di fronte alle quali si trovano i coniugi nel loro “cammino dinamico di crescita e realizzazione” nel matrimonio: “mentre va espressa con chiarezza la dottrina, sono da evitare giudizi che non tengano conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione”.

Allora accompagnare. La chiesa, si legge nell’esortazione, deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta” E aggiunge Francesco: “non dimentichiamo che spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale da campo”.

Quindi discernere. La strada della chiesa, ricorda il Papa, è sempre quella della misericordia e dell’integrazione, ecco la parola chiave dell’esortazione; “di non condannare eternamente nessuno e di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero, perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita”. Pertanto, scrive Francesco, sono da “evitare giudizi che non tengano conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione”.

Infine integrare. “Si tratta di integrare tutti – si legge nell’esortazione – si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale”. I divorziati che vivono una nuova unione “possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale”.

Certo esiste una innumerevole varietà di situazioni concrete, proprio per questo occorre un attento discernimento, né è pensabile una normativa generale di tipo canonico applicabile a tutti i casi.

“Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe”. Altra cosa invece, si legge nell’esortazione, “è una nuova unione che viene da un recente divorzio, con tutte le conseguenze di sofferenza e di confusione che colpiscono i figli e famiglie intere, o la situazione di qualcuno che ripetutamente ha mancato ai suoi impegni familiari”.

La logica dell’integrazione “è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza”; e la loro partecipazione, si legge ancora nell’esortazione, “può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo”.