Al voto. Con venti giorni per pensarci

Note di Politica/1. Una legge elettorale che non trova giustificazioni, un contesto internazionale drammatico e una legislatura che ha profondamente deluso un pezzo di elettorato. Ecco perché le prossime elezioni misureranno lo stato di salute della nostra democrazia

Le elezioni che si avvicinano rappresentano un vero e proprio “stress test” sullo stato di salute della nostra democrazia. Ai fattori strutturali che da tempo ostacolano una piena e compiuta partecipazione dei cittadini alla vita politica, si aggiungono, per queste elezioni, tre elementi specifici che rischiano di rafforzare, insieme all’astensionismo, i sentimenti di disaffezione e disillusione.

I tre nodi problematici

– una legge elettorale che non trova giustificazione in alcuna “ragion pratica”, una vera e propria sottrazione di libertà, una gabbia che impone di scegliere, in una sorta di “all inclusive”, ciò che le segreterie di partito hanno deciso a tavolino, in base a calcoli aritmetici che sostanzialmente disegnano anticipatamente almeno i due terzi del Parlamento che verrà;

– un contesto internazionale, economico e sociale drammatico che nei fatti “prescrive” il grosso di ciò che il futuro governo dovrà fare, a partire dalle alleanze internazionali e dalla realizzazione del Pnrr, sia sul fronte degli investimenti (e delle scelte di fondo) sia su quello, più complicato, delle riforme concordate con l’Unione europea; ciò alimenta quel dire comune, «tanto già si sa cosa faranno, e cosa succederà se non lo fanno», che quasi fornisce un alibi al disinteresse;

– una legislatura, quella che va a concludersi, che ha profondamente deluso un pezzo di elettorato che con eccessiva e forse ingenua fiducia aveva creduto in istanze di cambiamento “gridate” nell’ormai lontano 2018, istanze che hanno dovuto fare i conti con la dura realtà del governare davvero nella complessità. Il deragliamento dei populisti e dei sovranisti alla prova del governo, mentre rappresenta un bagno di realtà che dovrebbe persuadere il Paese a passare da ondate idealistiche (spesso anche condite di ipocrisia) al criterio del “bene possibile”, ha anche una faccia della medaglia preoccupante, ovvero la stroncatura, specie nell’elettorato giovane, della tensione a incidere con il proprio voto e con la propria mobilitazione.

Una democrazia come la nostra che già vive fatiche strutturali, dunque, deve far fronte a stress supplementari e insidiosi. I partiti, senza troppe distinzioni, ci hanno messo poi il carico da 90, usando la già indecente legge elettorale nel peggiore dei modi possibili: assicurando il posto agli alti dirigenti, deviando sovente dal criterio della territorialità, chiudendo quasi del tutto le liste a ciò che sta fuori dal Palazzo del potere.

Dagli oggettivi “mali” cerchiamo il bene per il Paese

Ma ragionando “a modo nostro”, quindi nel solco di un’esperienza associativa, non qualunquista e non individualista, è necessario provare a capire come ricavare da questi oggettivi “mali” un piccolo ma significativo “bene” per il Paese. Si tratta, come sempre, di farsi carico degli elementi critici e non scaricarli, con frustrazione, sui social network o in ombelicali analisi da tuttologi. Se ci sono margini di scelta – e ci sono, anche ristretti – vanno individuati e valorizzati. Se ci sono priorità discriminanti da perseguire, non vanno abbandonate in nome di un generico senso di disgusto verso il “sistema”.

I margini di scelta che possono essere valorizzati sono diversi: nei collegi uninominali, dove contano i nomi, è ancora possibile individuare un volto che “faccia la differenza”, benché il suo traino, per le caratteristiche della legge elettorale, benefici anche volti che la differenza non la fanno; nei collegi plurinominali, le liste dei partiti si confrontano sulla base di programmi in cui a promesse irrealizzabili – che occorre saper individuare – si alternano proposte-manifesto, che esprimono un’idea di Paese. Occorre fare questi sforzi di analisi e, al netto di ciò che il contesto comunque imporrà a chiunque governerà, saper individuare quale Paese hanno in mente leader e partiti. E mettere una croce, anche “turandosi il naso”, dove il gesto di turarsi il naso, solitamente associato alla mediocrità, stavolta può avere il sapore di una faticata ma particolare responsabilità.

Una parola chiara sul “dopo”

E poi va detta una parola chiara sul “dopo”: mai più al voto con questa legge elettorale, mai più il Paese fuori dalle liste, mai più la sensazione di votare senza incidere. Ma ciò non accadrà con appelli, documenti e dotti trattati che anche il “nostro mondo” produce in abbondanza, credendo di aver assolto a chi sa quale grande compito civile mettendo in fila qualche argomentazione di buon senso e di condivisibile idealità. Bisogna dirselo. Ciò accadrà se in modo molto più diffuso le persone di buona volontà torneranno a misurarsi con il consenso, con i partiti, con la politica, con le scelte concrete che essa richiede. A vincere e perdere sui voti e sulle battaglie. Perché se chi oggi fa da regista all’attuale offerta politica continuerà ad avere mano libera, a non essere infastidito da volti e comunità che pesano e si pesano, continuerà a fare ciò che torna utile alla propria parte. Ché in fondo anche le analisi dell’astensionismo durano 24 ore, passate le quali il tema si accantona con una pacca sulla spalla a chi davvero teme per la tenuta democratica del Paese.

Autore articolo

Marco Iasevoli