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Il Padiglione vaticano alla Biennale Arte di Venezia

Al di là delle grate la bellezza rigenera la ferita

L’ingresso nella casa di reclusione ha il ritmo di una liturgia lenta che si svolge tutta sulla terra, pur aprendo un orizzonte ai più sconosciuto e nascosto. La chiave gira su sé stessa, il portone blindato si spalanca con un cigolio, e noi entriamo, consapevoli che ogni passo, ogni movimento, sarà vigilato. La chiave risuona più volte, chiude e riapre altre serrature: caffetteria, orto, passeggi, sala colloqui, cappella. Ogni spazio è un frammento di quotidianità sospesa, un’eco lontana della vita che è diventata attesa. L’uso della macchina fotografica è vietato, ma forse nemmeno occorrerebbe: ogni dettaglio va fermato con gli occhi, attraverso uno sguardo che raccoglie con rispetto e già comincia, fotogramma dopo fotogramma, a farsi racconto.

Il carcere femminile della Giudecca

A guidarci in questo percorso sono due donne detenute, Marceby e Giulia. Con loro ci incamminiamo, non solo fisicamente, ma anche attraverso mondi interiori che solo l’arte riesce a disvelare. Il carcere della Giudecca diventa il canale per un dialogo profondo tra la libertà e la sua assenza, tra un dentro e un fuori. L’arte trova le parole per il silenzio e racconta la vita anche dove tutto sembra immobile. Marceby e Giulia, non meno capaci di Tintoretto, dipingono storie dalle prospettive drammatiche ma con una forte tensione alla luce, nelle quali è possibile entrare. Meglio se lo si fa in punta di piedi, con un’intima partecipazione che accoglie anche quanto non comprende e si riconosce parte di uno stesso umanissimo dramma.

Alla Giudecca, così come alla Scuola Grande di San Rocco, la bellezza riscatta l’umano. Accompagna alla salvezza. Come la colomba nel cilindro di un prestigiatore, l’arte è là dove non ti aspetteresti di trovarla. Ma non c’è trucco, è più un miracolo.  

Una finestra aperta su un nuovo umanesimo

Il Padiglione della Santa Sede, allestito per l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia e ospitato per la prima volta in un istituto penitenziario, fa della Giudecca una finestra aperta sulla possibilità di un nuovo umanesimo, che rimetta al centro la dignità dell’essere umano e la cultura come nutrimento di una comunità.

Le opere d’arte del Padiglione più che oggetti da ammirare sono mezzi per esplorare storie personali, segni di una vita che vuole ancora dire qualcosa di sé. Ogni installazione nasce dal dialogo tra artisti e detenute e trasforma il carcere in un luogo di comprensione reciproca. Qui l’arte non è più solo estetica, ma una pratica di ascolto a cui accostarsi discretamente, perché a emergere è qualcosa di vulnerabile, è ciò che spesso resta inascoltato. Nel dialogo tra le detenute e gli artisti si riconosce che ogni voce ha il diritto di parola e ogni storia merita di essere raccontata.

La cultura fiorisce non solo nelle istituzioni o nelle aule universitarie, ma anche nei corridoi di una casa di reclusione. In questo senso, il patrimonio culturale ci permette di liberarci dalla dittatura del presente, dall’illusione di essere i padroni della storia, dalla retorica avvelenata dell’identità, restituendoci l’amore necessario a coltivare ciò che in noi è ancora umano. 

Con i miei occhi

Una delle frasi incise sulle placche di lava smaltata, composte dalle stesse detenute, ricorda che il cambiamento esiste, se lo vogliamo. E questo cambiamento si riflette tanto nei loro occhi, nella loro voglia di essere guardate e riconosciute per quello che sono, tanto nei nostri, nella possibilità di convertirli alla fine della visita.

Ecco che pure il titolo del Padiglione, Con i miei occhi, diventa una provocazione, dove al di là delle grate la bellezza rigenera la ferita. Quando la chiave gira per l’ultima volta e la porta blindata si chiude in definitiva dietro di noi, ci ritroviamo fuori, ma la sensazione non è quella di essercene davvero andati. C’è qualcosa che rimane con noi, che pesa come i mattoni rossi delle costruzioni che stanno attorno.

Camminando tra i vicoli chiusi, però, si incontra il mare ed è proprio vero, allora, che è sempre possibile, dovunque ci troviamo, intravedere una striscia azzurra, uno spazio inatteso per l’incontro e per una nuova comprensione dell’altro e di noi stessi. 

Per saperne di più. Al di là delle grate la bellezza rigenera la ferita

Il Dicastero per la Cultura e l’Educazione ha preso parte alla 60a Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia dedicando il Padiglione della Santa Sede al tema dei diritti umani e alla figura degli ultimi, perno centrale del Pontificato di Papa Francesco. Il progetto si presenta come una realtà inedita e senza precedenti per La Biennale di Venezia, grazie all’installazione fisica e concettuale all’interno della Casa di detenzione femminile della Giudecca, che ospiterà ancora fino al 24 di novembre il Padiglione Con i miei occhi. 

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